Poesie scelte da “Terrestrità del sole”, di Arturo Onofri

Immagine: ritratto di Arturo Onofri, da Poesia, Crocetti, Anno V, n. 57, Dicembre 1992, pag. 56

da Arturo Onofri, Terrestrità del sole, Firenze, Vallecchi, 1927


2.
L’afasia degli uccelli, oggi, è calore
nei tuoi miracolosi occhi turchini
che mèditano il fiore
a precoci verdure di giardini.

Il soffio, blu di brividi, è la trama
delle tue voci: ali che intessono oro
per dar bocci alla rama
e profumarne i suoli, agri di cloro.

Tu mi baleni, Melodia sorella,
angiola d’inni, entro il mio stesso ascolto;
e in me lo fai favella,
per ridare ai miei secoli il tuo volto

di sillabe sonanti, onde si esilia
l’eterna immensità fuor dai suoi regni.
Senza la tua vigilia,
non saremmo che inanimi congegni.



12.
Ecco il ritmo frenetico del sangue,
quando gli azzurri tuonano a distesa,
e qualsiasi colore si fa fiamma
nell’urlo delle tempie.
Ecco il cuor mio nella selvaggia ebbrezza
di svincolare in esseri le forme
disincantate a vortice di danza.
Ecco i visi risolti in fiabe d’oro
e in lievi organi d’ali.
Ecco gli alberi in forsennate lingue
contorcersi, balzar fra scoppiettii
di verdi fiamme dalla terra urlante.
E fra l’altre manie del mezzogiorno,
ecco me, congelato in stella fissa,
ch’esaspero l’antica aria di piaghe
metalliche, sull’erba di corallo.
(Pulsa il fianco del mare sul granito
come un trotto infinito di cavallo).



30.
L’ identità del cuore, che asseconda
i cicli e le stagioni dei pianeti
e il respiro dell’acque e il crescerne erba
e i colmi avvenimenti d’ogni vita,
persuade in un ritmo di consensi
anche l’avvicendarsi in creature
che rientrano ed escono dal mondo
nel gran :flusso e riflusso della morte.
Gloria del sole, la tua luce è ordito
d’anime che si librano in amori
immateriali nell’oceano d’angeli
del tuo torace cosmico; e il mio breve
polso è la tua battuta, e il mio pensarti
è la tua riva, e in te nutro il respiro
assiduamente del mio verbo d’uomo.



63.
Oltre le nubi e il freddo, oltre le cime
dei deserti di ghiaccio senza foglie,
s’amplia, nel suono d’un’eterna estate,
un pianoro celeste con un lago.
Nell’aria sempre vergine che irraggia
senz’ombre un sole suo, senza tramonto,
il lago increspa le impalpabili acque
al moto delle stelle, e ogni onda è un labbro
che mòdula un intento della terra.
Umbilìco del mondo, affiora al centro
di quell’acqua che parla, un’ isoletta
verde di luce come un verde sole.
E il sacro arcobaleno di smeraldo
che penetra il tellurico spessore
del globo e affiora, isola verde, al cielo.
Sotto quell’immortale arcobaleno
siede il Maestro delle Visïoni:
ma sull’ isola vacua di molte acque
la terra sposa eternamente il cielo.



80.
Le inerzie incluse entro la roccia muta
nel massiccio dei monti
splendono in ali e in troni di zaffiro,
melodïando il Nome, che le muta
nell’umano sospiro
dei petti e delle fronti.
Ma col vertiginoso inno di fuoco
che divulga dai suoi lampi l’accordo
sacro del suo volersi
esseri-luce, è in giuoco
la rifluente ascesa del ricordo
che da mondi diversi
inesprimibilmente
risale alla sua mistica sorgente.



106.
Una verità d’oro, una preghiera
d’opere che martella uomini e giorni,
ricolma il ritmo tragico alla terra,
per un làico svelarsi dei Misteri.
Tempio è il corpo dell’uomo, che s’avvera
nella sovrana unicità dei mondi.
Cori, mistagogìe, ronde, congreghe
d’anime ploratrici, a salvaguardia
d’altrui, non son mai più. Ciascuno è tutti,
con in petto l’Eterno Uomo Infinito,
da modellarvi identico un Sé stesso
che abbracci -urna dei cieli – ìnsito un Nome,
nel suo volersi integrità di Luce.



122.
Melodie di fontane alzano in fresche
gole d’azzurrità sorsi d’argento,
aprendo in mattutine ali i germogli
della diafana terra ; e alle voraci
brame, che sfanno il bozzolo di fuoco
da petti antichi in verginità d’oro,
son guarigioni e bianco brio di voli.

Oh, il tuo vedere! Il mondo, albero eterno
delle stelle e degli angeli, è stregato,
nell’occhio che non sa sciogliere in cieli
la sua terrestrità d’esule, e un sole
d’anime che sinfònia il suo perpetuo
nascerne consapevoli presenze
d’uomini, è il tuo vederlo, e il suono è vita



140.
Dormi, sincope d’astri! Esseri a frotte
nascono dal tuo sonno articolato,
che arcobalena fiori dal tuo fiato
vertiginoso d’uomini, ogni notte.

Nel cavo del tuo petto, come in grotte
d’oro, tuona l’oceano smisurato
del tuo romperti in esseri: Creato
sparso, come tue proprie membra rotte.

Magico un figlio, in te, nutre in ricambi
tuoi l’altra macrocosmica figura
che sei tu stesso, nel volerti entrambi.

Dormi, sincope d’astri! E in tua frattura
crea tu, volontà d’oro, in ditirambi
tuoi, la tua piena d’unità futura.



149.
L’aria vive! E: scorrevole armonia
della tua potentissima statura,
ch’io bevo in questa mia persona impura,
viva, ma solo in te: non ancor mia.

Ogni macchia, ogni errore in me s’espia
come un denso alterarsi di misura
nel mio respiro, eppur la tua futura
santa comunione ivi è già in via.

Sempre due cherubini a guardia stanno
alle soglie del chiuso paradiso,
ch’io non v’insuffli il mio mortal malanno

con quest’alito d’uomo ancora intriso
delle sue mille morti, che lo fanno
multiplo e nullo in sé : sesso diviso.


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