“Senza turbare il cielo”, di Gianfranco Isetta: lettura di Carlo Prosperi, con un commento e una selezione di testi

Gianfranco Isetta, Senza turbare il cielo, puntoacapo, 2020

                Senza turbare il cielo, la nuova silloge poetica di Gianfranco Isetta, rimanda sùbito, a cominciare dal titolo, all’atarassia, cioè a quell’assenza di turbamento interiore che, secondo Epicuro, è la suprema aspirazione del saggio e, soprattutto, la condizione perenne degli dèi, che vivono negli intramundia (metakósmia), ossia negli spazi vuoti tra gli infiniti mondi, e non si curano delle vicende umane. Si potrebbe obiettare che gli dèi in cui ancora crede il filosofo greco per noi moderni sono solo umane finzioni o, tutt’al più, delle ipotesi ipostatiche, ma non sfuggirà che qui, al posto degli dèi, troviamo una metonimia: «il cielo». Che designa, sì, una realtà naturale, ma è anche, tradizionalmente, un’elegante maniera di alludere impersonalmente a Dio, alla sua sede o a quanto comunque potrebbe surrogarlo. Per rendersene conto, basta riandare ad una celebre lirica di Pascoli, X Agosto, dove il poeta evidenzia la traslazione semantica dal «cielo» fisico al «Cielo» metafisico mediante il passaggio dall’iniziale minuscola a quella maiuscola.

         Questo per dire che Isetta rimane fedele alle sue convinzioni lucreziane, tanto che anche in questa raccolta séguita a parlare di vuoto, di atomi e del loro vario combinarsi in un perpetuo moto di trasformazione che va dalla nascita alla morte, alla rinascita, in un alternarsi incessante di sempre nuove aggregazioni e disgregazioni. È nella natura delle cose. Panta rheî, per dirla con Eraclito. E le nuvole ne sono l’immagine simbolica privilegiata. Solo che, di fronte a questo processo ineluttabile, all’uomo è difficile, se non impossibile, mantenersi imperturbabile. L’uomo non è il cielo. Sorgono allora dubbi, perplessità, titubanze, che la ragione fatica a tenere a bada, vuoi perché a contrastarla insorgono le ragioni del cuore, vuoi perché la poesia, per sua natura, è spia di quella «capacità d’infinito» che per Leopardi è propria dell’uomo e non si acquieta alla dissolvenza dell’esserci nel nulla né alla prospettiva di rinascere in altra forma, senza fine e senza scopo. Senza senso.

Di qui proviene il pathos che, mentore appunto il poeta di Recanati, permea questi versi, seppure con una levità e una grazia – e potremmo anche parlare di classica compostezza – che è forse la cifra specifica della produzione isettiana, ligia per lo più alle misure della migliore tradizione italiana, imperniata sull’endecasillabo e sul settenario. E tuttavia così ritmicamente nuova nel gioco assiduo degli enjambements, nel variare degli accenti, nella sapiente articolazione delle anafore, delle epifore, degli echi fonici (dalle frequenti assonanze alle rare rime, dalle allitterazioni alle riprese a distanza di versi o di parole-chiave). Sinestesie, callidae juncturae, ardue e ardite combinazioni di parole e di immagini fanno il resto, con esiti stilisticamente ragguardevoli, anche nell’assimilazione di versi e spunti allotrî (si pensi al sintagma pascoliano «verranno le stelle», cui basta l’aggiunta di «arcobaleno» per stravolgerne il senso in tutt’altra direzione).

