“Allo stato puro”. Intervista a Francesco Bennardo, a cura di Paolo Pera

Francesco Bennardo, nato ad Agrigento nel 1987, è laureato in Storia e in Lettere Moderne. Appassionato di Storia e Poesia, inizia a scrivere all’età di 16 anni. Attualmente vive a Verbania, dove lavora come docente di ruolo della classe A019. Ha pubblicato le seguenti opere: Invettive apotropaiche, poesie (Temperino Rosso, 2015); Storia della massoneria siciliana nel XIX secolo, saggio storico (Antipodes, 2016); Colpi di grazia, poesie (Aletti, 2017); Il diavolo e l’artista: le passioni artistiche dei giovani Mussolini, Stalin, Hitler, saggio storico (Tralerighe, 2019); 1848: la svolta reazionaria del Regno delle due Sicilie, saggio storico (GEDI, 2020). A breve pubblicherà la silloge poetica Allo stato puro.

Leggi anche, nel blog: Due poesie inedite di Francesco Bennardo (6 ottobre 2021)

Intervista a cura di Paolo Pera


1) Buongiorno Francesco, pian piano si amplia la quantità dei poeti da me intervistati, questo benché tu dia alla poesia un ruolo minore nella tua vita rispetto all’impegno come professore e studioso di Storia, giusto? Come concili questi due ruoli e queste due sfere?

Buongiorno a te e a tutti i lettori. La passione per la Storia è nata quando andavo in seconda media, quindi prima rispetto a quella per la poesia che è invece maturata intorno ai miei sedici anni. Se volessi cercare qualcosa che accomuni i due ambiti, direi che in entrambe le discipline provo a ricercare la verità pura, che non è la verità oggettiva e assoluta ma quella che ogni singola persona ritiene valida. La Storia come indagine su ciò che provano i protagonisti e i popoli, la poesia come indagine su ciò che prova il poeta. Al mio lavoro di docente, l’unico che volessi veramente svolgere (insieme a giornalista, bibliotecario e direttore museale), dedico ovviamente la maggior parte del mio tempo e della mia professionalità, anche perché è un ottimo osservatorio per avere un contatto diretto con i colleghi insegnanti e i giovani, due categorie fondamentali per capire dove sta andando questo Paese.


2) Approfondiamo, nella tua poesia si interscambia a un io poetante in cerca di purezza e autenticità (una voce gentile) un io burlesco, goliardico (una voce talvolta maliziosetta). Che altro è la tua poesia? Portaci degli esempi. Approfondisci quella che è la tua ricerca di purezza, che poi vorrebbe essere la tua caratura distintiva se pensiamo all’opera di prossima pubblicazione Allo stato puro, ma pure al precedente Colpi di grazia (Aletti, 2017).

