Due poesie di Augusto Blotto, da “I mattini partivi” (Aragno, 2013)



* * *
La carta di cenere che fulge nelle campane
quando aspiran il granetto d’aria, azzurra
di quel tipo di pianure nere di fanghi
verso montagne carneggio d’aletta
(casco di geli, coscia di selvaggina
punzecchiata – da alberi bianchi-e-neri)
sòldano guarnigioni e marcati (piantiti
di legno traballante, linosato
nel color di sfondo boccia al buio), l’avevo
ripetuto; perché mai cambiare?
La forza meravigliata del ritrovare
molte cose pronte alla posizione
del riprodursi tali e quali è obiettata
da moschini di tragedie altrovantesi,
[però] un po’ ficcati a martello, [da] palco-impartire;
piuttosto, com’è che si può star così male
da morire o odio, di colpo, qui con?

E’ stato a pensare da dove si proviene:
con tutte le vocette di chiari pratili;
i dolori giovani, a forma di tempia e nuca;
quella specie di alto che, ecco, ho visto adesso,
continua un provenire dai cieli sboffo
rosa di periferia, dritto piegato
all’incipiente del marino che, oh! resine,
risorse, le acclara in vie carrate
di nubi a lisca (profondente il retrivo
del contrasto, scenario da boccascena
[carton turchino lumi in fondo])
                                                 Solo
gesta
– ne ho appena, qua, grandi linee di tempra,
………………………….
……………………………
………………………..
………………………….
…………………………….


gennaio 2010 da Ragione, a piene mani, per l'”enfin!”, inedito

da I mattini partivi, Aragno, 2013, pag. 97


Prima paralisi

Non soltanto dalla luce, ma anche da questa luce
e dalla luce: l’invio
salta, triste, sugli asconditi e un giro
attorno alla carne, d’inno, è la quiete.

Poiché importa, importa di noi, i discorsi alla pace
nunziano le casate, quelle che hanno vesti
modeste come gli usi: quasi la pioggia
palloni un sospendere affustato di provincia,
sia un futuro con le cortine mandorle
e fori la saggina di una piazza polverosa
sol con l’ombra del suo dolore in facentesi chiaro;
così l’inezia; circospettata attorno a noi,
da noi; e questi siano, anzi sono, tagliati
da giacca, un giuro di esser visibili,
due come la scioltezza; attillo
che si è curvato a non sorrider troppo

Più che onesto massicciotto, il come intraprendere
e l’assoluta spalluccerìa, dunque, al dolore
vergognato di carie rosse, un ben fisso
quadro: veramente puntuta
l’estensione di questo dolore a noi fuori, pugno di
responsabile lo covre quasi tartaruga
e concentra quasi coccetti: assistere, sfiorosi,
al morire altrui o dargli proprio il via?

A quanto non vorrei metter la faccia!
Siamo stati levati per le cose, felici
anche, esse: e dico noi per me, qui,
constatando questo abrogare diversissimo
dal solito, calmato nell’aver non-già buoni
accedere, fastidiato dalla possanza
del respiro retto ma solo un poco.
                                                       Com’è,
poi, facile e tutti i monti del sorriso
malvàgian la giavanese faccia, infanti
inetti, per quel che propriamente vale
e non ne dico male. Più che dire,
anzi, è un acido.

Saluzzo, Gilba Colleferro, maggio 1967 da Veramente quando, inedito

da I mattini partivi, Aragno, 2013, pag. 77

Leggi anche, nel blog:
Poeti (di Torino) in 10 righe # 3 – Augusto Blotto, del 18 gennaio 2021

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