         Isetta ha a cuore gli amici, gli affetti familiari, i ricordi, la vita, anche quando guarda ad essi da un avanposto periclitante, da un discrimine avanzato, «mentre s’annotta». Egli non crede a un senso prestabilito e, per così dire, scontato: ad «una tradizione / che lo vorrebbe soffiare il mondo».  Anche ammesso che esista, «non è dato di saperlo / perché il fondo delle cose si sbriciola / sul tempo come il resto d’ogni storia». Ma questo oraziano scire nefas non è una rinuncia a priori: è, semmai, lo stimolo a una ricerca che, partendo dalle sensazioni, dall’«incontro dei sensi con le cose / come in un’attrazione adolescente», mira a  sondare delle possibilità, a trovare all’intorno indizi congetturali o, meglio ancora, analogie di una sorte comune. Eccolo allora attingere dai ricordi personali o dalla natura circostante spunti per il suo discorso, metafore o emblemi che gli consentono di esprimere e di oggettivare, per quanto possibile, stati d’animo, impressioni ed intuizioni personali. Si è già detto del cielo, delle nuvole, ma si dovrà pure parlare degli alberi, e quindi delle foglie, dei rami, dei tronchi, e poi ancora dell’acqua, della neve, del sole e della luna, della luce e dell’ombra variamente declinate nelle loro potenzialità evocative: di quanto, insomma, suscita la danza creatrice di Shiva. Ma tutti questi elementi naturali, proprio per il loro valore simbolico, non designano e non disegnano un continuum paesaggistico, un quadro organico: vivono sospesi in una indefinitezza che nemmeno i deittici, quando ci sono, valgono a dissolvere.  Essi diventano così correlativi oggettivi di cui l’io poetico si avvale per dare forma all’«inconosciuto che ribolle» e «chiede / il riconoscimento che è dovuto».

         Prendiamo ad esempio la luna, nella quale Ivan Fedeli, nella sua “Prefazione” alla plaquette, ravvisa giustamente un emblema leopardiano. Essa diventa una interlocutrice silenziosa, non meno elusiva che allusiva, sempre sul punto di disvelare enigmi che tali rimangono: «Mi ha guardato la luna / verità di passaggio / per non essere colta». Prendiamo l’albero, con i suoi rami e le sue foglie: ebbene, per due volte il poeta parla del suo «tronco d’oggi vacillante» e si rappresenta quale «Pianta che appare spoglia / di tante foglie pronta / a sciogliere i suoi rami». Ma le foglie, oltre ad evocare – si può dire da sempre – la caducità e la fragilità dell’umana esistenza, adombrano qui promesse di fioriture poetiche; ed anche «la parola / dai contorni incerti e tremante ancora», pur «appesa a un ramo scabro», «come foglia /si fa traccia dei fiori che nasconde». E saranno, magari, «i fiori del deserto» di leopardiana memoria, capaci di addolcire il «profumo buio / che aleggia nei dintorni» quando «si abbrevia l’orizzonte», quando, in una sorta di straniamento, ci sentiamo dei «sopravvissuti». Allora: «Ci cambia il paesaggio intorno, il mondo. / Tutto ci appare lontano, diverso / preme su noi la forza delle cose».

         Quella di Isetta non è più la stagione «che il mondo foglia e fiora» della duecentesca Compiuta Donzella: «Le parole d’autunno / hanno le labbra chiuse»; ciò nonostante, il poeta, che ha «rimediato parole ogni giorno / tra i sassolini e le foglie ingiallite / come fossero voci in letargo / onde sismiche intorno a propagarsi / pronte alla luce che pure ci inganna»,  non rinuncia all’esercizio vitale o, se vogliamo, al «gioco» della poesia, che risponde «in colori alla natura» e asseconda, a suo modo, la danza del cosmo. E questo anche se «ogni parola è una ferita» che «duole», poiché «in ogni parte quando si propone / dissoda spazi di seminagione // per tracce che han memoria di neve». Lo ribadisce altrove: «Chiede presenza persino il dolore / dentro le acrobazie della mente. // Allora scrivere diventa un gioco / in questo vivere tutto il presente, / seguendo bussole di cambiamenti, / con il destino premuto alle tempie / e l’occhio aperto a tutte le intemperie // dei giorni che rimangono possibili». In un certo senso la poesia è un piacere, perché – come ben sapeva Petrarca – «cantando il dolor si disacerba», ma, nello stesso tempo, è un dovere: una testimonianza coraggiosa e necessaria. La poesia, in altri termini, è la colonna sonora dell’esistenza. Ed ora che, alla stregua di Odisseo, si appresta «a fronteggiare la grande sirena», Isetta non esita a rivolgersi alla sua musa con un verso di Claudia Ruggeri: «prestami la parola che s’addica». Una parola adeguata alla dissolvenza che segna l’esaurirsi della storia, capace di suggerirne il mistero. Senza tuttavia presumere di turbare il cielo.

