Tre poesie da “Isola” (1932), opera d’esordio di Alfonso Gatto

Immagine da: Franco Pappalardo La Rosa, Alfonso Gatto. Dal surrealismo d’idillio alla poetica delle “vittime”, Edizioni dell’Orso, 2007, dettaglio di copertina.


Plenilunio

«Calore d’esangue notte,
all’onda remota dell’aria
ai suoi vaghi pensieri
l’anima ascolta,
passano i lumi alle terrazze, il cielo…
Il cielo sorge da lontano,
riverbera solitario amore
di mari morti e sereni.
Remoto nel sogno lunare
si spalanca un mattino di vette
e case limpide argentee
sgusciano al cielo
in mondi di tenero fiato.
Deserta in vuoto candore
cheto villaggio d’infanzia
terra del dolce sogno:
azzurri carri di neve
salivano ai monti pallidi
e la notte era un vano chiamare
nell’eco perduta dei morti.


Universo che mi spazia e m’isola, poesia

In ogni gioia breve e netta scorgo il mio pericolo.
Circolo chiuso ad ogni essere è l’amore che lo regge.
Tendo a questo dubbio intero, a un divieto in cui
cogliere il sospetto e la lusinga del mio movimento.
Universo che mi spazia e m’isola, poesia.



Carri d’autunno

Nello spazio lunare 
pesa il silenzio dei morti. 
Ai carri eternamente remoti 
il cigolìo dei lumi 
improvvisa perduti e beati 
villaggi di sonno. 

Come un tepore troveranno l’alba 
gli zingari di neve, 
come un tepore sotto l’ala i nidi. 

Così lontano a trasparire il mondo 
ricorda che fu d’erba, una pianura. 



da Isola in Tutte le poesie (Mondadori, 2017)

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