Una poesia di Marcello Croce, da “Amado mio” n. 23 / Dicembre 2021

Cos’è “Amado mio?” ...leggi…

pag. 3: “La riuscita (di un’opera d’arte) è tale che solo quando e compiutamente realizzata mostra chiaramente la propria legge, mentre prima, quando ancora il processo è in corso, non c’è norma evidente, e si deve scoprirla nello stesso atto in cui si opera. (L. Pareyson, Estetica. Teoria della formatività, Bologna, 1954)”

* * *

               …Mi confesserò per sempre grato
a chi ha saputo un giorno pronunciare:
l’Essere indistruttibile e beato
oh, non sente né benevolenza
né collera; e tu dunque allontana
il timore dell’eternità
.
               Ma nei sogni mattutini sprofondo
in un pozzo di millenni,
lì c’è acqua e muschio e indistinzione,
vedo l’antico pantano, rive mute,
canneti. Il colpo vibrato dalla selce.
Non c’è scampo dai sogni.
Chi sono stato, chiedo: la mia origine.
La risposta forse è nella fine,
ma cosa dire quando ogni mattina
lungo i muri della vecchia scuola
passano adolescenti in processione,
soli ognuno con lo sguardo a terra
sotto il peso di un giorno come l’altro,
senza tempo, sotto la volta di un cielo
distolto, non partecipe. Non c’è
la domanda, e l’incontro, ch’era atteso,
subito si consuma in un’occhiata
sfuggente. Oh ma è sempre
in fondo andata così. Ma dove chiedere
conto di un giorno non incominciato,
di una promessa che non è stata attesa?
               La stanza è fredda se nelle parole
dette nelle ora in cui più forte
i cuori stanchi cercano un approdo,
magari nel corso di una conversazione
più animata del solito, ostinata
a non lasciare chiudere la frase,
benché solo argomenti fragili o casuali
inducano alla sorpresa o allo stupore:
se nelle parole senza direzione
a un tratto non si avverte un’altra
imprecisabile possibilità,
quella di una negazione che tuttavia
abita quella stanza famigliare
per un imprevedibile sconfinamento
da cui a un tratto sembrano venire
quelle parole senza direzione;
se non si avverte nella consumazione
delle parole dette in quelle ore
la vicinanza di una indefinibile
possibilità.
              Arcana l’incontri in certe notti
di pioggia, nebbia e vino d’osteria,
quando per strada guardi il vuoto
in cui si sono spente le tue chiacchiere
e avresti voluto trattenere
le mani che hai stretto con forza,
adesso la parola ti si srotola
come una malattia
sgretolandosi in sonno,
e il cuore è muto,
tarde luci ti passano
fatue sul volto
ma poi anche t’accorgi che del buio,
di questo, non ne sai granché –
e in te rabbrividisce
la brezza dei Getsemani.

(pag. 9)



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