Marco Onofrio, “Azzurro esiguo”, Passigli 2021. Prefazione di Dante Maffia

Il compito

Il suono, padre della terra
si incarna dentro un guscio
di splendore, mentre annoda
i lacci dello spaziotempo
attorno a un cuore-abisso
senza fondo
più vuoto del silenzio
dove -informe- fluttua
la nostra essenza
placenta madre-acqua
in cui risale – per millenni
di eternità – prima di avere
un corpo, che emerge
dalla forza delle cose
cruda e necessaria
come la presenza che poi abbiamo
per adorare e comprendere
la creazione infinita
del mondo e la bellezza
inconcepibile dell’attimo
presente
ora che è già passato.

Cos’è, cos’è, cos’è stato
a generare tanta magnificenza?

Nessuno può rispondere ma
sciogliere quei lacci è
vivere una vita;
disfarne il nodo
il compito finale.

(pag. 15)



Il balsamo sublime

La bellezza sacra che commuove
è un balsamo sublime
che scioglie il nodo del pianto
il singhiozzo nelle cose
e lo sbigottimento
che ci invade
dinanzi al grande essere
che vive.

La poesia ci consola
delle parti di noi
che non tocchiamo più:
l’emorragia continua
e il vuoto incolmabile,
se non con l’invisibile pensiero
del mondo senza fine
dentro il cuore.

È la dolcezza amara
della profondità:
fa più lieve, luminosa e cara
la vita che dobbiamo sostenere.

(pag. 31)



Trascendenza

Il cielo è una finestra opaca
aperta su reami
di splendore.

Essere pienezza stellata,
vigile noncuranza.
Raggiungere il mistero
che si schiude come un fiore
nella danza.
L’origine invisibile e infinita
delle forme.

Uscire dalla stanza.

Diventare luce dentro luce!
Sciogliersi nel sole
come una goccia
che cadendo in mare
mare diventa.

Sfuma, così, il bordo dello sguardo.
Esco nel blu, passo questo tempo.
Non ho più corpo, eppure
sono ancora vivo…

Oceani di bellezza superiore
mi chiamano a esistere davvero
dove atomo accende atomo
celebrando gloria perenne
dove tutto è libero e infinito
nel silenzio pieno della verità.

Aiutatemi, arrivo.

(pag. 33)



L’ultima illusione

Tramonta ottobre, e addensa lentamente
la sua bruma. Sempre più fioco trema
il frinio dei grilli
residui, smarriti, stonati.
Dov’è l’estate? Dove mai si è nascosta?
E quando tornerà?
Non possono, non vogliono accettare
che uno splendore così bello si tramuti
nella morte che sta per arrivare…
Eppure e infatti cantano, cantano,
le antenne tese ala buio senza fine,
ovunque resti senso di tepore.
Sono concluse, romai, le ore
della loro breve esistenza
che già cattura il fiato dell’assenza.
Domani il primo freddo spegnerà
quest’ultima illusione.

(pag. 70)



Le scene invisibili

In fondo a un pozzo secco dove il cielo
è un occhiolino bianco che vacilla,
c’è una lucertola verde
circondata dal buio che s’aggrappa
a una striscia di luce:
palpita immobile
o la segue appena
quando la luce muta
e sparirà
nel muschio delle pietre
coperte dalle foglie
accumulate.

Dio, se c’è,
è nella lucertola
e conosce ogni anfratto
ogni spasimo
della sua carne fredda
ma è anche nella luce
che la scalda
e nel pulviscolo che brilla
dentro il raggio.

Di tutto questo
nessun altro vede
e non si sa
quando nessuno coglie
ciò che accade
nel silenzio:
il vuoto che diventa
la realtà.

(pag. 96)




Azzurro esiguo

Fatiscente è la basilica del mondo
il sacrario muto
di ciò che non è più,
di ciò che non è ancora.

Il suono del passato
e quello del futuro
sono uguali.

Tutto proviene e rinasce
dal silenzio
dove torna finalmente
a riposare.

Ma ecco il bagliore angelico
il mistero puro di ciò che esiste
la realtà sempre nuova
di ogni attimo.

Guarda l’aria che scorre
nella luce fresca di prima estate!
Le pupille del cielo scrivono poemi
sui fili delle nuvole sospese.

