Una lettura de “Il penultimo giorno” di Valeria Raimondi

Valeria Raimondi, Il penultimo giorno, FaraEditore, 2021


E’ un’opera di rara intensità umana e di equilibrio delle componenti, Il penultimo giorno, di Valeria Raimondi, pubblicata dal sempre attento editore Fara.
Nelle sue tre sezioni, Il penultimo giorno, L’abisso e Il ritorno, le coordinate contenutistiche e formali restano, con le fisiologiche oscillazioni d’angolo, coerenti ed espressivamente concordi all’intenzione di lavorare su un senso del dire «che non appartiene allo spontaneismo, ma piuttosto ad un’autenticità che si può cercare vicino all’origine del pensiero, dell’idea-ispirazione, dell’emozione.» Cito la stessa autrice, da un intervento consapevole e attento «su la distanza e gli opposti nella scrittura poetica», che ho ospitato nel blog “Di sesta e di settima grandezza” nel gennaio 2021.
Ecco, mi pare che la risonanza di una parola autentica arrivi facilmente al lettore. Prima ancora, in senso generativo, viene il pensiero o, più spesso, l’emozione – da declinare nel senso alto del pathos («voce partecipe ed empatica” è la precisa chiosa in quarta di copertina). Certo il profilo – che si direbbe extratestuale – della poeta, ma che fatalmente si fa esperienza e poi parola – non è secondario: persona attenta all’umano (termine che preferisco anteporre a sociale, ma l’importante è che ci si capisca), già in precedenti prove letterarie ha artisticamente agito su temi sensibili e collettivi, quali la violenza di genere e la dignità del lavoro (nel 2016 dal gemellaggio con associazioni culturali albanesi nasce l’antologia bilingue a tre voci: B. Costa, J. Hirschman e V. Raimondi, Poetre II: L’onda dentro che sospinge). Ma, mi pare, sia ancor più la sua esperienza professionale, volta alla cura e all’assistenza dell’altro, ad aver fecondato la raccolta, in specie nella prima sezione eponima Il penultimo giorno.
Nel penultimo giorno, è già ultima la culla, un andare verso «l’utero al contrario» e questo normalissimo dramma che è la fine del tempo individuale, o, meglio, la coscienza della fine del tempo, esalta il vero e l’assoluto della vita così che «ogni gesto si fa intero».
Il cammino coinvolge chi assiste e chi è assistito, spesso senziente più che consapevole:
 
«Da me a te la distanza è incalcolabile./ Eppure si riannoda l’antica recisione:/ un’ostetrica distratta ha lasciato il lavoro a metà» (p. 14)

La fragilità dell’altro trasforma, dunque il sé, nell’”altro che sono io”: la cura, l’accudimento, vengono resi con versi che nulla concedono al retorico e, come vedremo, per intenzione o naturaliter, si dispongono – in tutta la raccolta – con ritmica musicalità e eleganza che mai appare artificiosa ricercatezza.
Nella prima sezione eponima, per quanto possa apparire pleonastico, domina il concetto del tempo, ma l’originalità – che è poi acuta percezione del realissimo nucleo del “penultimo” tempo – dello sguardo di Raimondi sta nel fatto che questo tempo quasi si ferma, proprio sull’orlo del precipizio:


Il penultimo giorno:

Ogni giorno è il penultimo giorno
un nuovo giorno per tacere la parola
per lasciare che straripi dai miei gesti
dalla tua resa dolce e sconosciuta.

Il penultimo giorno nasce uguale
trafelato e pigro: le cose quotidiane
le azioni rallentate, i cedimenti
il tuo ritrarti, la goccia che consuma.

Ma non è ora di preparare le valigie
lo faremo domani senza fretta

domani è un altro giorno intero.

(pag. 23)

E «la pienezza dei giorni/ è un otre che trabocca» – scriverà la poeta già nella successiva sezione (pag. 39).

La distorsione soggettiva di un non-oggetto come il tempo, può trovare, nell’architettura complessiva della raccolta, (a volerne leggere i titoli delle altre sezioni, Abisso e Ritorno, come stadi o fasi) un altro elemento che è quello della ciclicità, della caduta, ma non dell’azzeramento. Ma senza spingersi, nel seguire la nota introduttiva di Colomba di Pasquale, verso costruzioni troppo teoriche, quello che continua ad emergere è la presenza a specchio dell’altro; un altro che – come nelle figure anziane e declinanti della prima sezione («vertebre, le nuove piaghe»; «unghie», «spina ossuta») è tanto introspettivo quanto materico («elegia di carne»; «carne di schiena»; «lombi»)
Il testo che apre la sezione seconda, L’abisso, pur emblematico della valenza concettuale e introspettiva, si radica, infatti anche, nella carne:


L’altra che sono io

Vado cercando il centro e il fine
il giro che ripassa al punto fermo

Vado cercando il sasso in fondo al pozzo
e l’ombra che al cammino allinea i passi

Vado cantando l’elegia di carne
che celebra nell’io la madre e la frattura
e dietro le tue ciglia la lacrima che sola
genera il senso primo e le ragioni

Vado cercando l’altra che son io
per dire se ancora un poco mi somiglia.

(pag. 29)

Non pare la scrittura di Valeria Raimondi voler indulgere in ricercatezze formali o forzare i testi in rigide complessioni, ma è palese, per molti ampi passaggi, una propensione musicale che si fa decisa laddove si associ ad una maggiore componente lirica. In media, le sezioni seconda e terza, più orientate verso un recinto riflessivo e personale, si distendono anche come fluidità del verso. L’esito è armonico, e in diversi testi, tra cui quelli che seguono, mirabile:


***

Ho la trepidazione della foglia caduta,
il crepitio del passo sulla lastra
quando si incrina il ghiaccio, e cede,  
Ho un cigolio dietro il diaframma
e l’acuità della pupilla, diradata.
Ho la foga di un desiderio rimandato,
una memoria di squarci splendidi,
sovraesposti, artificiali.

Della giovinezza perdurano i disturbi
ma l’ira che ha travolto uomini e dèi
naufraga nel furore cieco e vano
nell’azione meccanica dei tendini.
La chiamano maturità
lo chiamano passaggio del tempo
eppure ancora non trabocca il vaso
sotto l’ultima goccia che oggi verso.

(pag. 41)




***

Ho sparso qualche seme sconosciuto
avanzato una briciola di pane
per un inverno che nasceva duro
strappava l’erba buona dalle mani.
Ma ora ho fiumi chiari dietro gli occhi
e con le dita scorro le pianure
il vento scuote appena le colline
la terra che riceve il suo ristoro.
Il buco nella rete ora s’allarga
e apre all’improvviso una visione:
un bianco uccello avanza nella neve
lasciando rare impronte sopra il bianco
e anch’io dentro il paesaggio complessivo
prendo per me il diritto di restare.

(pag. 51)




Resa

Giungo arresa alla tua porta
nullatenente eppure degna
con mani abbandonate nell’attesa
della carezza tua che mi risveglia.
Spalanca dunque le tue braccia:
– nulla posseggo e nulla chiedo!
che cada il sacrificio dalle spalle
e nuovo sguardo sia concesso agli occhi.

Che possa dimorare dentro il petto
un respiro antico e conosciuto
e nel mistero dell’impermanenza
la pietà per questo essere terreno
il suo passaggio splendido e feroce
in questa interamente amata Vita.

(pag. 53)

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