Poesie di Cosimo Ortesta

Fotografia: da Poesia, Crocetti, Anno II, numero 7/8, Luglio/agosto 1989, pag. 61


Cosimo Ortesta (Taranto, 13 novembre 1939 – Roma, 2 settembre 2019) è stato poeta, critico e traduttore di Mallarmé, Rimbaud, Baudelaire ed altri.



da Nel progetto di un freddo perenne, Torino, Einaudi, 1989

Persona

Non colorata né dolorante
la persona amata tacque e ancora
l’altra parlò di un dolore reale
degli animali leggeri
dei sacri animali di coda scura
e in me
in me persona non amata
questo non fu un male.
Può essere stato un lungo mesto bene.


* * *

Testa senza forza che non dimentica mai
musica pensata quasi dimenticata
qui con la tua parte di male
scolaro rimasto solo nella scuola
anch’io imparo questo mondo
in due mondi addormentato
il mio che nel ripetersi
una casa è diventato
il tuo senza riflessi grande specchio
rovina
come impone questa necessità.


* * *

Nel progetto di un freddo perenne
lenimento si sveglia inerme
a severa distanza un lamento all’orecchio.
Tra le crepe nel suo stesso odore
ancora cresce illusione non desiderata
dentro un cerchio antico di due forme una forma
che accresciuta non grida non vuole
venire fuori
lì per un accesso di dolore
inosservata chiedendo più attenzione
a eccesso di colore


da La nera costanza, Palermo, Acquario-La nuova Guanda, 1985

Il margine dei fossili

I
le acque provenienti dagli abissi si congiunsero a quelle,
dando luogo a crolli e al conseguente…
inondazioni derivarono e sedimenti
nel ripetersi della sovrapposizione. Non tutte le pietre
ma solo massi spezzati stettero alla base

II
nell’ardesia si vedevano di frequente
forme di pesci esattamente come fra le mani
bocche si scolpiscono aperte nelle impronte schiacciate

VI
tranquilli nei giorni più frequenti
nella calma che preme al di qua
dei successivi movimenti, quasi incerti
i fossili verso il margine del bosco
meno denso
contro cui deboli perdendosi
gli occhi si rompono

IX
questi depositi, offerte di primizie,
abbattute presso popolazioni artiche
resti di animale
nella limpida traccia del dio caduto
fra il cacciatore e la preda

X
su una placca di ardesia incisa
si distingue avvolto in una pelle
con coda di cavallo e corna
di cervo sulla testa
che finisce a becco

XI
i suoi vicini di parete
sono l’uomo e il rinoceronte:
la testa è priva di lineamenti
ma il ventre
si affaccia a proteggere



da Serraglio primaverile, Roma, Empirìa, 1999

[Verso dove lo sai?]

Verso dove lo sai?
Non c’è direzione: solo fronde e perfetti
boccioli dal prato al selciato
freddi come luce di primavera
verdi nel cespuglio agitato dal vento
impercettibilmente variegato nel sonno

                         sul tronco stringendo le cosce
balbetta adolescente in un alito dolce
fiore dentro fiore retrocede balbetta
a una scia di neve caduta nell’acqua.

Verso dove lo sai –
il collo della margherita il docile verme
sopra il viola rampicante
che s’affaccia sopra il letto del torrente
verso dove lo sa lei
che retrocede tra sorella e sorella
vigile al dolore rifiutandosi
al canto serrate le ali
immaginato il calore di un bocciolo.

Per approfondimenti, consiglio: “Una sola digressione ininterrotta. Cosimo Ortesta poeta e traduttore, di Jacopo Galavotti e Giacomo Morbiato e l’articolo inerente su Le parole e le cose 10 anni, (intervista di Tommaso di Dio) da cui riporto questo passaggio:
“… l’assenza di Ortesta da quasi tutte le ricostruzioni del secondo Novecento poetico è probabilmente imputabile a ragioni “di campo” ma anche personali. Per le seconde, basterà immaginarsi un carattere schivo, ma anche rigido, inflessibile nei rapporti e nei rifiuti, contrario a ogni esposizione di sé e compromissione nel circuito sociale e mediatico della poesia – i rapporti privilegiati saranno piuttosto quelli di amicizia, da Risset a Raboni, da Zanzotto a Rosselli, da Giudici a Bertolucci, con ricadute poetiche spesso assai notevoli. Su un altro piano, bisognerà porre mente all’esordio, nel 1980, con Il bagno degli occhi; esordio tardivo di un autore non più giovane, ormai quarantenne (ma il libro era stato in larga parte composto negli anni Sessanta), dedito a uno sperimentalismo di matrice psicanalitica e metapoetica più vicino a Cucchi, Viviani, De Angelis che non all’esordiente prodige Magrelli, ma anche lontano dal manierismo neo-metricista inaugurato dall’Ipersonetto zanzottiano (1978). Dunque un esordio in parte fuori tempo, che risente forse del mito post-sessantottesco del poeta giovane e che finisce per collocare Ortesta in una stagione precedente accanto a nomi ben più noti e visibili.”

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