Grace Nichols: “Canto di lode per mia madre” e “Il corpo sdraiato”. Presentazione dell’autrice e traduzione di Andrea Sirotti. Con un commento ai testi

Immagine da: Sarah Lawson Welsh, Grace Nichols, Northcote House Pub Ltd, 2008. Dettaglio di copertina.

Si ringrazia vivamente il sito Bloodaxe Books https://www.bloodaxebooks.com/ per la gentile concessione di riprodurre i testi dal libro di poesie scelte ”I have crossed an ocean. Selected poems”, Bloodaxe Books, 2010



Nella “Praise song” – “canzone di lode” che perpetua forme tradizionali africane e afrocaraibiche – Grace Nichols, nota poetessa della Guyana, che vive nel Regno Unito, fa riecheggiare, attraverso la figura-radice materna, collocata in un imprecisato tempo della memoria, elementi al tempo stessi di primeva valenza universale (l’acqua, la luna, l’aurora) e locale (i pesci, l’albero della fiamma, il granchio, la banana fritta).
Le prime tre strofe, sposano, anche per l’impostazione anaforica e strutturalmente reiterativa
                                  (You were
                                  […] to me
                                  […] and […] and […] …ing)
una cantabilità ritmica che ci può ricordare i cantori tradizionali, quali i griot del Senegal.
Contemporaneamente la figura della madre – rivestita dalla lunga e significativa serie di aggettivazioni delle metafore o direttamente transustanziata nei naturalia – assume caratteri che in Occidente sarebbe facile attribuire alla Madre archetipica (non a caso è “l’acqua” il primo, pregnante elemento convocato dalla parola) e alla madre-mamma della casa e dell’infanzia, carica (“riempie e riempie”) di presenza tattile e sensoriale.
Il commovente verso finale (“Go to your wide futures, you” / “Va’ nei tuoi vasti futuri, mi hai detto”), isolato, di perentoria e ampia dolcezza, risuona come il dono più grande, dopo quello della vita. Ha la potenza di una formula di passaggio, tanto arcaica, quanto – per contrapposizione culturale – significativamente attuale. Ha dentro la forza naturale dei cicli e delle stagioni umane, la leggerezza e la pacificazione dell’animo libero cui sarà più facile donare libertà.
Se, nel nostro angolo di mondo, e in una situazione ben differente, ma che comunque richiama la nozione di distacco e di libertà, quel richiamo alle “diverse / […] vie da percorrere/ in obbedienza al destino” che fa Margherita Guidacci alla fine di All’ipotetico lettore, suona quasi come un magnifico e raro auspicio, e ci stupisce anche per questo, il verso finale di questa poesia, “Va’ nei tuoi vasti futuri, mi hai detto”, si depone come un respiro solenne e umile, qual è la stessa figura materna cui Grace Nichols dedica il suo canto. (A.R.)




Canto di lode per mia madre

Sei stata
acqua per me
profonda e ardita e penetrante

Sei stata
occhio di luna per me
attraente e maculata e avvolgente

Sei stata
aurora per me
alta e calda e straripante

Sei stata
le rosse branchie dei pesci per me
la chioma dell’albero della fiamma per me
la zampa del granchio/l’odore della banana fritta
                                    che riempie che riempie

Va’ nei tuoi vasti futuri, mi hai detto

Praise Song for My Mother

You were
water to me
deep and bold and fathoming

You were
moon’s eye to me
pull and grained and mantling

You were
sunrise to me
rise and warm and streaming

You were
the fishes red gill to me
the flame tree’s spread to me
the crab’s leg/the fried plantain smell
                                   replenishing replenishing

Go to your wide futures, you said


Anche nella poesia “The body reclining / Il corpo sdraiato” già il primo verso e l’intero testo ruotano attorno al topos del “canto”: lo nominano e lo realizzano nella musicalità dei versi e del ritmo. Non solo: quel sottotitolo (con un pensiero per Walt) come può non ricordare, di rimando, il Canto di me stesso (Song of myself) di Walt Withman o Io canto il corpo elettrico (I sing the body electric) dello stesso Americano.
Come prima e più intrinseca apparizione, però, le immagini nella poesia (il corpo femminile, dalle mammelle rilassate e dalle “cosce pesanti”, sdraiato, pigro “fino agli alluci”, al punto che anche” il sangue […] si muove lento”) richiamano quel personaggio emblematico della poetica di Grace Nichols: “la grassa donna negra”, protagonista di The Fat Black Woman’s Poems (1984), forse il suo libro più noto.
Un corpo, dunque, femminile e rilassato, un corpo che si fa simbolicamente “continente”, popolo, etnia, viene cantato “con un pensiero a Walt”, cioè a un uomo bianco, occidentale ante-litteram, alfiere di una poetica alta, anche rispetto al corpo (“Se c’è una cosa che è sacra, questa è il corpo umano”, un corpo “agile, aitante, vigoroso”), ma tesa non di meno verso quelle fondamenta muscolari e competitive eredi della “frontiera”, verso quell’operosità, sulla quale l’io poetico del corpo sdraiato, rilassato e gaudente con poco, ironizza: colui che fa e fa “corrompe il corpo” con il “manicomio/ del loro stesso fare”.
Così, mentre Walt, nel Canto di me stesso (II.) inneggia a sé che si alza e incontra il sole (“the song of me rising from bed and meeting the sun”), forse più saggiamente, verrebbe da dire in questo nostro contemporaneo frenetico (ma ogni tempo e ogni luogo hanno la propria anima) Grace canta il corpo che s’abbandona e indolente resta con la “testa sul cuscino”. (A.R.)


