Intervista ad Andrea Laiolo, di Paolo Pera. A proposito di “Aurea ora” e dintorni. Con una selezione di poesie

Andrea Laiolo, Aurea ora, Bertoni Ed., 2021.
Prefazione di Mario Marchisio


1) Ciao Andrea, benvenuto! Allora, quest’anno è uscita la tua più recente silloge, Aurea ora (Bertoni Editore), vuoi raccontarci la genesi dell’opera? Spiega il significato del titolo, come accenna Mario Marchisio (che ha introdotto il volume) siamo di fronte al “tempo della pietra filosofale”?

Ben trovati. Grazie dell’ospitalità. Cominciamo dal titolo. E’ un titolo trovato per così dire in corso d’opera, anzi si è fatto trovare durante una delle mie frequenti letture di testi sull’Alchimia. Decisi infatti di raccogliere sotto di esso le poesie che stavo componendo da un po’ di tempo, prevalentemente ispirate all’Ermetismo filosofico, ma non solo a questo: come quasi sempre avviene, l’ispirazione dei testi che andranno a formare una silloge non è univoca. Ma una volta che il titolo fu deciso, accadde che sotto il suo segno avvenisse il raggruppamento, così che ogni testo rientrasse almeno per alcuni tratti in un disegno coerente. Il titolo, come spiega Marchisio, può comunque assumere vari significati, grazie anche alla ambiguità dell’appartenenza linguistica: italiana ma altresì latina, dunque “ora dorata” o “bocche dorate” o persino “aria dorata”. Dunque l’oro dei Filosofi e l’idea della purezza incorruttibile legata al metallo nobile per eccellenza.


2) Leggendoti è impossibile trovare ombre, sei – a mio giudizio – un poeta solare. Ti riconosci in questa definizione?

L’oro è certo anche il colore del sole, della luce rivelatrice e dell’Astro supremo. Sì, sono un poeta diurno, e quindi notturno, poiché il giorno non esiste senza la notte e viceversa. L’ombra rivela l’essenza della luce, la luce fa altrettanto con l’ombra, e l’uno culmina nell’altro. E’ scritto nella poesia proemiale, posso citarla? “… luce ha nel buio la sua vetta”.


3) Che importanza dai al linguaggio? Qual è il tuo rapporto con la Parola e qual è quello con la parola scritta?

La parola pronunciata e la parola scritta sono inscindibili per un poeta, che è il musico della parola. Nella Poesia il linguaggio tende a risolversi in suono, altrimenti resterebbe prosa. A questo scopo il verso, metrico o libero, è essenziale; ed il verso è riscontrabile, benché non contornato dai vuoti degli spazi bianchi, anche nelle poesie in prosa, che altro non sono che poesie coi versi collocati di séguito, senza “a capo”.
Il mio rapporto con la Parola, con la P maiuscola, è quello di ogni autentico poeta: consiste nel forgiare con essa forme belle e significanti. Aggiungo che la Parola crea la realtà. D’altronde l’etimo di poeta, poesia è “fare”, come ben sappiamo; la radice po è la stessa di “polis”: il poeta compie dunque un’azione politica, civilizzatrice. Ogni qual volta mi hanno domandato quale e se ci fosse un mio impegno politico in senso lato, ho sempre risposto: faccio il poeta. Di più che volete? Che mi candidi?


4) Nel volume troviamo la poesia I poeti come guide, ce ne vuoi parlare? Il poeta oggi deve tornare a essere vate, deve “resuscitare” l’uditorio dal sonno e dall’impotenza?

Il poeta è sempre stato e sempre sarà “vate”, lo è geneticamente; ma almeno a partire da Baudelaire e dalla sua Perdita d’aureola, che possiamo leggere nei Piccoli poemi in prosa, non è più riconosciuto come tale. Torniamo a riconoscergli il suo ruolo antico e saremo tutti più felici. Chi scrive versi senza essere cosciente che non solo sta sollecitando sfere segrete, per citare Gottfried Benn, ma detiene la facoltà di risvegliare la prima parola, la capacità di parlare per primo, di cantare la visione che attraversa le barriere illusorie del tempo, di approdare oltre la nebbia, costui, per quanto abile e pregevole, non è un poeta. Il mondo che non riconosce al poeta il suo ruolo primario è un mondo deviato.


