“A oriente di qualsiasi origine” di Annalisa Rodeghiero. Nota di lettura di Dario Marelli e poesie scelte

Annalisa Rodeghiero, A oriente di qualsiasi origine, Arcipelago itaca, 2021. Prefazione di Massimo Morasso

A oriente di qualsiasi origine prosegue il cammino intrapreso con la precedente opera Incipit, ma si arrende alla consapevolezza di non potere arrivare al traguardo. Se Incipit inizia, la nuova silloge non completa, amaramente trova consolazione e ragione nell’incompiutezza, nella finitudine dell’esistere che cerca il senso, il fine, la fine nell’origine. Un percorso circolare che non chiude, che tange l’infinito sapendo di non poterlo comprendere, tantomeno vincere. Le molteplici albe disseminate lungo il percorso non sono che il riflesso reciproco dei tramonti, il giorno non è altro che il tentativo consapevolmente debole e illusorio di congiungerli e appropriarsene. E la neve, nella spirituale quiete dei boschi dell’altopiano di Asiago, altro non è che il simbolo della bellezza fragile di questo giorno senza inizio e senza fine, il luccicare vibrante ma al contempo destinato a svanire nella presa di coscienza dei limiti, dell’effimero che è la vita. A oriente di qualsiasi origine snoda il desiderio vano di coniugare l’io-dentro-di-sé con l’io-fuori-di-sé, il qui e ora della propria piccolezza con la sete di assoluto in una proiezione cosmologica senza tempo, con lo scontato risultato di non poterci riuscire perché il senso della neve si sublima nel suo attimo. Come una sillaba di eterno. Rodeghiero supera la magia lirica della nascita e si immerge nella dimensione speculativa che da sempre angoscia filosofi e poeti, non ultimo Leopardi e il suo cantico notturno. La silloge non fornisce risposte ma sottolinea domande, tormenti, il senso di incompiuto. E se per gli argomenti della nuova silloge la poetessa attinge talvolta alle origini liriche, che riportano inequivocabilmente alle atmosfere de “La slitta del sergente”, talvolta a tematiche figlie del suo recente avvicinamento a certa parte di poesia moderna, sotto il profilo formale Annalisa raggiunge cifre stilistiche mai raggiunte prima. Qui il suo percorso, ormai maturo ma in quanto incompiuto sempre in ricerca, ha una svolta ancor più netta verso dettami asciutti, eleganti, dove il non detto acquisisce spazio fino a sfociare in lidi più o meno criptici. Si tratta di un percorso in aperta evoluzione come testimoniano le ultime poesie del libro, le quali lasciano presagire un ulteriore scatto verso nuove musicalità. Questa non è più affidata in modo esclusivo all’armonia del verso (elemento connotativo della poesia della Rodeghiero), bensì anche alla sua frammentazione, in qualche modo ricordando certa poetica di Luzi. La scansione musicale è accentuata dalla distribuzione delle parole che si fanno esse stesse verso. Si può supporre che A oriente di qualsiasi origine voglia ricercare il significato nei primordi e il significante nella frantumazione, nella circolarità, nelle antitesi. Come se fosse tappa di inquietudine meditata, strappo alla quiete per cogliere le scosse. Quelle che nutrono l’anima di interrogativi a cui non è semplice trovare risposta. In estrema sintesi, l’evoluzione del percorso poetico della Rodeghiero, che qui trova tappa fondamentale, passa dalla tranquillità amniotica di Incipit, dove il tempo era attesa, alle turbolenze dell’esistere, il quale, nei suoi alti e bassi, raramente rispetta le aspettative originarie, inducendo a pensare che la salvezza sia in quella innocenza di vita, che massima splende prima che la vita stessa cominci a scorrere. Il risultato è poesia alta che si lascia leggere e rileggere arricchendo il lettore, senza mai stancarlo, anzi suscitando curiosità per le evoluzioni future che le poesie conclusive del libro lasciano intravedere.


XVIII

Se come stamattina rasserena
bisognerebbe trattenere intatta
la chiarità dell’alba di promesse
      – memoria e desiderio
prolungare degli attimi
la sovranità nell’insonne attesa.

Esistere per essere un sussurro
come brezza lontana
che si alza dalla valle e benedice

ma non sia troppa la luce– ché serve
serve distanza tra ciò che siamo e il sogno.


Il corsivo rimanda a La terra desolataQuattro quartetti di T. S Eliot, traduzione di Carlo Franzini, Book Editore 2007



XXI

Accettare il senso d’incompiuto in noi
renderlo trascurabile, come una scusa detta
a fin di bene, aggiustarne il limite
definitivamente  ̶  saturare la crepa. Tacerne.
E vivere appieno il mistero di certi istanti minimi,
la loro instabile sapienza.
Ignorare ciò che non sarà. Che non potrà essere
                                  per mia, per tua costituzione.



XXX

Se non io a consegnarmi a dio
o a te, se è l’anima che
                da sola – si consegna,
se nella pazienza abbiamo messo in salvo
il tempo sacro dell’incompiutezza,
sia benedetta dell’acqua l’ansa inquieta
benedetta sia la nuca carezzata all’alba
amata sia la dissolvenza
      (persa la pretesa di capire
       il senso dello scorrere del fiume
       il possente desiderio
                       tutto suo – di riaversi al mare)



LI

Se alla casa fossimo arrivati
per altra strada – rinuncia e sacrificio
a piccoli sorsi, se senza rimorsi
fossimo arrivati, senza turbamenti

forse saremmo gli stessi qui o altrove,

ma ugualmente avremmo saputo udire
– mi chiedo – così grato, così desiderato
                       il suono del corno
                       nel ritorno al principio?



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Testi da “A oriente di qualsiasi origine” di Annalisa Rodeghiero, Arcipelago Itaca, 2021
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