Mario Marchisio, “Epigrammi, parodie, satire” (Ed. Aurora Boreale, 2022): intervista di Paolo Pera


1) Ciao Mario, bentornato! Partiamo dalla tua ultima pubblicazione, Epigrammi, parodie, satire (Edizioni Aurora Boreale, 2022)[1]. In un saggio di alcuni anni fa Alfredo Rienzi[2] ebbe a definire l’alter ego da te creato, Marius Macrophilus, il “Mr. Hyde” di Mario Marchisio. Effettivamente, là dove Marchisio ha un’anima lirica dibattuta tra Eros e Thanatos, il “Signor Macrophilus” ha figura di satiro pestifero, goliarda, canzonatore dispettoso, misantropo e misogino, nevvero? Come nacque costui? Parlacene, traccia la sua esistenza nel corso di tutto il volume sopracitato.

Marchisio e Macrophilus sono i miei due modi d’osservare il mondo da un punto di vista poetico. Lirismo e comicità, dramma esistenziale e impeto satirico-canzonatorio, passione amorosa e misoginia reattiva convivono, certo, ma è tuttavia per me necessario tenerli strategicamente distinti: anzi, separati in due gruppi principali (e poi in sottogruppi, a seconda dei casi). Occorrevano dunque due personaggi ben definiti, anche ai miei stessi occhi.
Quando iniziai i Bisbigli sotto il marmo, avevo pensato di appellarmi Necrophilus: il Fanciullo Macabro cresciuto. In seguito, il nome Macrophilus ha esteso i suoi tentacoli su tutto il reparto “comico” (un libro cresciuto lentamente nel tempo, con lunghe pause di riflessione), tranne le Poesie macabre per l’infanzia, prima sezione dei Bisbigli, dove il Fanciullo Macabro ha continuato a imperversare indisturbato.

2) Dunque un “amatore del grosso”, benché nello scritto in calce io provi a sostenere che “Macrofilo” sia la contrazione di “Macabrofilo”, difatti (e a mio parere è ben vivida una narrazione interna al volume, una sorta di “romanzo di formazione” con questo personaggio – tu? – al centro; ciò fa di certo capo a quel “desiderio d’architettura” che in te è sempre stato presente di libro in libro) le vicende del tuo Mr. Hyde partono con le squisite Poesie macabre per l’infanzia, dove – sempre a mio parere – un baby Macrofilo, il “Fanciullo Macabro”, ha le sue prime orride visioni, con le quali giocherà, che si divertirà ad “abbellire”.

Macrofilo come contrazione di Macabrofilo? È ingegnoso e lecito ipotizzarlo, ma solo per i Bisbigli sotto il marmo: i quali costituirebbero, unitamente al resto dei miei Epigrammi, una sorta di Bildungsnecroroman… Perché no? Ma le liriche restano un discorso a parte: lì non c’è spazio per nessun Macrofilo.

3) Vuoi parlarci di questo Fanciullo Macabro? Quanto c’è di Marchisio in lui? Perché il tema della morte, e della decomposizione!, in questa parte del volume ti è così caro? Nasce forse da una paura che doveva essere esorcizzata?

Nessuna paura potrà mai essere esorcizzata. Gli esorcismi funzionano unicamente con i demoni. Per quel che mi riguarda, la propensione ai temi lugubri e mortuari è un tutt’uno con la percezione della vanità umana, esemplificata in qualcosa di visibile e tangibile: il cadavere. In ambito lirico, tale forma mentis si fonde con un’implicita (e talvolta anche esplicita) meditazione religiosa, mentre in ambito satirico va di pari passo col gusto di deridere il cieco terrore che attanaglia l’uomo di fronte alla morte, unico ostacolo – insormontabile – ai suoi deliri di onnipotenza. Chi non spera nella vita eterna, chi ha come unico orizzonte “spirituale” la materia marcescibile dei corpi votati al nulla, sarà sempre pronto a nascondere la testa nella sabbia come lo struzzo, pur di non prendere atto che deve morire.

4) C’è un’affinità tra il tuo modo scanzonato di trattare la morte e la formula da te coniata, de «La morte attiva», che vorrei ci spiegassi?

«La morte attiva», da me scelta come titolo di un’ampia antologia personale (Edizioni Aurora Boreale, 2018), è un’espressione che voleva rendere perspicuo il mio metodo di approccio a questo tema essenziale: un grande slancio – quasi simile a un gesto atletico –, sia nella raffigurazione della vanitas, cui sono dedicate numerose liriche, sia nella continua polemica esistenziale verso chi è incatenato alla dimensione immanente, specchietto per le allodole che ci trascina a forza nel sepolcro, nel marciume e nella dissoluzione. Habeas corpus!

