Tre poesie di Piera Oppezzo

Piera Oppezzo (Torino, 1934 – Miazzina, 2019) è stata scrittrice e poetessa. Ha esordito in versi con L’uomo qui presente (Einaudi, 1966). Dal 1966 si è trasferita a Milano. Ha successivamente pubblicato, in versi: Sì a una reale interruzione (Geiger, 1976), Le strade di Melanctha (Nuovi Autori, 1987), Andare qui (Manni, 2003), Una lucida disperazione (Interlinea, 2016, postumo, a cura di Luciano Martinengo), Esercizi d’addio, poesie inedite 1952-1965 (Interno Poesia Editore, 2021, postumo, a cura di Luciano Martinengo)


La grande paura

La storia della mia persona
è la storia di una grande paura
di essere me stessa,

contrapposta alla paura di perdere me stessa,
contrapposta alla paura della paura.
Non poteva essere diversamente:
nell’apprensione si perde la memoria,
nella sottomissione tutto.

Non poteva
la mia infanzia,
saccheggiata dalla famiglia,
consentirmi una maturità stabile, concreta.
Né la mia vita isolata
consentirmi qualcosa di meno fragile
di questo dibattermi tra ansie e incertezze.
All’infanzia sono sopravvissuta,
all’età adulta sono sopravvissuta.
Quasi niente rispetto alla vita.

Sono sopravvissuta, però.
E adesso, tra le rovine del mio essere,
qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire.

da Una lucida disperazione (Interlinea, 2016, postumo, a cura di Luciano Martinengo)



Come una sciarpa troppo lunga

Per me poesia è qualcosa da dire
di molto confuso e parziale
che da tempo circola fuori e dentro.
A un certo punto mi trovo
come con una sciarpa troppo lunga
che stringe il collo
si aggancia al tacco dello stivaletto.
Mi chino e mi do da fare
per tirarla via prima che mi costringa
a camminare con una gamba sola
Quando una poesia è scritta c’è.

Prima ronzava invisibile
formicolava nella testa e nello stomaco,
in ogni caso una poesia
me la porto sul tram
le faccio vedere come tutto si muove
che c’è il sole e arriva il caldo
e le assicuro che anche lei arriverà
– parziale e precisa –
anche se rimando sempre l’ora
e preferisco lavarmi i capelli
fare qualcosa di più vago, disperdermi,
fare qualcosa dove lei ancora non c’è
ma potrebbe benissimo esserci.

(Aprile 1977)

da Una lucida disperazione (Interlinea, 2016, postumo, a cura di Luciano Martinengo)




Vivente al risveglio

Quali sono. Le cose che ci stanno a cuore.
Vivente solleva il peso di questa domanda.
Avvia la mente verso il cuore e l’opposto.
La domanda subisce scontri. Crolla più volte.
Vivente appoggia la fronte alla finestra.
Vuole traslocare all’esterno l’argomento.
Si provvede di attenzione. Fa questo lavoro.
Cerca di svegliarsi si può dire.
Dopo qualche accorgimento. Aspetta.
Passioni nuove? Solo toni giusti per nominare.
Toni neutri. Per ripetere senza sfarzo.
Al viavai dei corpi in strada ormeggia.
Per le cose a suo nome trova il la poco più in là.
La domanda affolla facce di risposta.
Linee. Lineamenti in montaggio sovrapposto.
A vivente esplodono importanze che non sapeva.

da Andare qui (Manni, 2003)

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