Quattro poesie giovanili, inedite, di Franco Pappalardo La Rosa

Franco Pappalardo La Rosa (Giarre, 1941) è uno dei maggiori studiosi del Novecento poetico italiano. Il suo saggio “Cesare Pavese e il mito dell’adolescenza” pubblicato nel 1973 dal “Laboratorio delle Arti” di Milano, riedito con ampliamenti nel 2003 dalle Edizioni dell’Orso, e più volte ristampato, è un riferimento per gli studiosi dell’autore piemontese; i suoi studi su Cattafi, Ripellino, Piccolo, Erba, Gatto, Caproni ecc costituiscono un importante patrimonio critico. Oltre che calibrato narratore (abbiamo da poco presentato su questo blog il suo ultimo e recente romanzo Il melomane, Achille e La Tartaruga, 2022) ha anche all’attivo una significativa, per quanto non estesa produzione poetica, raccolta ne L’orma di Sisifo. Nella prima edizione del 2017, per Achille e La Tartaruga, il volume recava in sottotitolo “Poesie 1962-2012”, ma una nuova edizione1, dello stesso Editore, veniva ampliata (“Poesie 1958-2012”), accogliendo anche le poesie rispettivamente apparse nelle sillogi Il cuore, la metropoli, Padova, Rebellato, 1969 e Ultime dalla Colchide, Torino, L.G.C., 1978.

Recentemente, a seguito di vicende personali, con alcuni aspetti a la rocambole, sono riemersi alcuni testi giovanili, datati tra il 1958, quando l’autore era dunque non ancora diciassettenne, e il 1963. E’ stato per me un’autentico dono riceverne l’affido per la loro prima apparizione pubblica.
Ora, nella maggior parte dei casi, immagino sia un bene che le proprie prime esperienze scritturali restino, nell’ipotesi meno oscura, ben nascosti nelle cantine o nei cassetti (meglio ancora se saggiamente eliminati), ma, riguardo le quattro poesie giovanili, ora recuperate, il bene è assolutamente all’opposto: con grande stupore ne ho apprezzato – ed è facile evidenza – la composizione già matura e suggestiva.

Le prime due, Zingara (1958) e Ricordo (1958) sono fortemente intrise di atmosfere mediterranee (“lampare”) e correlati naturalia (“scogliere”, “rondini”, “luna”, “riva”, “sale”) che l’adolescente, nella sua Sicilia, incontra e coniuga con un melancolismo al tempo stesso incantato (causa anche una verosimile presenza femminile: “veste”) e riflessivo. Nella terza, Paura (1959), si rivela, in maniera asciutta e palese, lo smarrimento dell’adolescente a fronte del cambiamento, in atto o atteso, forse temuto, che lo inquieta.
La quarta poesia è del 1963. L’autore in quell’anno si trasferirà per gli studi universitari a Torino. Si potrebbe pensare, dai versi incipitali, che la città si stia per insediare, oltre che nella vita, anche nella poesia. Ma quale città “si staglia nel crepuscolo”? Fatto sta che la sinopia della presenza lunare, e il richiamo di “altre quiete primavere del Sud” e di una voce (“la tua voce”), personale o impersonale, ci suggeriscono che – sicuramente non allora, ma probabilmente neanche nel lungo tempo a seguire – nulla, in futuro, avrà pieno dominio sull’animo del poeta e sul suo legame con le origini.

(A.R., maggio 2022)

1L’orma di Sisifo – Poesie (1958-2012). Prefazione di Giovanni Tesio, Nuova edizione con inediti. Achille e La Tartaruga, Torino, 2020




ZINGARA

Il giorno tramontava nel canale.
Fiorita di rondini, la sera ti cresceva
fino a sfiorarti la veste.

Con le tue mani aperte al plenilunio
un’altra notte di silenzio chiamavi
su questa terra amara.
                            
                        (Marzo, 1958)



RICORDO

Le ville addormentate sulla scogliera
e la dolce notte mediterranea.
Nuotammo nell’acqua di lampare
e qualcosa accadde per incanto.

Sedemmo, poi, a riva: sulla ghiaia.

Avevi lampi di sale nei capelli;
con gli occhi muovevi pianure
di verde e cavalli inquieti
nitrenti alla luna.
                                         (Autunno, 1958)



PAURA

Non sappiamo
dove piantare radici.

Anche il nostro discorso
è sempre più raro.

Siamo tronchi alla deriva
nella ràpida dell’eterno.

                     (Agosto, 1959)



PASSAGGIO NOTTURNO

Sull’orizzonte lenta declina la sera.
La città si staglia nel crepuscolo;
anche i campi riposeranno.
Guardando la crescente luna,
pace mi dà questo parabrezza di nubi,
quest’alito di vento che fruga fra cimase
altre quiete primavere del Sud.
Se ascolto, persino la tua voce
mi giunge: scendo arse colline di bimbi
e greggi appisolati, sospesi sul ciglio
del silenzio, e il mare a scaglie culla
lontane lanterne di sogni e nasse e canti
al fresco smeraldino della notte.

Mia, dolce nel dolore ti distendi
a vincere lo stupore delle stelle
e mi sboccia nel sangue il tuo maggio,
adesso che la vita è una fuga assurda
e corro tanto ma non so dove andare.

                                       (Maggio, 1963)






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