Margherita Guidacci: piccola antologia. Parte II (1981-1992)

Immagine da: Margherita Guidacci. Le Poesie. A cura di Maura del Serra, Ed. Le Lettere, 2020. Dettaglio di copertina, rielaborato



Leggi Poesie di Margherita Guidacci, Parte I (1946-1977)

Inventario della strage

La giovane dalla schiena spezzata, i fanciulli arsi,
l’ottantenne a cui di diritto sarebbe spettato
morire in pace nel suo letto, non quest’assurda fine,
le macerie dei corpi tra le macerie dei muri,
lo strazio delle infime cose, gli occhiali ancora intatti,
i giornali illustrati, la valigia con gli abiti estivi,
gli stampini a forma di fiori e farfalle
che non saranno più riempiti di rena,
tutto ciò che le nostre mani hanno riportato alla luce, ferendosi
tra schegge di cemento ed acuminati ferri distorti,
tutto ciò che i nostri occhi hanno visto e la mente non riesce a comprendere
perché la mente umana non comprende il disumano,
tutto questo rimane come un immenso gemito
che dalle pietre stesse di questa città
si leva a implorare giustizia. Ora i morti hanno pace,
ma per i vivi, senza giustizia, quale pace può esservi?

(da L’orologio di Bologna, Firenze, Città di vita, 1981)




Inno alla gioia

Il dolore era piombo e pietra
e mi chiudeva in me stessa.
Ogni giorno una nuova cerchia di mura,
un nuovo giro di catene.
Ma la gioia
mi dilata ora al centro del cuore
fino agli orli vibranti del mio essere –
leggera come un fiore che apra i suoi petali al mattino.
No, più leggera. Io sono spazio e luce.
Sono il crocevia di liberi venti.



Felicità respirabile

                      …una dicha respirable
                      Jorge Guillén

Non c’investì come un vento gagliardo, non incendiò roveti
non ci costrinse a volgere altrove lo sguardo

tremanti di sgomento, sopra una terra sacra.

Fu una brezza dolcissima, appena percettibile
in un trasalimento di foglie e nell’assenso dell’erba:
carezza sui capelli e farfalla di luce
posata a un tratto su una crespa d’acqua.

E noi la conoscemmo dalla pace
che ci avvolse profonda – come di agnelli al meriggio,
quando null’altro conta fuorché il solare senso di esistere.

Non fu la mente, infatti, ma il nostro corpo stesso che per primo l’accolse
in larghi sorsi di vita: felicità respirabile.

(da Inno alla gioia, Firenze, Centro internazionale del libro, 1983)




V Stazione – Incas

Solo un colore, il giallo, unì conquistatori
e conquistati: questi adoravano il sole,
splendida fonte di vita, e gli altri l’oro,
fonte di morte: che, selvaggia, diedero
a quella gente fiduciosa e ignara,
per depredarla. Almeno non avessero,
in tutta questa storia d’assassinio,
mai fatto il nome di Dio!

(da La via crucis dell’umanità, Firenze, Città di vita, 1984)




Colore di Betelgeuse

Hanno il colore di Betelgeuse
(mi scrivi) i fiori che sono riuscita
finalmente a donarti. Tu che vedi
una Galassia in ogni fioritura
terrestre e un fiore in ogni stella, hai legato
così il mio dono al più amato, per me,
fra tutti gli astri, quello che tu stesso
m’indicasti, quando Orione scalava
l’orizzonte autunnale. Nel nuovo autunno i fiori
saranno morti e il confronto avverrà
tra una presenza e una memoria, o forse
tra due memorie: chi può, infatti, dire
con sicurezza che sia ancora viva
Betelgeuse? Forse noi vediamo solo
quanto di lei ricorda il cielo, a lungo
attraversato dall’antica luce
rosata, in uno spazio così grande
che il viaggio continua, pur se la stella è spenta.
Ma resterà sempre nostro il fulgore
che abbiamo accolto, come l’altro, tenero,
dei fiori divenuti d’ombra. Che importa
il durare, se una risposta è suscitata,
di vita a vita, luce a luce? Avranno
le nostre stesse anime il colore
di Betelgeuse. Così
di riflesso in riflesso si propaga
un amore che custodisce il mondo.



Gli astri dei naviganti

Gli astri dei naviganti, Capella, Rigel,
alzano il capo luminoso sulle acque
mosse da venti di burrasca, mentre
la stagione precipita. Di quali
ansiosi sguardi meta, che ne spiano
l’uscire da una nube, il cenno tremulo
sul travagliato albero! (Ed il cuore
corre al sognato porto).
Cari astri,
come vorrei che poteste soccorrere
anche ogni altra navigazione: poiché tale
sempre è la vita dell’uomo, tra la sponda
natale e quella della morte, e spesso
son più feroci le onde invisibili,
più folte di naufragi che quel mare
a cui recate speranza. Né segnale
alcuno v’è, se l’uomo non lo trova
nel suo cielo interiore, e solo pochi
ne son capaci: il santo che possiede
in carità e preghiera la sua anima;
il fanciullo innocente che dispiega
la prima volta la sua vela; e i teneri,
fedeli amanti che furono
l’uno all’altro timone e stella.

(da Il buio e lo splendore, Garzanti, 1989)




Stella cadente

Alcuni desideri si adempiranno,
altri saranno respinti. Ma io
sarò passata splendendo
per un attimo. Anche se nessuno
mi avesse guardata
risulterebbe ugualmente giustificato –
per quel lucente attimo –
il mio esistere.



Anelli del tempo

Degli anelli del tempo, che si aggiungono
sempre nuovi, furono alcuni così stretti
che ne ricordo solo l’orrore di soffocare.
In altri, larghi e informi, vagai smarrita
senza un sostegno a cui aggrapparmi. I più,
pallidamente indifferenti, si ammucchiavano
gli uni sugli altri, subito saldandosi
senza nemmeno un segno di sutura.
Solo a pochi e per poco è tollerabile
riandare. Ma almeno questo, l’ultimo,
di cui oggi si chiude il cerchio, resta perfetto
nel mio cuore: cornice d’oro intorno
a uno specchio di gioia. Chiedo solo
di serbar quest’immagine. E che a te
uno stesso fulgore la riveli
e la circondi, allo scadere dell’ora,
nel tuo specchio gemello.



All’ipotetico lettore

Ho messo la mia anima tra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.

Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa’ che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.

E sappi che l’affetto nell’addio
non è minore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.

(da Anelli del tempo, Firenze, Città di vita, 1993, postumo)

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