Cristina Annino (11 dicembre 1941 – 28 gennaio 2022). Poesie

Cristina Annino, 1974, immagine di pubblico dominio, da Wikipedia

da Magnificat (Poesie 1969-2009), puntoacapo, 2009
a cura di Luca Benassi e con prefazione di Stefano Guglielmin

***

Premettendo
ch’è sempre doloroso impalare
l’anima in un discorso, scrivere
un diario, lettere, versare
iride nella tinozza di un colloquio.
A quest’età e con i tempi che corrono,
io siedo al bordo dell’orecchio
universale; dico
“biondo, marziale cieco cielo
dove il tempo è rotondo: la verità
è orrendo cannocchiale”.
Poi mi rivolgo, ascolto chi parla,
annuso odore di vero nel parziale
gesto di chi mi appaia. Credo
a tutto; a quest’età si è un cimitero
abbastanza paziente.


Il vento che spaventa i cani ha campanelli

La paura del cane è un muro duro,
un duro muro sonoro. Vi sbatte
contro il mare dell’intestino
e gli occhi restano in fondo,
piccolo semino d’anice.
Gli dico
d’altre paure nel mondo,
reggo la sua bava di panna
e la pena del tondo cranio
metto in un cesto con cotone.
Ma il muro giunge, giunge
il suono, la vena d’un terrore
cosmico gli resta il fiato,
appanna il sonno, se dorme.
Non si ferma, bianco
spicchio dagli occhi, cerca
il muro, o vento sonoro, i campanelli;
le sue zampe tirate
nell’avena del collo, sono
chiodi.


Il falso merlo della poesia

Ci vuole molta
pazienza e un’io esteso
di qua di là dalla
grammatica, per fare
d’una
sequoia un merlo solo
capace di sollevarne poi
il volo. Sarebbe,
signori, allora da trattare
coi guanti! Ma quei
tormenti in fiale, cinque dita
d’ala toccando campane
intorno, è
cenere per piccioni. Infatti,
miserere, non trova
frasi, solo emozioni
brevi e un patrimonio di
vento. Allora? Nessun
tormento è pari al
dolore, quanto la
parola. 
Avanti, poi? Chi
sono i rovi rossi? 
Ecco
esiste la sequoia; ci
vorrebbe
conoscenza karmica del volo.


da Le perle di Loch Ness, Arcipelago itaca, 2019


Le perle di Loch Ness

Se cavi o no la perla di tasca.
Sembra
cialtrone, fuso com’è col cosmo: il sole
splende ma sente
tremare la terra. (Povero in canna, marito
ideale; chi lo capisce? scopiazzati
tutti, lui vero.) Ci sono storie così
solenni sotto il cielo che solo
le bestie sanno, coi fari. Lui a pelo
d’acqua spalanca Rodine, illumina
branchie con lampo radente, poi
siede al fondo. Dio salvi
l’anima ai pesci, canta come si
sente, che in voi la salute ha spento
il pensiero!


Morti amanti

Sono
lontane le cene delle nostre
carezze. Ora io vedo lei
correndo che salta
sul lampadario, neanche
mi sente se grido“incendio!”.
Casca
poi senza farsi male.
Mi uccide un ciclone così
senza vento, il niente
della bilancia, che in due non
facciamo un grammo di
sale. Nessuna
voce rompe questa barbarie.

*
Consegnò il foglio
al conducente che non
lo vide nemmeno. Poi
scese, forse. Poi risero
insieme quando si lesse
che lui crollò. Gran
povertà terrestre! il bus se
la filava e i claxon fumandogli
dietro. Esagerata
estate … Che allora il Vento
spaccò il vetro davanti e
piovve; scrosciò dentro
una pezza di cielo, un cencio,
un asciugamano e quell’Astro
freddo, saltato fin lì dal
lampadario, fu un enorme
incendio di Voce. Poi
sparì. Tutto si ricompose: ai morti
almeno si dia un alibi!

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