 Questa domanda mi permette di spiegare in maniera più articolata cosa intendessi prima con verità pura. Partiamo da qualche premessa: l’onniscienza non rientra tra le caratteristiche potenziali degli esseri umani: anche volendo restringere il campo alla “sola” verità fattuale, essa – come sosteneva Kierkegaard – appartiene esclusivamente a Dio (e la conclusione logica di questo ragionamento è la stessa sia che si creda sia che non si creda). Nel cuore di ognuno di noi si nasconde qualcosa che nessuno, nemmeno noi stessi, potrà mai interamente afferrare, scoprire e decifrare; la psicologia conferma questo ragionamento: in caso contrario, infatti, non esisterebbe il subconscio. Ciò non deve generare né sfiducia, né impotenza, né apatia, poiché ogni persona ha il diritto/dovere di esprimersi in una delle sue più grandi facoltà: l’andare alla ricerca della verità, cioè il tentare di trovare sempre nuove informazioni, possibilità, soluzioni. Un aspetto peculiare della nostra condizione di umani è che la comprensione dei limiti della nostra conoscenza non ci impoverisce, ma anzi può arricchirci. Pascal affermava che noi comprendiamo più di quel che conosciamo (vari casi della vita quotidiana ce lo confermano; noi possiamo, ad esempio, provare empatia e immedesimazione verso qualcuno che sta poco bene di salute anche se non abbiamo nessuna cognizione della sua malattia) e io ritengo ciò uno dei connotati più belli ed entusiasmanti dell’umanità. Non si tratta di un paradosso, ma dell’esplicazione di un concetto fondamentale: non è l’accumulazione di conoscenze che genera la comprensione, poiché soventemente la comprensione precede la conoscenza. Andare alla ricerca della verità pura è quindi la soluzione, ma come fare? Innanzitutto smettendo di ritenere i fatti eloquenti di per sé. Un fatto non è mai eloquente, per almeno due ragioni: in primis perché nessun fatto è separabile dalla sua formulazione, in secondo luogo perché lo stesso identico fatto viene giudicato in maniera diversa non solo in epoche e culture differenti ma anche nella stessa epoca e all’interno della stessa cultura (s’immagini un padre autoritario e violento che generi due figli, uno sottomesso e uno ribelle: stesso posto, stessa cultura d’appartenenza, stessa epoca, stessa causa scatenante, conseguenze completamente opposte). Il compito dell’essere umano, qualora volesse dimostrare di essere tale, più che definire è descrivere, ed è per questo che poeti, storici, romanzieri e giornalisti dovrebbero avere una marcia in più. Tutti, umanisti e non, devono comunque fare molta attenzione: la scelta di ciascuna parola da usare è una faccenda che riguarda non soltanto la grammatica e lo stile, ma anche la nostra morale.
Infatti la Storia degli esseri umani è anche, se non soprattutto, la Storia delle loro coscienze e, all’interno di essa, la Storia delle parole gioca un ruolo fondamentale, poiché spesso l’analisi delle modalità di definizione e/o di valutazione dei vari fatti sociali ci rende possibile comprendere il quadro generale di un’epoca più dei fatti storici – politici, militari, economici, ecc. – relativi a quella stessa epoca (e la Storia serve proprio a questo: a “comprendere”, non a “conoscere” o, peggio ancora, a “giudicare”). Quando mi viene chiesto di definire la Poesia, io rispondo che essa è un afflato mistico dell’intelletto, cioè un connubio sublime tra razionalità e irrazionalità: in virtù di questa definizione, essa è legata a triplo filo sia al mondo delle coscienze (autocoscienza, introspezione, intenzionalità) sia a quello delle parole (parola scritta, parola orale, parola grafica). Il poeta non è un “professionista” delle coscienze e delle parole ma, semmai, un “artista” delle une o delle altre. Secondo George Orwell, non esistono uomini o argomentazioni che possano difendere una poesia giacché essa è o autodifendibile (e in tal caso si protegge da sola e quindi sopravvive) o indifendibile, e allora scompare. La sua sopravvivenza deriva quindi dalla cristallizzazione del proprio consenso nella tradizione civile e dalla risposta autentica al quesito sulla qualità; ma si tratta di un consenso e di una risposta che emergono sulla lunga durata, si formano dal pensiero storico delle generazioni e si confermano nell’esperienza esistenziale, come giustamente osserva John Lukacs. Difatti storicamente, soprattutto per quanto concerne le discipline non scientifiche, la verità riesce bene o male a sopravvivere grazie più allo sgretolamento della menzogna che non alla propria autonoma affermazione. Da qui sorge uno dei compiti del poeta contemporaneo: essere “artista” e non “donna/uomo di spettacolo”, superare e distruggere la logica della parola prêt-à-porter buona solo per l’immediato e mirare a cristallizzare la – propria – verità nel corso del tempo; insomma egli deve quindi puntare ai posteri e non ai poster. Ti faccio due esempi, una poesia d’amore – Nematica foglia del tuo regno – e una goliardica, o per meglio dire eroicomica, intitolata Padre Tortura dedicata al ‘Maestro’ Richard Benson.

Nematica foglia del tuo regno

Se capissi la maestosità del tuo sguardo
e il riverbero dell’amore
che mi pervade…
Oh, non mi desterei da tal sogno
e bramosamente assurgerei a te
che sei lacrima nel conforto
e conforto nella lacrima;
ma io, nematica foglia del tuo regno,
ho conosciuto quel crollo
che mortifica, m’inganna
e m’afola la tua beltà.
Oh, non odiarmi
perché ho timor tuo
e se non potrò capirti
permettimi di andare
con la dolcezza del vento
verso le vette dell’innocenza.

*

Padre Tortura

Quante volte, Richard,
hai pensato che quelle urla turgide
echeggiassero solo nel tuo animo,
quasi a rimarcare,
come fioca sottolineatura,
un fulgore dionisiaco e maledetto?
L’ultimo gregge vaneggia
d’una diseredazione del Tevere
e scalfisce il suo sogno represso
lanciando oggetti e dignità.
Non disperi il Gerarca Infernale:
le lacrime nere sgorgate
dal tuo cuore di metallo
temprano fiumane di pure fattezze,
e la tua fiammante figura
è l’icona della nostra passione!


