Intervista a Franco Trinchero, di Paolo Pera

Immagine: da Opere d’inchiostro 1991-1995, Osservatorio poetico giovanile Città di Torino, 1995, pag. 92



1) Buondì Franco, nel corso dell’anno passato è stata rieditata la tua silloge Verbali d’infrazione (Campanotto Editore, 2021). Raccontaci la genesi di quest’opera, e poi inquadra il riferimento posto in limine, quello al cosiddetto “barbaro aristocratico”; è corretto alludere a questo per definire il tuo approccio alla poesia?

Sì, la poesia dal mio punto di vista o è barbara o non è, nel senso che la poesia può declinarsi in molti modi, ma sempre ha da essere “straniera” ai linguaggi correnti, alle chiacchiere del quotidiano, ai discorsi rimbalzanti nei media. Ed è appunto per questo anche aristocratica, non per presunzione ma perché richiede lettori disposti ad assumere posizione non di comodo nei confronti della realtà quale ci appare.
Verbali d’infrazione è nato da un nucleo di poesie a sfondo autobiografico scritte negli anni 2010 e 2011 (un po’ un bilancio dopo i 50 anni), che mi parvero, appunto, “infrazioni”. A quel nucleo ho aggiunto altre poesie di poco anteriori o posteriori, che mi sono parse utili a formare un discorso compatto.
Come dicevo già nel mio libro Vetrofanie inquiete, ciò che va infranto è «la pellicola dei giorni tutti uguali». L’inatteso, l’unicorno nel patio di Cortázar, è ormai l’unica sostanza possibile della poesia e anche di una non effimera salvezza.


2) Nel corso dei nostri interminati dialoghi, per me sempre ispiratori e istruttivi, hai accennato a una dimensione nichilistica del tuo pensiero (poi trasposto in poesia). Ti riconosci nell’amor fati di nicciana memoria?

Sì, l’amor fati è l’unico atteggiamento che consente oggi a una persona consapevole, di sopravvivere incolume nel sempre più dilagante Kaos, tale da suscitare non incongrui pensieri apocalittici.
Solo un auspicabile oltreuomo che dall’amor fati giunge a una trasvalutazione dei valori, può sfuggire al naufragio di un Kaos che vede alleati i potenti e i sudditi devoti: in proposito si pensi alla deriva autoritaria, in Italia e in molti altri Paesi, scatenata dalla comparsa del Covid-19, e infine alla nuova guerra intrapresa da Putin.


3) I tuoi maestri, che commemori in questo volume, sono stati Giorgio Bàrberi Squarotti (che qui ti omaggiò di una prefazione) e Maria Luisa Spaziani. Vuoi condividere un ricordo affettuoso di entrambi?

I due citati sono miei Maestri per la letteratura (ce ne sono poi altri, per la filosofia). Ricordo che M. L. Spaziani, quando scrissi una recensione (non granché positiva) della (ora scomparsa) poetessa A. Scarpa, in cui citavo lei, Spaziani, per contrasto, come donna scevra del complesso di Penelope, mi mandò un biglietto con la volpina per ringraziarmi; non molto tempo dopo (avevo 28 anni) scrissi un articolo su femminismo e femminilità nella Spaziani [rif. nella bibliografia del Meridiano Spaziani Mondadori], e lei mi disse con molto calore che nessuno ancora l’aveva espresso in modo così efficace.
Di Giorgio Bàrberi Squarotti ho svariati ricordi di incontri e di scambio epistolare, ma ancor più affettuoso e il ricordo di quando, negli anni ‘70, abitavo nel suo stesso quartiere a Torino e ogni tanto lo incontravo per strada: andava lui stesso a fare la spesa, tenendo per mano il figlioletto Giovanni (oggi docente di Letteratura italiana nell’ateneo di Torino), io lo salutavo e coglievo l’occasione per rapidi conversari su persone o questioni del mondo letterario.


4) Questa domanda è così complicata da risultare banale, soprattutto se fatta da persone che tali sono (e spero di non essere tra questi): cos’è per te Poesia?

Come accennavo in 1) penso che la poesia – beninteso, in questa età postmoderna – debba essere (come anche riconosceva Giorgio Bàrberi Squarotti) un “di più” gnoseologico rispetto alle altre discipline euristiche, un andare “oltre”, in cui naturalmente giocano anche l’immaginazione e la fantasia, nel proporre interpretazioni della realtà o di suoi possibili, non sovrapponibili a quelle che ci forniscono il discorso ordinario, quotidiano, e le altre espressioni culturali, scientifiche e saggistiche, e soprattutto non a quelle che sono innervate dell’ideologia dei “vincitori”, delle classi dominanti e trionfanti nel Kaos del mondo contemporaneo.
Soccorre il detto di T. Ceva (1648-1737), citato da Montale, che la poesia «È un sogno che si fa alla presenza della ragione»; cui si pone a specchio il Gravina (1664-1718): la poesia come «un delirio che sgombra le pazzie».