Carlo Prosperi  


     Constato, al termine del mio (colpevolmente lento e frammentato) procedere nella lettura di Senza turbare il cielo, dopo un puntiforme lavorio di chiose e annotazioni, che veramente poco è possibile aggiungere alla nota di Carlo Prosperi. Infatti, ogni aspetto saliente dell’opera in esame viene colto con precisione e senza divagazioni laterali o dispersive: da quello stilistico e formale (la “classica compostezza […] ligia per lo più alle misure della migliore tradizione italiana, imperniata sull’endecasillabo e sul settenario”), all’esame delle famiglie di nomina (il “cielo” e le “nuvole”, gli “alberi”, i “rami”, i “tronchi” e – soprattutto aggiungo io – le “foglie”, “e poi ancora l’acqua, la neve, il sole e la luna, la luce e l’ombra”). Fino al clima complessivo della raccolta, “di dissolvenza”, che accoglie e interroga in sé un metonimico autunno, che armonizza il paesaggio interiore a quello esterno, e che racchiude in un dialogo non scontato il microcosmo dell’autore a un macrocosmo – ma rigorosamente sublunare – dove s’inscenano a loro modo le baudelairiane correspondances. Di “panismo latente” parla, non a caso, Ivan Fedeli nella Prefazione.
Per conferma dell’inanità del mio aggiungere, avevo selezionato un testo, a pag. 18 (Quelle notti dei grilli pensanti) al fine di esemplificare l’uso di un settenario musicale, rigorosamente accentato in 3a. Settenario, che più ancora dell’endecasillabo – pur parimenti rappresentato – ho valutato, a torto o a ragione, essere negli ultimi periodi il verso più felicemente utilizzato da Isetta:

E rivedo gli incontri
con gli amici di un tempo.
Scioglievamo le sere
sino all’alba, sgualcita
dalle nostre parole
presumendo l’eterno.
Era lì che nascevano
quelle rughe dei giorni
a sancire che il tempo
ci richiede ricordi.
Era lì che crescevano
a mutarci nel volto
per un chiaro equilibrio
tra memoria ed oblio.

E la luna che incontra
l’infinita passione
che la notte regala
a quei grilli pensanti.

E avevo, altresì, repertato la lunga serie di lemmi che irrorano il clima complessivo di un melanconico – non esclusivo, ma dominante, “tempo trascorso” (“foglie ingiallite”, “ruggine”, “lenta dissolvenza”, “un finale esigente”, “crepuscolo”, “tramonto”, “notte”, “inverno” eccetera), ma che ben più efficacemente ha evidenziato con limpido narrare Carlo Prosperi.

Un punto, mi pare, potrebbe ancora essere meritevole di accenno: quello del confine, cauto e introflesso, tra “le parole in attesa di quel verso” (pag. 31; “scrivere diventa un gioco”, pag. 33) e il silenzio che un po’ attrae e un po’ turba – non il cielo – ma il pensiero del poeta. Nel testo La notte asciuga il pianto, che è riportata nel sèguito, una chiusa intrigante ne reca segno.

Penso sia dunque più efficace, dopo uno stralcio della prefazione del sempre ricettivo Ivan Fedeli, lasciare direttamente la parola a Gianfranco Isetta, attraverso una selezione di poesie tratte dal volume in esame.

