Michele Paoletti: Foglie altrove, Arcipelago itaca, 2020: un commento e poesie scelte.

Michele Paoletti, Foglie altrove, Arcipelago itaca, 2020. Prefazione di Maria Grazia Calandrone

Michele Paoletti, quarantenne livornese, dopo Come fosse giovedì (puntoacapo, 2015) e Breve inventario di un’assenza (Samuele Ed., 2017), conduce il lettore della sua ultima raccolta, Foglie altrove, edito da Arcipelago itaca nel 2020 e prefatto da Maria Grazia Calandrone, in un percorso dominato dalla chiarità del dettato e dalla compiutezza sia testuale che complessiva.

E’ una di quelle scritture, questa di Foglie altrove, che si offrono senza attriti e con densità, che scorrono fluide, ma che offrono – senza imporr– un passo disteso.

Il verso, sintatticamente compiuto, predilige quel medio registro che non si allontana però mai dal modulato-musicale e ben si stacca dal parlato-narrativo senza rinunciare all’immediatezza del messaggio: è questa, in genere, prerogativa di una buona confidenza con il verso e non solo con la parola.

Il percorso interno della raccolta, nelle quattro brevi sezioni (Foglie altrove; Un inverno tardivo; La luce nei cortili; Seme che sorge) si appoggia alla duplice ciclicità delle stagioni e della vita, innestando e correlando chiare tracce biografiche in una meditazione sull’esistenza, provando, come scrive Maria Grazia Calandrone, a «tradurre sulla pagina il nucleo silenzioso delle cose e del mondo. Impresa da sempre fallibile, naturalmente. Dunque, incessante.»

Nella prima sezione Foglie altrove, lo sfondo è nettamente naturale, anzi vegetale, frequentato da alberi (abeti, pini) tronchi, rami e, soprattutto, foglie. (Solo il lemma “osso” è utilizzato con altrettanta frequenza, ma con minor identificazione semantica).
Il clima è, anche sul piano interiore, dimesso, di «resa»: «Intorno il vento odora di abbandono» (p. 18), «I giorni qui non hanno nome» (p. 19). Ma si scoprirà, proseguendo, che già nella stessa sezione si annunciano, seppur non ancora consolidati, e comunque mai definitivi, toni più luminosi e che nelle ultime sezioni della raccolta questa luce si farà carne, vita nuova.


Di notte gli alberi respirano con noi,
conservano i gridi rapaci degli uccelli.
Nella rete dei rami stringono la luce
che si trattiene
poi precipita di colpo sulle cose
e benedice il loro solido respiro
con una mano immortale, spalancata.

(p. 26)


La seconda sezione, Un inverno tardivo, confermando il fondale naturale, trasmette un senso di sospensione, o di opposte trazioni, tra «il gelo” che mette «tutto a tacere” e il «miracolo muto» del «gesto di fiorire».

Le ultime sezioni, La luce nei cortili e Seme che sorge si saldano attorno al tema dell’infanzia: quella dell’autore, nella prima, e quella del figlio, nuova vita e ritorno «all’origine» (p. 66).
Nonostante il testo a pagina 47, dove l’autore ricorda i suoi vent’anni, chiuda con un epigrammatico «Dalle finestre si guarda solo avanti”, in molti testi lo sguardo va indietro, quando «il mondo accadeva nei cortili» e la «vita insaziabile […] chiedeva vita ancora» e l’autore infante immaginava «un futuro silenzioso/ da riempire».
L’arrivo («onda bianca», «meraviglia») del figlio consente al poeta di lasciarsi testi tra i più belli e intensi della raccolta. Come accennato, chiude un ciclo, e in se compendia il primo e l’oggi e forse anche il domani, se non è un caso (e non lo è) il titolo Promessa ai frammenti della penultima poesia. Chiaramente «Qui si torna all’origine”, «l’onda incessante [torna] sulla stessa pietra» e i «gabbiani randagi […] rivoltano le alghe/ come se cercassero un ricordo».
 


***

Luce benedici il mio cortile
la fontanella, le pozzanghere che evaporano
nel sole. Lascia una carezza bianca
sulla legna accatastata
perché́ non abbia paura della fiamma
e renda l’inverno un po’ più̀ chiaro.

Luce infiamma le finestre dure
le stanze dove fiorivano i segreti.
Adesso non riesco a chiudere le porte
i cassetti non stanno al loro posto
e quella mattonella in fondo trema.
Non sostiene più̀ il peso del mio passo.
(pag. 41)



***

Ti stringo in un lenzuolo troppo grande
mentre attraversiamo il corridoio
verso la finestra spalancata.
Lo sguardo si riempie di mattina,
l’aria accatastata al muro
mi preme sulle spalle.

Sei parte di me che da me già si separa.

(p. 58)



***

Ti ho accolto nelle mie stanze vuote
una mattina di luglio in piena estate
mentre gli animali notturni erano ancora
in giro, le bocche della terra spalancate.
Mi sei precipitato addosso senza peso,
senza lingua.

Dentro avevi tutte le voci del mondo.

(pag. 62)


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Michele Paoletti (17 Luglio 1982) è nato e vive a Piombino (LI). Si è laureato in Statistica per l’economia presso l’Università degli Studi di Pisa e si occupa di teatro, per passione, da sempre. Ha pubblicato le raccolte Breve inventario di un’assenza (Samuele Editore 2017) e Come fosse giovedì (puntoacapo Editrice 2015). I testi della sezione Foglie altrove di questo omonimo volume sono apparsi nel n. 56 – Autunno 2019 della rivista “Gradiva” (in Semina lumina – La giovane poesia italiana a cura di Giancarlo Pontiggia, Leo S. Olschki Editore). Collabora con siti e blog letterari e coordina il gruppo di lettura “Assaggialibri” che organizza eventi e presentazioni di libri.

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