Poesie di Margherita Guidacci. Parte I (1946-1977)

Immagine da: Margherita Guidacci. Le Poesie. A cura di Maura del Serra, Ed. Le Lettere, 2020. Dettaglio di copertina

XXI.

Ogni morte contiene in sé tutta la morte della terra.
Perciò morendo saprai
Il pesce buttato a riva della notte d’uragano,
E l’arso albero, e la belva atterrata dalla fame,
E il riposo dei popoli distrutti
Sotto le sabbie dei loro regni dimenticati


XXVII

Ama l’albero in sé raccolto, ama la chiusa fatica
Del frutto che il tempo nutre e che nel tempo ricade.
Ma più ama l’albero nel vento, quando assomiglia alla fiamma futura.

(da La sabbia e l’angelo, Firenze, Vallecchi, 1946)



Fu la sera improvvisa

Fu la sera improvvisa, non nel corso del tempo.
E non ebbe corteggio di gloria occidentale
Né bandiere di fiamma che ondeggiassero
Sui confini del cielo
Nel lento addio, promessa del ritorno.

Fu come se il pugnale di un sicario
Trafiggesse alle spalle il sole inconsapevole.
L’empio tramonto nell’oriente
(Luce mutata in pietra, foglie mutate in piombo,
Acque abbrunate in un immenso lutto)
D’ogni creatura fece statua silente
E dell’aria cinerea
L’opaco specchio del mortale orrore.

(da Paglia e polvere, Padova, Rebellato, 1961)




Gridi

Alcuni hanno impugnato il loro grido
come un coltello per aprirsi un varco
nella foresta che tradisce i loro passi.

Altri l’hanno piantato come un remo
nei mulinelli dell’acqua violenta.
Ruotano intorno, ma è la sola cosa
cui possono aggrapparsi.

Vi sono gridi che s’innalzano
come colonne a puntellare il cielo
che, disfatto, minaccia di crollarci sul capo.

Gridi nitidi, rauchi, tronchi, aguzzi.
Ciascuno chiama gli altri e li contiene.
O forse è un solo grido
che continua nel tempo – ed Eva ancora
urla su Abele mentre ad Hiroshima
la torva cenere disegna nell’aria
l’ultima clava di Caino.

(da Neurosuite, Vicenza, Neri Pozza, 1970)



Il vuoto e le forme

L’inseguimento, la lotta
sull’orlo invisibile,
le immagine afferrate, già credute
nostre, ed in un istante
ridivenute nebbia,
il deluso ritorno –
di cacciatore a cui toccò soltanto
uno stormir di frasche e il breve lampo grigio
della lepre che a balzi si salva tra i cespugli;
di pescatore la cui lunga attesa
finì in un guizzo ironico di carpa,
quella beffa d’argento sull’amo appena sfiorato…

Come siamo sconfitti!
Come ci cadono di mano le inutili armi!
La pietra resta pietra,
la tela è solo tela, il foglio una frusciante
assenza, la tastiera
ostinato silenzio.

Il vuoto si difende.
Non vuole che una forma lo torturi.


(da Il vuoto e le forme, Padova, Rebellato, 1977)

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