(A.R.)

dalla prefazione di Ivan Fedeli

C’è tutta una storia da raccontare nella nuova raccolta di Gianfranco Isetta Senza turbare il cielo: una storia fatta di ripiegamenti, riflessioni, interiorità. Dopo Gigli a colazione, libro cardine della produzione dell’Autore, in cui la poesia assume un carattere di dono ospitale e di spostamento verso l’altro, Isetta doveva necessariamente fare i conti con il moto opposto, quello di uno scavo introspettivo forte, decisivo. Un’esigenza da affrontare per se stesso e per il lettore: era urgente, insomma, passare da Lucrezio e Leopardi, visitarli, giungere a una sintesi, aprire a un quadro nuovo. Nasce così, credo, un libro senza precedenti, che completa la ricerca gnoseologica di un Autore polivalente, portandola a piena maturità espressiva e di contenuto: è – cito a memoria – l’inconosciuto che ribolle e chiede il riconoscimento che è dovuto l’oggetto di studio che emerge sin dalle prime pagine della raccolta e cerca contorno. […]
Senza turbare il cielo è un libro di stati d’animo, parti di esistenza che si compenetrano, passando dal passato all’hic et nunc; dove i luoghi, pur con qualche eccezione, si connotano per indefinitezza e resistono, in tal modo, alla coltre del tempo e alla fisicità stessa dell’essere.
Si spiega la scrittura di Isetta, allora. Diventa evanescente, ondivaga e scava nel ricordo, con una grazie che indica sempre un altrove mitico, una dimensione altra” (Ivan Fedeli)


*
Quando si porrà il compito,
non ci sarà la pietas dell’albero
ma il vento a scegliere, più caduche
e già lievi, le ultime a cadere.

Senza turbare il cielo.

(pag. 11)


La notte asciuga il pianto

Deve essere vero che la notte asciuga
il pianto se il silenzio l’accudisce
sino all’alba, mentre immagini nuvole
che tracciano percorsi per nascondere
ogni stella e ti chiedi perché vogliano
cercare d’oscurarle. Forse invidia
della luce? O non piuttosto l’ansia,
vagando, di cercarsi una ragione,
noncuranti del resto che s’incontra.

Io per me cerco nuvole e le stelle
non disdegnando nulla della notte.
E mantengo il silenzio. Qualche volta.

(pag. 23)



La foglia e le sue buone ragioni

Mi spiegava leggera
volteggiando sospesa
le sue buone ragioni
quella foglia decisa
a non scendere invano.

E prenderla per mano
era come rinviare
una storia segnata
fingendo di spiegare
l’immagine del mondo

con l’innocuo artificio delle dita.

(pag. 34)



Capita

Capita

di voler chiudere le finestra agli occhi
che si levano sempre fissi e uguali
senza un progetto per vincere il vuoto.

Capita d’invecchiare, come neve
sporcata dalle polveri sottili,
su una linea che curva s’attorciglia
sempre più, come un nido sotto gronda.

Capita che il chissà cosa e quando,
che ci attende, non sempre ci riguardi
e poi ti capita che l’incontri al varo

Capita.

(pag. 57)




Accendi un po’ di luce

Accendi un po’ di luce
e le parole troveranno un’alba
che ti accompagni sempre
a disvelarti enigmi
sulla breve esistenza
sino al crepuscolo.

Ti aiuterà a pensarti come nuvola
sciolta su un vento lieve di passaggio,
che indugia e chiede strada
del bianco dei tuoi occhi
nel sollevarsi piano dalla terra
che inclina dove accampano le cose.

(pag. 81)

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Leggi anche, nel blog:
Cinque inediti di Gianfranco Isetta, del 10 marzo 2021
“La tela acchiappasogni” e “Nuvole gonfie”, inediti di Gianfranco Isetta, del 9 febbraio 2022

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