5) C’è speranza per la poesia italiana? Tra le tue letture chi ritieni essere un maestro odierno (anche uscendo dall’arte della versificazione)? Chi merita la tua considerazione tra i “non ancora maestri”?

Non sono granché ottimista sul futuro della letteratura italiana (un po’ più, su quella di altri paesi dell’Occidente o in via di sviluppo). Di maestri veri e proprî nella narrativa vedo solo Walter Siti, nella poesia Milo De Angelis e Fabio Pusterla. Dei “non ancora maestri” non saprei dire. Vi sono molti giovani che scrivono: in gran parte privi della necessaria attrezzeria culturale e specifica del fare versi o racconti o romanzi, ma qualcuno ha sicuramente delle potenzialità (non ultimo il recettore di questa intervista).


6) So che sei molto affezionato all’Opera di Edoardo Sanguineti, ritieni il tuo lavoro affine al suo in qualche modo? Chi altro tra gli estinti è indispensabile? Chi va assunto fin nelle ossa?

Una mia affinità con E. Sanguineti è un certo tipo di poesia dall’andamento di narrazione ellittica, “revocata”, “sabotata” (parola cara allo scomparso filologo e poeta). Ma non lo seguo nell’ironia corrosiva e a cascata: dell’ironia io faccio un uso parsimonioso, come pimento.
Tra gli estinti indispensabili, sicuramente Montale e Sereni. Sono questi i due coloni del Novecento italiano, e appunto essi (insieme a grandi “stranieri” come Eliot, Pound, Celan, Bonnefoy) vanno «assunti fin nelle ossa», naturalmente non per imitazioni da psittacosi, ma per assorbire un clima e un ventaglio di dubbî e di domande che tuttora sono indispensabili.


7) Sei uno dei più preziosi e appartati artisti della Parola di Torino (a mio dire la “terza capitale poetica italiana”), credi sia una città che può dare ancora molto al panorama letterario nazionale?

Purtroppo non credo che Torino possa dare granché al panorama letterario Nazionale. Dopo Gozzano e i crepuscolari e Graf è stata una città asfittica per le Lettere (non invece per la filosofia e per la politica, e anche per le arti figurative), quantomeno in confronto con Roma e soprattutto con Milano, e anche con la Napoli di un recente passato. Nella poesia, in specifico, venute a mancare certe personalità (a titolo di esempio Giorgio Bàrberi Squarotti, Angelo Jacomuzzi, Lionello Sozzi), la situazione a Torino e oggi confusa e schizomorfa, anche se non mancano alcuni valenti poeti, dei talenti molto diversi e non sussumibili sotto una declinazione regionale, diversamente per esempio da una scuola lombarda di lunga ascendenza. 
 

8) Tira le somme del tuo percorso, ora dove ti trovi? Dove sta andando la tua ricerca, la tua Opera?

Partito negli anni ‘70 e ‘80 con una poesia liricheggiante, piuttosto orfica e non immemore dell’ermetismo storico, dagli anni ‘90 sono gradualmente passato a una poesia di “narrazione senza centro”, intesa a rispecchiare la destituzione di fondamento dei comuni canoni interpretativi, dei paradigmi accreditati. La mia ricerca prosegue in questa direzione, forse da ultimo recuperando (con cautela) qualcosa di un giovanile lirismo ispirato dalla Natura.


9) Franco Trinchero sta forse elaborando qualche progetto? Possiamo sperare in altri tuoi lavori?

È possibile che io prossimamente pubblichi un libro di poesie di anni recenti, severamente selezionate, magari (auspicabilmente) presso Donzelli o La nave di Teseo.


10) In conclusione, ci vuoi lasciare qualche pensiero da conservare ed eventualmente tramandare?

Come pensiero da conservare e tramandare, sempre e solo quello che la mia docente liceale di filosofia Maria Adelaide Petz von Drauenau ripeteva come un mantra: «sàpere audere», il motto di Kant, «abbi il coraggio di usare il tuo intelletto», cosa sempre più desueta ma l’unica che possa garantirci un futuro, almeno di dignità, di là dal trionfo del Kaos e della morte.

Leggi anche, nel blog:
Poeti (di Torino) in 10 righe # 11: Franco Trinchero
“Verbali d’infrazione”, di Franco Trinchero: una lettura di Paolo Pera
Franco Trinchero. Inediti, del 10 febbraio 2021

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