Giorgio Bàrberi Squarotti: tre poesie da “In un altro regno” (1990)


Il segno di Giona

Candido un uccellò bucò il foglio
scialbo del cielo d’estate, lentamente
si abbassò sul popolo di anime
nude sotto il vento basso: e dallo strappo
ecco uscire gonfi pesci nerastri con la bocca
aperta, un volo di locuste, le gote rosse di un ragazzo
che soffia invano dietro l’ombra lieve
di una nube rotonda come un0ultima
difesa del pudore sopra questa
vulva spalancata della storia che produce
vermi scorpioni re coronati che severi
assistono alla morte degli schiavi
topi con le lunghe code ispide
un volo biondo di capelli un riso ambiguo
sopra un volto caprino l’ano nero
di una scimmia che vomita monete
d’oro l’urto di una tempesta che forse
è esplosa in qualche parte del tempo dove lascia
rami spezzati, strade piene di fango, foglie,
stracci di vapori velenosi, torri
infrante, schegge di vetri in cui si specchia il nulla
di un giorno senza fine, in cui già tutte
le possibili storie sono state
rappresentate fino in fondo, e nessuna traccia ne rimane
negli occhi fissi della gente che ora un poco
si muove sulla spiaggia, scuote dalla
memoria le immagini di fumo, le figure d’aria,
i fantasmi usciti dalla pagina
bucata del libro di Babele: un uccello,
il primo che quest’anno giunge fin qui,
con un pesce che ancora s’gita nel becco,
poi si perde nel vuoto verso terra,
il cielo si è richiuso sull’estremo guizzo di una coda,
il tempo muore, e non c’è altro segno
che quello di Giona.

Varigotti, 3 luglio 1985

(pag. 41)



La gioia

L’ala bianca di un giglio in riva all’occhio
verde di uno stagno appena acceso
da un riflesso di luce tra le erbe alte,
una cupola rossa sopra i fumi
di una città, il leggero candore di una loggia,
l’ombra di una nuvola sull’oro
del grano e del sottile corpo nudo
della ragazza che ne usciva senza
imbarazzo perché sapeva di non esser sola,
il tremore del mare quando sopra
vi passa l’angelo della vita che risana
tutte le follie della vecchiezza,lo spazio d’alberi e d’acque e di pastori
al di là della finestra come un sogno
impossibile della giovane donna che, seduta,
tiene un bambino e una rosa fra le braccia,
il suono dei popoli vani, le sentenze
di Sibilla, il merlo che ancora fra la neve
salta nell’aiuola, la tua viva voce nel telefono
e altre ancora quasi nuove: seppe
che non avrebbe mai potuto meritare
tanta bellezza, e ne fu disperato
e pieno di una folle gioia.

Padova, 6 giugno 1986

(pag. 59)



Sperò

Sperò sempre che il filo d’erba nato
fra le rotaie, in mezzo a breccia e unto,
o nella crepa della lastra di cemento della piazza,
potesse sopravvivere al trascorrere
di arsure e di macchine e di passi
ciechi per quella vita storta, eppure
così ferocemente attaccata alla sua povera
luce che qualche minimo dio le ha dato per un attimo,
e poi subito l’ombra delle forbici
di qualche giardiniere pedante o altro
difensore dell’ordine vuoto della morte
le è sopra, raschia anche il segno di terra dove è sorta:
aguzzò gli occhi, dopo, gli parve di vedere
ancora un segno verde, non più che un palpito
che subito scomparve, ma si illuse
che non fosse stato soltanto uno scherzo della vista
sempre più debole, ma una vittoria,
per invisibile che fosse a chi si affretta
a partire, andare oltre, a vincere
in quella che si ama credere che sia
la vita.

Milano, 12 ottobre 1987

(pag. 81)

Leggi anche, nel blog:
Poeti (di Torino) in 10 righe # 1: Giorgio Bàrberi Squarotti

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