Il corpo sdraiato

(con un pensiero per Walt)


Canto il corpo sdraiato
canto l’io che s’abbandona
canto la testa sul cuscino
il braccio riverso
il seno rilassato
canto il corpo sdraiato
come un continente indolente

canto il corpo sdraiato
canto le costole che spirano lievi
canto il collo orizzontale
canto il sangue che si muove lento
pigro come un fiume
avviato alla sua foce

canto le cosce pesanti
gli alluci pigri
le ginocchia calcinate
canto il corpo sdraiato
come un albero svogliato

canto il nervo a riposo

chi strofina e strofina
senza posa
corrompe il corpo

chi spolvera e spolvera
senza posa
pure corrompe il corpo

e sono presi nel manicomio
del loro stesso fare
ecco perché canto il corpo sdraiato


The Body Reclining

(with a thought for Walt)

I sing the body reclining
I sing the throwing back of self
I sing the cushioned head
The fallen arm
The lolling breast
I sing the body reclining
As an indolent continent

I sing the body reclining
I sing the easy breathing ribs
I sing the horizontal neck
I sing the slow-moving blood
Sluggish as a river
In its lower course

I sing the weighing thighs
The idle toes
The liming knees
I sing the body reclining
As a wayward tree

I sing the restful nerve

Those who scrub and scrub
incessantly
corrupt the body

Those who dust and dust
incessantly
also corrupt the body

And are caught in the asylum
Of their own making
Therefore I sing the body reclining


Grace Nichols è nata a Georgetown, Guyana, nel 1950 ed è cresciuta in un piccolo villaggio sulla costa guyanese. Si è trasferita con la famiglia in città all’età di otto anni, un’esperienza narrata nel suo primo romanzo, Whole of a Morning Sky (1986), ambientato nella Guyana degli anni sessanta nel corso della lotta per l’indipendenza di quel paese.
Ha lavorato come insegnante e giornalista e, dopo essersi laureata in scienza della comunicazione all’università della Guyana, ha vissuto a lungo nelle aree rurali più remote di quel paese, una fase che ha influenzato i suoi scritti e ha incoraggiato un interesse per le leggende popolari guyanesi, i miti amerindi e le civiltà precolombiane. Si è poi trasferita in Inghilterra dove vive senza interruzioni dal 1977 insieme al suo compagno, il poeta e romanziere John Agard.
La sua prima raccolta di poesie, I is a Long-Memoried Woman, è uscita nel 1983. Il libro si aggiudicò il prestigioso Commonwealth Poetry Prize e un film tratto da quel testo ottenne la medaglia d’oro all’International Film and Television Festival di New York. Il libro è stato anche adattato sotto forma di radiodramma dalla BBC.
Le seguenti raccolte poetiche includono The Fat Black Woman’s Poems (1984), Lazy Thoughts of a Lazy Woman (1989),  Sunris (1996), Picasso, I Want My Face Back (2009), il suo libro retrospettivo di poesie scelte I Have Crossed an Ocean (2010),  The Insomnia Poems (2017) e Passport to Here and There (2020).
A quella di poeta, Nichols affianca una ricca produzione di romanzi e libri per l’infanzia, ispirati soprattutto dal folklore della Guyana e dalle leggende Amerindie.

Le poesie di Grace Nichols celebrano la sensualità, la generosità, il calore primordiale e attaccano la meschinità, l’egoismo, il razzismo o il suo travestimento più comune, l’ipocrita paternalismo.
La sua prima raccolta, I Is a Long Memoried Woman (1983), che ha ottenuto il prestigioso Commonwealth Poetry Prize, è l’ambiziosa storia di una donna Afro-Caraibica vista attraverso tutti gli stadi dello sfruttamento storico.
The Fat Black Woman’s Poems (1984), forse il suo libro più popolare, ruota intorno a un personaggio nuovo ed emblematico: “La grassa donna negra”. È una divertente, rilassata e carnale sfida a tutto ciò che è magro e mediocre nella società occidentale. La magrezza, quindi, come segno di avarizia e meschinità, come nella celebre tirata di Giulio Cesare contro Cassio nella tragedia Shakespeariana.
In Lazy Thoughts of a Lazy Woman (1989) la voce è simile a quella della “grassa donna negra” ma questa volta orientata verso un’accettazione e una conquista psicologica del proprio “ambiente acquisito”, verso un desiderio di appartenenza, quasi di contro-colonizzazione, come nel famoso verso, diventato proverbiale: wherever I hang me knickers that’s my home: “casa è dovunque io metta le mutande a stendere”.
Anche la lingua si fà gergale e dialettale, in un orgoglioso recupero della lingua creola caraibica contro l’“inglese della regina”. In questo Grace Nichols si affianca a quel movimento fertilissimo dell’Inghilterra contemporanea che sono i poeti “dub” di origine caraibica.

(© Traduzioni di Andrea Sirotti; Nota di Andrea Sirotti, da Inkroci)



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