Franco Fortini: poesie da “Composita solvantur” (parte seconda)

Immagine da “Franco Fortini. Saggi ed epigrammi”, a cura di L. Lenzini, Mondadori, 2003, dettaglio di copertina

Franco Fortini, Composita solvantur, Einaudi, 1994

leggi parte prima


dalla sezione “Sette canzonette del Golfo”



Come presto…

Come presto è passato l’inverno
fra clamori terribili e vani!
Le battaglie di popoli estrani
che mai sono in confronto all’eterno,
all’eterno degli ippocastani
che dai ceppi si industriano lenti
a sperare germogli lassù?

E tu assorta graziosa annoiata
sul terrazzo, in pigiama pervinca
forse chiedi al mattino che vinca
come il sole la bruma ostinata
così il bene sui campi cruenti?
Ma è domenica, è marzo: non senti
che un altr’anno, e il suo peggio, svanì?




dalla sezione “La salita”


Questo verso

Tu conmigo, rapaz? – Contigo, viejo.

Notte ancora e la casa nel suo sonno .
Già sveglio, andavo alla finestra, aprivo
le imposte del terrazzo,
su quella ringhiera posavo la fronte.
 
Oltre gli orti ancora bui, le chiese e i culmini,
il cielo era chiaro in cima ai rami
dei platani, dei lecci e degli allori.
Il disegno era  rigido e preciso,
contro i colli, dei cipressi e delle rondini.
 
Perché pietà per quell’ombra, perché
la scongiuro se scorgo
le orme di minuscole ferite
sui ginocchi dei ragazzi e, mi rammento,
gustavo fra i denti le croste brunite
raschiate alle mie cicatrici.
Atterrito dal mondo e da se stesso
egli fermava contro il ferro la sua tempia.
 
Rispondo che è pietà per l’avvenire,
per il patire interminato che
entro tanto splendore uno spavento
come una bestia immane dall’azzurro
annunziava a quel misero tremante
nella felicità che il pianto libera.
Da qui lo assisto, da qui ora lo consolo…
 
Poi quando i rami al raggio si avvivavano
della meravigliosa alba serena
l’Apparita lontana era speranza
al primo vento già volando questo verso.




dalla sezione “Composita solvantur”


Sopra questa pietra

Sopra questa pietra
posso ora fermarmi. Dico alcune parole
nello spazio vuoto preciso.
Le grandi storie
tentennano in sonno, vacillano
nelle teche i crani
dei poeti sovrani.
L’enigma verde ride la sua promessa.

Olmi e oh vetrate di Trinity illuminatevi!
Ecco il fulmine di giugno.
Batte l’acquata gronde e guglie.
Lo spazio dei dilemmi è verde e vuoto.
Non può vedermi più nessuno qui, nessuno
mi farà male mai più.



Così non fu…

Così non fu, non fu così, non era…

Che era?
             La volta del cielo
piano si contra e, piano. La fiamma soave
illumina a lungo la sera,
le classi inesorabili dei pini,
le fila liquide che marzo
giù tra i sassi divide.
E le erbe bambine, i rospetti perplessi,
Le nuvole eccelse rapprese , il mirabile inganno
che sosteniamo tuttavia.



Ruotare su se stessi…

Ruotare su se stessi
fino a perdere
i sentimenti e cadere.
Poi aprire gli occhi.
Quello che vedi è la gioia
la credevi persa
sciocco che eri.
Mi capisci, vecchio rozzo?
Sei tra erbe soleggiate e pietre.
Dal folto un cinghiale ti guarda
con i suoi occhi rossi tra le setole.
Un’ape ti considera attentamente.
È il vero per pochi attimi.
Alzati e cammina
davanti a te,
anche se ti hanno strappato lo sterno
anche se la pupilla
è cibo di formiche.
Tutto è ormai per te.




dalla sezione “Appendice di Light verses e imitazioni”


Considero errore…

Considero errore aver creduto che degli eventi
(«meglio non nominarli!» mi soffiano i piccoli dèi)
di questo ‘91 non potessi parlare o tacere
se non per gioco, per ironia lacrimante.

I versi comici, i temi comici o ridicoli
mi parvero sola risposta. Come sbagliavo!
H o guastato quei mesi a limare sonetti,
a cercare rime bizzarre. Ma la verità non perdona.

Chi mai potrà capire che tempo fu quello? Credevo
scendere in un mio crepuscolo. Ahi gente! Invece
altro era, incomprensibile e senza nome. Guardavo

la luna di aprile sullo Eichhorn, a mezzanotte,
e la stellina d’oro dello Jungfraujoch, Disneyland.
(Nulla era vero. Voi tutto dovrete inventare).



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