Recensione a Gabriele Marturano, “L’anfibio”, di Camilla Ziglia

Gabriele Marturano, L’anfibio, Fucine Editoriali, Roma 2020.



Ho incontrato la poesia di Gabriele Marturano sul web, segnalata da un’autrice che apprezzo, e subito mi ha incuriosita per la brevità efficace, l’uso scanzonato dell’antitesi proprio nei momenti di massima tensione emotiva, i giochi di annominazione non scontati. Libro alla mano, la visione d’insieme naturalmente apre questioni più ampie, vede srotolarsi il disegno: compare l’iter dell’“io” poetico da uno stadio di inconsistenza pulviscolare ad una raggiunta consapevolezza del rapporto con il “tu” erotico, con i milieu (la “Tundra brianzola” – titolo della prima parte – e la metropoli milanese dell’ultima sezione) e con le sue proprie contraddizioni. Un’opera quindi marcatamente di introspezione e di formazione.

Il momento esistenziale di partenza è un “io” che si affaccia fin dal verso di apertura con decisione e discrezione insieme, come oggetto di una natura agente: «Il crepuscolo mi evoca». Subito dopo però « […]  Sciamano. Appaio», il soggetto alla ricerca del proprio “punto zero”, dell’archetipo di se stesso da cui partire, assume la consistenza minima di «Corpuscolo», «Sogno», «Seme di nessuna specie» (e quindi forse di tutte?) e attraversa la prima sezione facendosene sempre più protagonista. Viceversa la natura, solida e informante qui, in quanto paesaggio vissuto e radicale, si fa sempre più rarefatta, assente o di sfondo, fino alla Milano dell’ultima sezione, figura poetica personificata in apostrofe, che tutto abbraccia perché nulla individua.

Al centro il “tu” erotico, la «Zeus» che stringe il fulmine, la «Lucifera», «Liquidus ignis» che sembra devastare, come il Vesuvio in eruzione o un terremoto, anima e corpo del poeta in complessa relazione, ma in realtà lo porta ad espandersi, propagarsi (così come quelli che paiono disastri nulla tolgono al contesto geologico che si riassesta).

Il personaggio-Gabriele attraversa in amore il sofferto confronto con le esperienze passate, proprie e soprattutto dell’amata, le gelosie più o meno fondate, ma reali nel cuore, su cui misurare la propria tenuta nel classico gioco dell’amore, e conduce l’esperienza in termini poetici ossimorici o antitetici «Mi dissanguo / gioioso nella tagliola», «Preda gioiosa» (catulliano e petrarchesco, ad esempio, ma si potrebbero citare molti altri, classici e non come G.B. Marino), paradossi e capovolgimenti (« […] Dai fuoco al mio sangue / e poi ti lamenti / che questa storia è un inferno»; «Il bicchiere mezzo pieno / da cui a dorso / sorseggio il cielo»).

Nell’ultima sezione, il cui titolo, L’anfibio, rende ragione metaforicamente della composizione degli opposti, lo sciamano errante disorientato raggiunge la dimensione dell’ikebanista, l’artista rituale giapponese che compone in forma unica, armoniosa e significante, elementi vegetali come fiori, muschi e cortecce. Si conciliano così dicotomie interiori, antitesi io-tu e io-mondo proprio nell’ambiente della metropoli che non considera né giudica, in cui essere davvero se stessi è fare i conti con tutto quello che si decida liberamente di fare o non fare, ormai lontani dalle costrizioni sociali delle piccole realtà giudicanti dell’ambiente provinciale della prima sezione, da un «Recinto di occhi / che incitano». Il massimo grado di consapevolezza di sé si raggiunge nell’ultimo testo, pervaso di luce e di un sereno compiacimento che parrebbe un socratico γνω֮θι σαυτόν, ma che supera la dialettica per farsi punto d’arrivo.  Da qui la ripartenza con un nuovo approccio alla vita: libero di sentirsi autentico, anche in ciò che di sé teme, o meglio vede, conosce e teme.


                     
Poesie tratte da L’anfibio:

***

Apro la porta:
luce canini
che premono ai cardini degli occhi
spudorata mi bracca
una parte di me si dà alla macchia,
teme l’interrogatorio.
Dio, boria che sfoggia
il suo repertorio, mio calvario,
a naso proseguo
nell’aria lattiginosa
– ara pacis spettrale e muto –
si disanima la mia retina
mentre una macchina falcia
le gambe alla nebbia
che presto si ricompone.
Anche oggi a tentoni cerco
la via d’uscita
di un mondo
senza entrata.



***

Massacri
chi ti ama per
amare poi
chi ti massacra. Sembra
tu debba per forza
stritolare il cuore
per accertarti di averlo:
dai fuoco al mio sangue
e poi ti lamenti
che questa storia è un inferno.



***

Quel tuo maglione
multicolore a frange gialle,
che ti aspetti alle spalle un furgoncino Volkswagen,
unica in tutta la stanza ti
distingui senza boria, una tavolozza
che è un pasticcio di un bimbo felice,
ed io cerco ancora il mozzicone
del pastello che ti disegnò le labbra ma
mi accontenterò del tuo autografo in calce
ad ogni mia
goccia di sangue al
calcio delle mie ossa
che ritroveranno tatuate
di ocra rossa.



L’ikebanista

Mi porto per mano ora,
non ho più segreti:
la luce inonda
ogni mia ombra
che si assottiglia, assume
la forma di un ramo
che lavoro per l’armonia
della composizione;
ora vivo nel giardino
che biondeggia tra le rovine
delle mie segrete,
dono un fiore a chi mi chiede
qual è la forza
per sorridere alla pioggia. La pioggia
nutre la sete. Le tenebre
danno riposo alla luce.

Per quante volte
nella notte non ho visto
questi rami spinosi,
sono tigrato. Sono grato
per questo, ora come tigre osservo
la fragilità di ogni ramo
e sono libero di essere
ciò che temo.

Recensione e selezione testi di Camilla Ziglia

Gabriele Marturano nasce a Carate Brianza nel 1992, ma vive da sempre a Verano Brianza. Si è laureato in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Milano, insegna materie umanistiche nelle scuole secondarie della Brianza e ha scritto per una rivista internazionale di musica. La raccolta di poesie “L’anfibio”, edita da Fucine Editoriali nel 2020 e premiata con l’Attestato di Merito al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti edizione 2021, rappresenta il suo esordio. Sue poesie sono presenti sulle riviste on-line Poesia Ultracontemporanea, Atelier, Larosainpiu e Versante Ripido. E suoi testi sono stati tradotti in catalano e spagnolo. Inoltre, un suo racconto, dal titolo “La spora”, si trova on-line sulla rivista letteraria Pastrengo.

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Leggi anche, nel blog:
Tre inediti di Gabriele Marturano, 20 aprile 2022

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