“Scrivere una poesia” ed altri testi di Giorgio Vigolo

Ph: da Poesia, Crocetti, Anno IV, Maggio 1991, n. 40, pag. 35


Giorgio Vigolo è nato nel 1894 a Roma, dove è vissuto e morto nel 1983. È del 1913 il suo primo poemetto in prosa: Ecce ego adducam aquas, sulla rivista “Lirica” diretta da Arturo Onofri, e del 1923 il suo primo libro di poesie, La città dell’anima. Tra le sue opere più importanti le raccolte poetiche Canto del destino (1959) e La luce ricorda (1967, Premio Viareggio) e quella di racconti Le notti romane (1960, Premio Bagutta). Il meglio della produzione in versi è raccolta in Poesie scelte (a cura di M. Ariani, 1976). Ha collaborato alla “Voce” di Giuseppe De Robertis, a “L’Italia letteraria”, a “Circoli” e “Letteratura”. Ha curato la prima antologia dei Sonetti del Belli, anticipo della memorabile edizione critica del 1952. È stato critico musicale per le riviste “Epoca”, “Risorgimento Liberale”, “Il Mondo”. Nel 1982 ha pubblicato il suo unico romanzo La Virgilia: un racconto lungo, o poema in prosa, scritto a 27 anni (da Italian Poetry)

Congedo

Io detesto le mie poesie
non meno di te, mio abominevole lettore,
anzi ti supero nella viltà,
in bassa denigrazione
e nausea di me stesso;

ma ho pure momenti
in cui esse mi svelano
una loro deserta e tragica bellezza
di cui io stesso non son degno
e rimango abbagliato.

Per quei soli momenti vivo ancora.



Un sogno

Un sogno di cui ho dimenticato
tutto, meno che l’aura e il ribrezzo,
mi tiene in ansia come un condannato
per un crimine che non ho commesso;

e da aule, già viste in un passato
d’altre esistenze, evoca un processo
di torture e di giudici con occhi
sempre fissati addosso all’innocente
dandomi l’ossessione del rimorso;

o forse solo è il sogno che ho dimenticato.

(da I fantasmi di pietra, Mondadori, 1977)



Scrivere una poesia

Scrivere una poesia,
sempre è un colpo di mano dell’ignoto,
un penetrare svegli
nel mistero del sogno,
un prendere possesso della notte.

Aggiramento, azione di sorpresa
sulla nostra città profonda
forzare la sua porta,
entrare fra le case addormentate,
scoprire il loro segreto.
Perciò una poesia si scrive di soppiatto,
all’insaputa quasi di noi stessi;
è un contrabbando fatto sui confini
sorprendendo le scolte, è un furto sacro
in cui si rischia la dannazione
o il bacio divino.

Perciò poetando non si deve quasi
vedere ciò che si scrive
nel tenebrore, nella dormiveglia,
nei frastagli del confine
che sono come i fiordi della mente
ove si penetra nei mari interni
molto addentro nei seni
di una soprannaturale calma.

(da La luce ricorda, Mondadori, 1967)



L’arcano specchio ove tentai me stesso

L’arcano specchio ove tentai me stesso
stringere in unità d’odio e d’amore,
al fisso sguardo turba il suo colore
e poi m’oscura se più a lui m’appresso;

e, in luogo del mio viso, altro riflesso
mi porge ignoto ove, mancando, il cuore
sente diviso fra delizia e orrore
che la mia vera essenza vi confesso.

O sangue mio, che tante fiabe e mostri
cavalchi nella cupa ombra dei mali,
che bosco fai, che venturosa notte!

Ma dentro i tronchi salgono i coralli
salmeggiati dal fondo delle grotte:
laggiù nascondo i miei segreti altari.

(da Canto del destino, Neri Pozza, 1959)



Salmo

O miei piovosi inverni,
umidità delle mie strade antiche,
e voi, chiese grondanti,
cimiteri dentro le nuvole,
solo a sera una fiamma
d’ aperto cielo accende
il sanguigno mattone dei ruderi,
solitario sui prati spenti.

Mia vita, anche tu attendi
sui tuoi colori muti
il salmo dell’ ora serale.

(da Linea della vita, Mondadori, 1949)

Notturnale

Sol ch’io possa vagar Roma notturna
per vie segrete antiche e in me risgorga
la memoria com’acqua di sotterra.
Profonda ai passi miei vibra la terra
d’un ridestato senso ed ogni casa
nel suo sonno di pietra odo parlare,
come parlare in sogno odo i mendichi
che nel portico dormono distesi
in compagnia di morti. Un lume solo
in questa valle altissima di chiese
vacilla nella grotta tra gli avelli
scolpiti e suda il marmo umido come
una fronte. Le nuvole discese
sono ai sepolcri con la nebbia bassa
che dalle grate allaga le cantine
col suo fiato di laghi e di boscose
campagne: ed ecco, le deserte strade
traboccano di folla, un silenzioso
fiume le invade d’anime: sciamanti
vengon meco nel soffio antelucano
riconoscendo le materne pietre.
A milioni s’addensano in anguste
straducole e milioni d’occhi, insieme
mirando, fan questo pallor dell’alba.

(da Conclave dei sogni, Novissima,1935)

3 Comments

    1. Il Sabato, per ora, è dedicato alla poesia italiana del Novecento e oltre, per poeti scomparsi!

      Paolo Polvani mi ha inviato un ebook in .pdf ma non so come fartelo giungere…

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...