Poeti (di Torino) in 10 righe # 32: Silvio Bellezza

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Silvio Bellezza, è nato ed ha risieduto a Lanzo Torinese nel 1941, dove è deceduto nel novembre del 2000. In poesia, dopo l’esordio con Il senso degli anni, Torino, 1972, pubblica numerose raccolte, le ultime delle quali sono: Il libro degli echi, Lorenzo Ed. 1991, pref. Giorgio Bàrberi Squarotti; Una pace precaria, Genesi, 1993, pref. Angelo Jacomuzzi; La neve rossa, Genesi Ed., 1999, pref. Marziano Guglielminetti. L’attività saggistica e critica è testimoniata da Il leggio incantato. Interventi e paragrafi sulla poesia italiana degli anni Ottanta e altre cose, Genesi, 1992. È stato promotore del Premio Letterario di poesia e prosa Città di Lanzo che alla sua morte gli venne dedicato.

Scrittore e alpinista Silvio Bellezza frequenta, in molte delle sue opere, fin nella sua raccolta più matura e centrale, La neve rossa, il tema della montagna, rendendola fondale unitario, con i suoi uomini, gli animali, i paesaggi. Ma, come scrive A. Jacomuzzi due dominanti tematiche e linguistiche si erano rilevate nell’opera di Bellezza: “il rapporto col mondo contemporaneo e con l’effimero” e “l’apertura visionaria sui cieli del tempo e della natura”. La sempre alta consapevolezza formale, ha spesso prediletto versi ampli e talora, anche nella stessa opera, alternanza di versi e prose, di lingua e dialetto.


* * *

Hanno battezzato un bambino con acqua
e inchiostro il mercoledì delle Ceneri,
diventerà certo un poeta con fronte
d’alloro e mani incallite dai versi.
Fingerà d’essere vecchio a vent’anni
con la barba precocemente canuta.
Dirà che non vuole succhiare l’amore
per non compromettersi
e quando sarà invecchiato davvero
avrà scaffali di libri ingiallititi
e nient’altro.

A chi importerà, allora, se mastica
parole prive di senso?


(da Una pace precaria, Genesi, 1993, pag. 15)




Corvi

Ho ascoltato i pensieri dei corvi, stamane,
sotto l’angolo del tetto, mentre un bianco
mantello copriva le spalle dell’eroico fante
che avvinghiato alla bandiera incita l’assalto.
(E le nuvole cavalcavano i monti con minacce
di neve, ma guardando dai vetri mio nonno
diceva: sotto la neve pane)
Noi, invece, pensavamo a tendere trappole
ai merli con un po’ di granturco sotto
un setaccio, ma sovente il grano spariva
e dei merli restavano solo le impronte
sulla neve già alta. la sera, quando i comignoli
lanciavano sguardi anneriti.

Anche in montagna al mese di luglio
li ho trovati. Aspettavano che i gitanti
lasciassero pacchi dietro le pietre
per poi squassarli a colpi di becco.


(da La neve rossa, Genesi, 1999, pag. 27)




La neve rossa

In quale favola siete finiti, miei
caprioli dalle orecchie aguzze, mia
Alice nel paese delle meraviglie, mie
slitte dai sonagli festosi?
La neve arrossava i ginepri, insanguinava
i cigli alle strade e i bordi del lago,
allibivano i tetti con comignoli ansanti.
Stupiti camosci fuggivano tra rocce
ferite, mentre la fiamma crepitava
in camini dove guaivano cuccioli col muso
di cenere. Nascosta un’orchestra diffondeva
ballabili e ragazze, che indossavano
costumi con tanto di cuffia e scarpine
di velluto, intrecciavano danze.
E noi a parlare di calcio e mundial e sentire
l’eco negli stadi impazziti (ma era forse
una nota alta dei clarini e il fruscio
delle gonne).
Allora non credevamo possibile che
da un giorno all’altro potesse giungere
il faccendiere della morte a spegnere
sguardi attoniti, eppure il tempo aveva
già svelato i suoi misteri repentini
e cadenzati come il respiro d’un ventaglio.
Poi fu la volta delle foglie rimaste
che annunciarono una grafia incerta,
l’arrivo di un ospite atteso: timida
ci sorprese l’alba e ad uno ad uno tornarono
gli strumenti negli astucci, quasi tutti
con la federa sbiadita, la folla dileguò
improvvisa com’era apparsa.

Rimase soltanto la neve rossa.


(da La neve rossa, Genesi, 1999, pag. 31)

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