3) Diversamente dalle successive, l’opera prima, Invettive apotropaiche (Temperino Rosso, 2015) dava maggior risalto a un aspetto goliardico, ricordo distintamente alcuni componimenti dedicati – con intento “umanizzante” – a certi personaggi trash, micromondo che ambedue amiamo. Vuoi parlarcene? Fa’ degli esempi. Perché hai sentito l’esigenza di umanizzare persone, di fatto, trattate quali “fenomeni da baraccone”? Come gesto poetico ha, a mio modo di vedere, anche del politico… Che cosa muove Francesco Bennardo verso quel trash già di moda ed ora tornato un po’ più a lato rispetto agli interessi degli abitatori del web (ovviamente per dare spazio ad altre oscenità, penso alle menzogne imbarazzanti ripetute in loop su più fatti importanti, come pure i tantissimi smascheramenti di queste)?

 Io mi sono interessato al trash grazie a quell’immenso “genio malvagio” che era Tommaso Labranca e al suo Andy Warhol era un coatto, che però si concentrava più sul trash visto come “brutta copia” o “parodia” dell’originale. Io invece mi sono occupato di quei personaggi – che tu definisci “fenomeni da baraccone” – involontariamente trovatisi in quel vorticoso calderone che è la viralità. Ho dedicato un poemetto a Osvaldo Paniccia, un anziano pittore che voleva semplicemente vendere qualche quadro e invece si è ritrovato di colpo a essere un freak internautico per qualche soggetto strampalato e la voce roca. Chissà in quanti lo ricordano oggi… Ed anche con il sopracitato Richard Benson – forse il personaggio più emblematico, nonché quello di cui mi sono occupato maggiormente – e YoutuboAncheIo si potrebbe fare lo stesso discorso: aspiravano a un minimo di vitalità, si sono trovati il massimo della viralità sardonica. Una viralità che, quasi sempre, si è rivoltata contro di loro, anche con conseguenze tragiche. Certamente è un discorso anche politico, perché i tre personaggi che ho citato rappresentano la vera new epic italiana, quella che descrive l’Uno contro il Mondo (e che io cerco di interpretare in chiave meno tragica e più eroicomica): sono come Enea, el Cid, Sigfrido, Ulisse e Fantozzi. Ecco, direi che sono dei Fantozzi inediti ma conosciuti da tutti, per i motivi sbagliati. Ma non c’è colpa ad essere Fantozzi – anzi c’è, semmai, una certa vocazione al martirio, all’eroismo, al portare la croce – mentre la società ha la colpa di creare tanti, troppi Fantozzi.


4) Sul versante dello studioso, chi è lo storico Francesco Bennardo? Quali sono i tuoi campi di ricerca, parla dei tuoi studi sulla massoneria siciliana (La massoneria siciliana nel XIX secolo e l’ideale del perfetto massone, Antipodes 2016), e pure dell’arte dei grandi dittatori del Novecento – che tratti nell’opera Il diavolo e l’artista (Tra le righe Libri, 2019), che io simpaticamente ti storpiai come “I diavoli artisti” o “Gli artisti diavoli”, non ricordo bene –. In quest’ultimo saggio quale conclusione ha raggiunto? Se non erro questo ti ha ultimamente permesso l’accesso a un dottorato di ricerca, nevvero?

 Sono un aspirante storico un po’ onnivoro, anche se mi concentro soprattutto sull’età contemporanea. Il saggio sulla Massoneria fu la mia tesi di laurea specialistica, che piacque abbastanza e venne pubblicata. Mi interessava mostrare il lato politico della Massoneria in epoca Risorgimentale, descrivendola per quello che era – senza sopravvalutare né sottovalutare il suo ruolo – andando alla ricerca delle contrapposizioni ideologiche tra logge filocavouriane e logge filogaribaldine. Questa ricerca mi ha permesso di capire che lo storico non è un inquisitore ma un investigatore: cerca indizi, cioè fonti, le seleziona in base alla loro autorevolezza, le mette in fila e viene alle conclusioni, senza lasciarsi condizionare dai pregiudizi iniziali. Invece il saggio sui “diavoli artisti”, come li hai chiamati tu – ossia Mussolini, Hitler e Stalin – è partito dalla curiosità della constatazione biografica che vedeva i tre dittatori “artisti senza arte né parte” in età giovanile. Le mie ricerche sui romanzetti di Mussolini, sui dipinti di Hitler e sulle poesie di Stalin mi hanno ispirato due possibili conclusioni (le quali dovranno essere vagliate e controllate ulteriormente, s’intende): la prima è che il mancato sfondamento nel mondo dell’arte ha dato ai tre un quid di grinta, rabbia e determinazione in più che può esser stato decisivo nel loro successo politico; la seconda è che il modo in cui hanno interpretato l’arte ha condizionato il loro governare. Grazie a questo saggio, ho iniziato un dottorato di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università de la Rioja, a Logroño (Spagna).