5) Quali sono i poeti e i sapienti che hanno ispirato la tua scrittura? Quali sono le letture imprescindibili? Che cosa significa fare poesia oggi?

Se ce l’ho, mi avvalgo della facoltà di non rispondere: sono troppi e sono troppe le letture fondative! Faccio solamente i nomi di Dante, di Goethe, di Alfieri e di Hoelderlin. E tra i sapienti del Novecento per me imprescindibile è C.G. Jung. Alla domanda: “Che cosa significa fare poesia oggi?” ritengo di aver già risposto rispondendo alla domanda precedente.


6) Quali temi troveremo nella raccolta? Cosa ci sorprenderà? Cosa si cela sotto i testi che la compongono?

La materia divina che prende le forme da essa stessa determinate; la ininterrotta mutazione; la ricchezza dell’indeterminato… Spero che il lettore sia stupito da tutto. Nei testi si cela solo ciò che il lettore potrebbe trovarvi.


7) Trai le somme della tua poesia, poi di’ dove sta andando.

Va auspicabilmente verso sé stessa. Come tutti noi dovremmo. Penso di aver scritto fin qui una poesia classica, quindi già contemporanea e futura proprio per questo. Amo a tal riguardo citare Giorgio Agamben, la sua lezione su cosa sia il contemporaneo: “Coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che combaciano in ogni punto perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa”. Ecco, stando al concetto di Agamben io sono un poeta perfettamente contemporaneo, nel mio classicismo che spero vitale.


8) Andrea Laiolo ha progetti futuri che ci vuole anticipare?

Sicuramente scrivere testi teatrali più di quanto non abbia fatto sino ad ora. In cantiere due drammi a sfondo storico: uno su Andrea Doria, l’altro su Giorgio Castriota Skanderbeg: i due grandi imbattuti del XVI secolo.


9) In conclusione, qual è la massima che ti muove? Hai un pensiero da condividere con noi?

Molte massime potrebbero muovermi, ma preferisco che non sia nessuna di esse a farlo: preferisco che siano gli dèi a muovermi. Però una a cui mi attengo ve la voglio dire, e la condivido come pensiero; è di Jean Cocteau: A l’impossible je suis tenu.


da “Aurea Ora”

poesie scelte da A.R.


Parla il sonetto

Qualunque cosa foste, riposate
sulle antiche usanze cui fui eletta.
E se non foste nulla, fu quel nulla
la cosa che foste, e l’ultima notte.

Da allora il tempo voi lo misurate,
poiché luce nel buio ha la sua vetta
e del Possibile appare la culla
negli ànditi schiariti, nelle grotte

ormai delineate. Tutto sareste
prima di averlo pensato, ché in voi
entrò dal buio l’Infinito, il niente

che fu porta sull’aurora del poi.
Se foste stati questo, ormai sareste
il Tutto a cui è destinato il Niente.

(p. 17)



*

Si muove col mio corpo
un’anima antichissima –
come volto d’attore
vivifica la maschera.

(p. 36)




La vita trasmutativa

[…]

*
spiraliforme, lenta e silenziosa
bestia, mi muovo come l’universo;
e sotto il mio solo piede
muove l’universo e la sua ròsa:

[…]

*

il drago-leone fu due animali
in lotta fra loro: ora è l’armonia
più diffusa e rarefatta del Creato.
Gli occhi lo vedono bianco; ma nera
è la potenza e rossa la sua grazia.

(pp. 61/67)




*

Proviamo la notte:
verso quali sentieri
ci sappia guidare
non è dato sapere;
ma lo riveleranno gli occhi chiui.<

(p. 114)



*

Parla il dito della mia mano destra,
dice dolore ad ogni risveglio:
la giornata comincia ed io mi piego
solo a fatica. Eppure verrà chiusa
con un brindisi di sempre diversi
colori: pallidi, limpidi òri,
rossi avvolgenti, o anche innocue trasparenze;
ché ogni giorno mi viene consacrato
e ogni notte ne ripiega gli esiti
dentro i regesti dell’anima. Presto
la curva di un decennio s’è spianata
e il prossimo già mi cammina accanto
                                              come un figlio.

(p. 128)

Leggi anche, nel blog:
“Respiro Siena…” e quattro quartine. Inediti di Andrea Laiolo
Poeti (di Torino) in 10 righe # 22: Andrea Laiolo






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