5) Insomma, il Fanciullo diventa uomo e quindi il Macrofilo: quel “grosso” da esso amato è l’Assoluto? Il Sublime che lo trascende? Dio? Se così è, perché egli rimane oppresso (e piacevolmente stuzzicato!) dagli aspetti più “pruriginosi” del corpo umano e dell’esistenza?

Il Macrofilo, in quanto “amante del grosso”, è l’esatto opposto di chi si protende verso l’Assoluto: è dunque una immedesimazione in quei personaggi goffi ed ottusi che si dibattono inutilmente nel caos della vita senza un barlume di speranza nella salvezza che viene dall’alto, anzi facendosene beffe: il Macrofilo insomma è parte integrante dell’«umanaglia» di cui parla una poesia Necrofil-misantropia. Infatti, quando Macrofilo muore, a conclusione dei Bisbigli, tutti brindano sulla sua bara. Egli aveva osato criticarli, ma era come loro, forse anche peggio di loro!

6) Passiamo oltre. Il Macrofilo, s’è detto, è personaggio misantropo e spesso misogino. Nei nostri dialoghi ho provato a sostenere che tu abbia sostanzialmente elaborato due grandi opere poetiche (anziché tre, come affermi di solito). Sostenevo che l’opera lirico funebre-visionaria si specchiasse (in un vetro deformante, ovvio) nei Bisbigli sotto il marmo, mentre l’opera lirico amorosa si specchiasse negli aspetti misogini del Macrofilo, specie nella prima sezione de Il piacere degli schiaffi: Meretrici di Babilonia. Ecco, ma tu rispondesti: «Può essere, ma rimarrebbe fuori l’opera teologica in poesia, che sta in quella funebre-visionaria» (concordammo infine che questa porzione del tuo lavoro potrebbe venir messa in parallelo con le poche satire religiose presenti nell’opera comica generale). A proposito di ciò, che potresti aggiungere? Vuoi parlarci delle ragioni della misoginia del Macrofilo?

Il tuo suggerimento di suddividere tutto il mio lavoro poetico in due blocchi è certo lecito e fondato, ma lo è altrettanto quello che avanza il sottoscritto, che di blocchi ne ipotizza tre. Dipende dalle categorie messe in moto. Io credo funzionino entrambe.
Come ho accennato più sopra, la misoginia è – nel mio caso – qualcosa di reattivo, di conseguente alla delusione successiva all’aver posto su un piedistallo sublime alcune dame tutt’altro che eccelse. D’altra parte, la misantropia è a sua volta un grande estuario in cui confluisce anche la misoginia stessa.

7) V’è qualcosa che non ho trattato di Epigrammi, parodie, satire che vorresti portare alla nostra attenzione?

Ciò che non hai trattato di Epigrammi, parodie, satire è l’uso parodistico, appunto, dei metri sette-ottocenteschi. Il quinario e il settenario impiegati da Ippolito Pindemonte e da Vincenzo Monti, ad esempio, vengono riproposti da Macrophilus con una finalità opposta rispetto ai temi canonici di quei due autori. L’ode Alla Malinconia, di Pindemonte, diventa qui un inno alla Putredine (sempre in quinari), mentre quella Al Signor di Montgolfier, di Monti, si ribalta in una satira “in prospettiva” (Macrophilus a Madame de Warony), dove la ninfa oltraggiata dalla morte verrà sostituita senza rimpianti da una nuova e pimpante sua simile, libera – per adesso – dai vermi e dal sudario (questa poesia fa parte di Meretrici di Babilonia). Non si tratta quindi soltanto di una questione di mimesi metrica, ma altresì di parodia stilistica.

8) Riprendiamo un tema solo sfiorato: perché l’architettura anziché i “versi sparsi”? La predisposizione alla sistematicità occorreva per sortire dal Labirinto?

Ogni opera letteraria che si rispetti è sempre dotata, in qualche modo, di una sua struttura “architettonica”. Questo mi sembra un elemento essenziale, tutt’altro che facoltativo. Tranne il caso, s’intende, di scritti a carattere diaristico o estemporaneo.
La sistematicità e l’organizzazione diciamo cosi “distributiva” delle pagine di un libro, rendono solo più tollerabile il labirinto, nada más

9) A proposito di labirinti, ricordiamo il tuo volume Ricerca di Dio e labirinto del mondo (Edizioni Aurora Boreale, 2021), ma pure il Minotauro che riprendi dal mito per alcuni tuoi versi e per una coppia di racconti. I due ambiti in cui collochi la metafora del labirinto sono evidentemente differenti: se nel primo intendi evocare l’estrema problematicità dell’esistenza (che risolvi nella fede?), nel secondo si tratterebbe di un giovane mostro messo a marcire in una solitudine siderale, quintessenza di tale problematicità? Questo mostro, in qualche modo, è forse il Fanciullo Macabro? Come esce, se esce, dal suo labirinto? Ci sono labirinti da cui si esce e labirinti da cui non si vuole (né si dovrebbe) uscire?

