Tre poesie di Guido Ceronetti


Immagine: Pareti di carta. Scritti su Guido Ceronetti, Ed. Tre Lune, 2016 (dettaglio di copertina)



da Poesie per vivere e per non vivere, Einaudi, 1979

13.
La specie umana miserabile è matura
Da sempre per non essere mai chi suona
Stanotte nella carne – divino archetto
Su una schiena di cane ti strofini
Battuta a morte, magnetico ne sanguini –
Chi nella casa morta non muore?
Io, pietà e lutto dell’inconoscibile
Torso che lotta muto
Tra una ringhiera e uno steccato stretto
E ruota in un olivo livido
Che non ha rive, il cuore.

71.
La porta era chiusa e nera. Dall’interno veniva
Un affannare d’anime che avvolgeva. Qualcuno apriva.
– chi vuol piegare alle lacrime, creatura
Inattesa? Perché ne torchi senza misura
Dai tuoi più di due occhi per darmi pena
E sudario, su un lenzuolo muto di cena? –
Tra un fitto fogliame di vecchie foto, nuda
La nullità erotica, la nostra vita cruda
Si spiava come una sete d’amare in un lenzuolo;
E palpebre fatte mute vidi in un tiepido scolo
Fare parlante il muro.

Nacque un dolcissimo benedire furtivo
Le stanze abitate da tanti accesi
Movimenti di carne e luce, e sognarli
Tutti morti non ne calmava il segreto
Agire di portatori d’impuro
A tutto, in cui era bello fermarli
Nella più misteriosa delle pitture.
E mentre benedicevo mi stupivo
Della mia voce che su tante nuche cadendo
Di dolorose bambole era attratta
In un combattimento senza fine
Tra gli emblemi del vivere e morire:
Lamettina di cataclisma sottile
Una carezza uscita dal grido
Li scorporava dell’apparire.

Oh inducibile, suscitata
Da viste pure e impure
Vertigine rara del chiaroscuro!
Sul collo dell’anima cade, la testa vola
Felice, il filo bianco e il filo nero
Con presa di voragine inflessibile

Tra le sue labbra. Non era che una lampada
Su un tavolo, su abisso puro,
E il niente che chiede pane
Di nomi ancora alle sfinite mani
I polsi con più mistero mi succhiava.



da Sono fragile sparo poesia, Einaudi, 2012

Esili giorni dell’oscurità
E il disastro degli esseri attraente
Della carne estenuata l’eco e il timbro
Tra le rovine sue risuscitando

Che una poesia di amante li raccolga
Lettrice dei bei segni desolati
Quanti ne fai coltello del miracolo
Dei contatti infiniti tra miserie

Da gola rotta esce la pietà
E scruta le macerie fulminate
Della luce negli occhi delicati
E il suo tormento tra le mani cieche

Le troppe mani che in solitudini
Parricide incarnate trepidano
E i visi enormi d’uomo e di materia
Sfigurata che vivono nell’uomo

Che una poesia capace li raccolga
Sulla lingua della sua lacrima

3 Comments

    1. Ogni volta che (ri)scopro o scopro grandi testi benedico gli autori e biasimo la mia l’insanabile ignoranza di quante ricchezze non conosco. Solo per Ceronetti, che ho seguito più da articolista che da poeta, servirebbero settimane di lettura!

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