5) Chi sono stati i maestri della tua poesia? E quali lo furono del tuo approccio quale studioso di Storia? In questo secondo ambito ti identifichi, per caso, in un preciso approccio critico?

 Se per maestri intendi insegnanti che mi hanno trasmesso il loro sapere lavorando fianco a fianco, ahimè non ne ho avuti, né in poesia né in storia. Sono stato un autodidatta in entrambe le discipline, e lo dico con grande mestizia poiché mi accorgo che per la mia generazione, che poi è la generazione Y (ossia quella dei millennial), il non aver avuto maestri “sul campo” ha rappresentato una forte menomazione. Ciò non toglie che abbia avuto proficui scambi di vedute con tantissimi poeti, storici, intellettuali e artisti; tuttavia questi incontri sono avvenuti tardi, a stile già praticamente formato. Questo è dipeso, almeno in parte, dalla mia timidezza, dal mio sentirmi inadeguato come poeta e storico a grandi livelli (e quindi non degno di “disturbare” i maestri nelle loro vite private); inoltre ho sempre avuto l’impressione che la classe intellettuale italiana fosse chiusa in sé stessa, ben poco disponibile – salvo qualche rarissima e piacevolissima eccezione – a spendere del tempo per formare allievi di livello. Se però per maestri intendi autori letti, analizzati e apprezzati, che mi hanno formato studiandoli, il discorso si allarga moltissimo. In generale, per ogni argomento poetico ho un mio personale “Pantheon” di verseggiatori che ammiro: ad esempio per le poesie d’amore m’ispiro a Juan Ramon Jimenez per i versi delicati e toccanti, a Jacques Prevert per la sua capacità di mischiare lo stile letterario (surrealista) e quello antiletterario (popolaresco e sociale) e ad Arnold de Vos per il modo in cui tratta i temi della passione carnale e sessuale.  Per la politica e la satira credo non si possa prescindere dalla poesia burchiellesca e dalla grande tradizione dialettale italiana, in particolare Belli a Roma. Come stile invece ho da poco rivalutato il lirismo di Sbarbaro e la sincerità semplice dei crepuscolari, in particolare di Gozzano a cui non a caso ho dedicato un haiku. Tuttavia non disdegno la lettura dei cosiddetti “minori”: a volte si scoprono delle vere e proprie perle, per esempio ritengo che la più bella poesia patriottica – o, se si preferisce, la più bella poesia d’amore dedicata all’Italia – l’abbia scritta una misconosciuta poetessa di inizio Novecento, Apula Flava.
Per quanto riguarda la Storia, credo che tutti gli aspiranti storici debbano riconoscere di avere un debito nei confronti della Nouvelle Histoire di Bloch e Febvre. Ammiro moltissimo la chiarezza espositiva di un Mach Smith, la capacità di sviscerare le fonti di un De Felice, il rigore morale di un Salvatorelli. Cerco, insomma, di prendere il meglio da tutti.


6) Tra i poeti e gli intellettuali viventi quali sono degni della tua stima, quali rispecchiano per te un orizzonte di purezza in mezzo alla menzogna manifesta?

 Questa è una domanda difficile, perché è impresa ardua stabilire cosa si mantiene puro nell’impurezza generale: basta l’uscita di nuova notizia e il giudizio può radicalmente cambiare, in meglio o in peggio. Citando alla rinfusa: Alessandro Barbero, Franco Cardini, Luciano Canfora, Erri De Luca, Gianni Vattimo, Aldo Nove, Umberto Fiori, Guido Oldani, il mio amico Giovanni Dall’Orto. Persone diverse, con idee a volte profondamente in contrasto ma, mi sembra, accomunate dal coraggio, dall’onestà intellettuale e dall’essere veramente libere. Nota a margine: non ho citato alcuna donna, avrei voluto fare i nomi di Alda Merini e Margherita Hack ma hai specificato che dovessero essere viventi. E mi sorge un dubbio: sono io ad essere ignorante – in tal caso, mi impegno a rimediare – o anche nel mondo della cultura le donne devono affrontare una barriera in più rispetto agli uomini?


7) Quali sono i prossimi progetti di Francesco Bennardo, come ci stupirai da qui all’avvenire?

Innanzitutto spero di pubblicare il prima possibile la raccolta di poesie Allo stato puro, che hai citato all’inizio. Spero poi di completare altre ricerche storiche.


8) Infine, hai una massima che ti guida? Nel caso, vorresti condividerla con noi?

Non ho proprio una massima di vita ma ci sono delle belle frasi che mi piace, di tanto in tanto, citare e ripetere perché mi sembrano utili a capire la complessità dell’esistente. Così su due piedi mi viene in mente un verso di una famosa canzone di Gianni Morandi: anche tra i monti di pietra può nascere un fiore.


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