Invernale, di Guido Gozzano

Ph.: Pattinatori su ghiaccio al Giardino Jusupovskij, dipinto di Konstantin Somov (1869 – 1939)


Col tempo mi sono fatto l’idea (probabilmente ingenua e sostenuto dalla mia incompletezza culturale) che le voci poetiche in Torino si siano in gran parte espresse con registri autonomi, eterogenee, poco classificabili. Magari è caratteristica di altre aeree, nonostante le aggettivazioni storicizzate quali linea lombarda o ermetismo fiorentino. Ma come tacere l’originalità o l’unicità di voci quali quella di Guido Ceronetti, di Giorgio Barberi Squarotti, di Augusto Blotto? E, in tempi più recenti, di Carlo Molinaro e di Franco Trinchero? E, come cellula eteroplastica, di Guido Catalano?
Però però, a ben vedere, a giustamente chiedersi, è tanto singolare tutto ciò, se anche il più noto dei “padri” (padre giovane, ragazzo-padre!) del Novecento poetico subalpino, Guido Gozzano, in fin dei conti, aldilà della tassonomia scolastica di crepuscolare, non è che sia poi inquadrabile con tanta certezza? “Gozzano senza i crepuscolari” scrisse Pietro Pancrazi nel 1933; “l’ultimo dei classici” riporta Pier Vincenzo Mengaldo, ma anche il “primo che abbia dato scintille facendo cozzare l’aulico col prosaico” (E. Montale).
In ogni caso, un piccolo tributo, con il classico Invernale (da Colloqui), tra le pagine di Poesia a Torino

Invernale

“…cri…i…i…i…icch”…
                                l’incrinatura
il ghiaccio rabescò, stridula e viva.
“A riva!” Ognuno guadagnò la riva
disertando la crosta malsicura.
“A riva! A riva!…” un soffio di paura
disperse la brigata fuggitiva
“Resta!” Ella chiuse il mio braccio conserto,
le sue dita intrecciò, vivi legami,
alle mie dita. “Resta, se tu m’ami!”
E sullo specchio subdolo e deserto
soli restammo, in largo volo aperto,
ebbri d’immensità, sordi ai richiami.
 
Fatto lieve così come uno spetro,
senza passato più, senza ricordo,
m’abbandonai con lei nel folle accordo,
di larghe rote disegnando il vetro.
Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più tetro…
dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più sordo…
 
Rabbrividii così, come chi ascolti
lo stridulo sogghigno della Morte,
e mi chinai, con le pupille assorte,
e trasparire vidi i nostri volti
già risupini lividi sepolti…
Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più forte…
 
Oh! Come, come, a quelle dita avvinto,
rimpiansi il mondo e la mia dolce vita!
O voce imperiosa dell’istinto!
O voluttà di vivere infinita!
Le dita liberai da quelle dita,
e guadagnai la riva, ansante, vinto…
 
Ella sola restò, sorda al suo nome,
rotando a lungo nel suo regno solo.
Le piacque, al fine, ritoccare il suolo;
e ridendo approdò, sfatta le chiome,
e bella ardita palpitante come
la procellaria che raccoglie il volo.
 
Noncurante l’affanno e le riprese
dello stuolo gaietto femminile,
mi cercò, mi raggiunse tra le file
degli amici con ridere cortese:
“Signor mio caro, grazie!” E mi protese
la mano breve, sibilando: – Vile!


da I colloqui, 1911



Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...