Ricerca di Dio e labirinto del mondo presuppone l’impossibilità di affrancarsi in modo stabile dalle contraddizioni dell’esistenza se non con l’intervento salvifico dell’Onnipotente, che si attua anche attraverso il desiderio stesso di ricercarlo (da lui suscitato in noi).
Il Minotauro, uomo e toro, frutto di una selvaggia violenza alle leggi sacre, incarna ai miei occhi il simbolo mitologico vivente della duplicità umana, incapace da sola di riscattarsi, anzi, votata alla hybris, all’empietà e al massacro. In questo senso, potremmo dire che Ascanio – il mio Minotauro – è nei racconti di Chi vive se ne pente il padre di ogni Fanciullo Macabro.
Dai labirinti prima o poi se ne esce: il problema riguarda piuttosto ciò che succede dopo esserne usciti.

10) Come collegheresti la tua nuova opera aforistico-filosofica (Caleidotératoscopio. Torto e ragione del frammento, Puntoacapo 2021), dove sono presenti molti elementi “pessimistici” e misantropici, con gli stessi temi (ma trattati “giocosamente”) in Epigrammi, parodie, satire?

Gli aforismi e le brevi prose di Caleidotératoscopio collimano in parte con l’area tematica sviluppata nei versi di Epigrammi, parodie, satire: soprattutto in relazione al pessimismo antropologico e alla misantropia ad esso collegata. Ma contengono molti frammenti che riguardano ulteriori temi, come la poesia, l’arte figurativa, i giardini e i parchi, nonché abbozzi di analisi storico-sociale. Aggiungi che il pessimismo antropologico, a differenza che negli Epigrammi, viene costantemente a capovolgersi nell’ottimismo teologico, il quale finisce per farlo evaporare.

11) Sopra ho virgolettato il termine pessimistico, essendo consapevole che in te questo sarebbe invece un atteggiamento realistico, imparentato forse a certe teorie gnostiche (che ti apparenterebbero a Ceronetti, nevvero?). Vuoi parlarci di esse, spiegarcele un poco?

Quanto all’essere realisti, tutti noi umani cerchiamo di pensarci tali; perfino i pazzi furiosi, quando vengono interrogati, ci assicurano di praticare un rigoroso realismo. Di fatto, tuttavia, nessuno può dimostrare in che cosa consista la cosiddetta realtà. Tanto meno i filosofi, religiosi o laici.
Guido Ceronetti è stato un autentico gnostico, i suoi versi e le sue prose lo testimoniano appieno. Il radicale dualismo della Gnosi, nelle varie declinazioni storiche, mi ha affascinato intorno ai trent’anni. Ho anche scritto alcune poesie ispirate a quella visione del mondo. Eraldo Garello, in un saggio del 1993[3] si è occupato egregiamente di questo aspetto della mia poesia, ma non solo.

12) Chi sono i maestri della tua poesia comica? Chi lo è di quella macabro-giocosa (categoria poetica che rivendichi come tua creazione, se non sbaglio)? Che familiarità intercorre tra l’Opera di questi e la tua?

Qui bisognerebbe distinguere fra gli autori comici e/o satirici che ho amato e quelli che mi hanno effettivamente influenzato a livello stilistico. È assai difficile compiere in modo corretto questa operazione, peraltro necessaria al fine di darti una risposta. Posso dire comunque che in ambito satirico ho sempre letto con passione Giovenale, l’Alfieri epigrammista e Il Giorno pariniano. Grande ammirazione, inoltre, per Giuseppe Giusti e il suo impareggiabile brio. Se invece consideriamo il versante macabro-giocoso, che il sottoscritto ha esteso all’universo infantile (tutta qui la mia eventuale “originalità”), direi che gli Scapigliati, e in particolare Arrigo Boito, possono rappresentare quelli che di solito chiamiamo parenti stretti.


[1]             Il libro è diviso in due parti (Bisbigli sotto il marmo e Il piacere degli schiaffi), suddivise in due sezioni ciascuna.

[2]             Alfredo Rienzi, Del qui e dell’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea, Ed. dell’Orso 2011, pp. 109-124.

[3]             Eraldo Garello, Il fuoco e la salamandra, in: M. Marchisio, Poesie del giorno e della notte. Nuova edizione ampliata (Hattusas), pp. 73-118. Si veda anche: Lorenzo Morandotti, Il sogno condiviso. Tre voci della poesia contemporanea, Ripostes 1994, pp. 47-66.

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