Come riuscire a dire l’azzurro esiguo
dentro l’universo tutto nero?
Siamo lampi che aprono il mondo
tra due abissi di tenebra infinita.

La nostra casa è lo sguardo
il canto, l’amore, il senso
la disperata, ultima parola.

(pag. 107)

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dalla Prefazione di Dante Maffia
“…Siamo al cospetto di una poesia che non lasci spazio alle pause, alle cospirazioni irrazionali, alle dispersioni del senso in direzione del risaputo. Onofrio s’immerge in una dimensione che salta Il Novecento e l’Ottocento e si colloca, ma con istanze e progetti nuovi, verso un Settecento di furori che ha il passo di un Voltaire degli anni Venti del nostro secolo: «Il suono del passato/ e quello del futuro/ sono uguali». O ancora «Il suono, padre della terra».
Si legga con calma questo libro, lo si mediti con attenzione, non si abbia fretta, si misuri intanto la portata musicale che ha qualcosa di torbido e di scomodo (Onofrio adopera spesso la parola suono) e poi si ragioni attraverso le metafore e le similitudini, attraverso il ‘clamore’ che viene preteso come chiave introduttiva per comprendere le ‘necessità’ espressive, filosofiche, estetiche e direi anche politiche…”


da “Azzurro esiguo: i versi di Marco Onofrio”, di Stefano Vitale, su Il giornalaccio (leggi tutto)
L’ultima raccolta di Marco Onofrio è un volume che racchiude 59 testi prefato da Dante Maffìa che lo definisce “libro d’amore dove contano i privilegi delle conquiste interiori”. Il libro, come ha spiegato lo stesso autore, raccoglie materiali eterogenei “molte poesie scritte negli ultimi anni e altre recuperate da quaderni “antichi” di appunti, risalenti addirittura alla mia adolescenza. Spesso le cose dormono al buio per decenni e poi d’improvviso reclamano spazio poiché il tempo è finalmente maturo: è uno dei misteri della scrittura, così come della vita.” Ne vien fuori un libro in cui temi e timbri poetici formano comunque un corpo unico e coerente.
[…]
La raccolta declina, così, un tema di fondo: quello dell’interrogazione continua sul mistero e il senso dell’essere, la cui conoscenza per noi è destinata ad una impossibile soluzione e definizione ultima. Da qui derivano gli altri temi fondamentali della poetica di Onofrio: il vuoto, il tempo, la morte, la vita, il dolore, l’amore, la paternità, la speranza, la nostalgia, il ricordo.
Questi arci-temi si collegano con altre immagini e motivi “classici” della sua poesia come il cielo, la forma delle nuvole, il mare, il silenzio, la luce, l’ombra, l’ascolto delle stagioni.
I testi della poesia di Onofrio hanno un punto di partenza che nasce dal suo sguardo diretto sulle cose del mondo e degli uomini. Ma il tono tipico è di alzare il livello della comunicazione, il timbro di voce assumendo una postura solenne. La poesia di Onofrio vive di uno slancio quasi epico che fa sì che i versi assumano poi una coloratura “religiosa” in senso filosofico. 

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Marco Onofrio è nato l’11 febbraio 1971 a Roma, dove vive e lavora. Scrittore e critico letterario, ha pubblicato 36 libri per oltre 6000 pagine di opere (poesia, narrativa, saggistica, aforistica, teatro), nonché centinaia di articoli e recensioni. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche e televisive di carattere culturale presso la RAI, emittenti private e web radio. Ha vinto numerosi premi letterari, tra cui il “Montale”, il “Carver”, il “Città di Torino”, il “Pannunzio”, il “Viareggio Carnevale”, il “Simpatia”. Svolge anche attività di editor e consulente editoriale. Per la poesia ha pubblicato: “Squarci d’eliso” (2002), “Autologia” (2005), “D’istruzioni” (2006), “Antebe. Romanzo d’amore in versi” (2007), “È giorno” (2007), “Emporium. Poemetto di civile indignazione” (2008), “La presenza di Giano” (2010), 
Disfunzioni” (2011), “Ora è altrove” (2013), “Ai bordi di un quadrato senza lati” (2015), “La nostalgia dell’infinito. Antologia poetica 2001-2016” (2016), “Le catene del sole” (2019), “Anatomia del vuoto” (2019), “Azzurro esiguo” (2021). Sue opere sono tradotte in spagnolo, in romeno e in albanese.


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