Poesie di Giuseppe Piccoli (1949-1987)

da Poeti italiani del secondo Novecento (1945-1995), a cura di Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi, Mondadori, 1996

Giuseppe Piccoli nacque a Verona. Il padre era professore di latino e greco al liceo classico, la madre insegnante di musica. Non completò gli studi, dedicandosi preso alla letteratura, scrivendo poesie e articoli. Nel 1981, in una crisi di schizofrenia, aggredì i genitori ferendoli molto gravemente. Il padre morì poco dopo. Fu rinchiuso nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio Emilia, e infine in quello di Napoli, dove si suicidò nel 1987.

In vita pubblicò Di certe presenze in tensione in un volume antologico (Poesia Uno, Guanda, 1981). Ivi era compresa una scelta di testi dalla raccolta Fratello poeta, che sarà poi pubblicata nel 2012 per Lietocolle, nella collana I giardini della minerva, diretta da Maurizio Cucchi. Una seconda serie di poesie, Foglie, furono pubblicate nell’Almanacco dello Specchio, n. 11, 1983, con prefa­zione di Maurizio Cucchi. Postu­mo è apparso, a cura di Arnaldo Ederle, il volume Chiusa poesia della chiusa porta, Bertani, 1987.



da Fratello Poeta

*
Sinché resista questa scorza
d’uomo, sin che la polpa
non s’asciughi, apri
la finestra sul mondo:
perché di te sia inconsumabile
il vero vento e la reale rosa
bianca, dell’uno e dell’altro
bimbo, di quelli che reggono
il velo di Ecce Homo.



*
Questa fonte che lava la mia veste
ora tu la conosci, la devi consacrare:
e la fede tenuta alla massa della roccia rupestre
tu la devi svuotare nell’abisso:
in quel frastuono dell’acqua che non s’imbriglia
tu saprai di te stessa, mi ricoglierai
quando avvertendo il passo sino al punto,
al primo attimo io colga una fossile conchiglia.
Tu traversando lo spazio che ti allegra
saprai di me, della natura umana.
Ed io che allora uscirò di terra
mi farò la mia tana e la mia vela.



*
Perché la grazia sia verde,
e sia verde il contagio, avvicìnati:
io spalmo d’olio le tue mani.
e per andare lontano, più lungi,
sarò amante del dolore cristiano.



da Foglie


*
Eri volto che recava
al mio saluto che ti annota
nel taccuino del tempo
di gravi fogli-foglie
e ti consòna e ti danza
oltre la porta segreta
nella temuta stanza
dove il sogno ti aspetta
e gioventù non trema
di ore e giorni fissi
in un bussa alla fronte
come un libro di chiesa.
Ma ora la tua vita è chiusa
e la mia senza casa.



*
Osserva la foglia muta
figlia della luna nascosta,
converti la foglia figlia
dell’albero che parla
in strumento
di un’antica rettorica
conosciuta sul sillabario
di una desueta
e ancor consueta infanzia:
sii simile a lei,
che si raccoglie presso il tuo nome
freddo e dorato
nel sepolcro che trasforma
la tua veste in spoglia.



da Chiusa poesia della chiusa porta


*
I capelli li dipinge lei: poi
ci penserà il vento a denunciare
l’ora dell’appuntamento metafisico.
E ci sono cammei, e la toilette
è fiorita sempre di asciugamani,
di profumi, di rivoltelle. Sei
la nemica del tempo più breve:
quella che con un nastro colorato
vuole, ma tutta la collina tutta
quanta intera di frutti.



*
Mi tento, mi squaderno
nel lume di un nuovo alfabeto:
piegare verso dove cade
la pena di sapermi solo palude.
Muto ancora io andavo volendo
solitario il tempoprimo
che sorrise amore giovane
ora fatto Saturno sapiente
dal vario mondo che di lontano
mi attrae. Io sono un’ala
che d’amore dissente,
in sé smarrita, si ricanta
e tra nuvole si distrae
quando al cielo s’apre la prima vita.



*
Ma per chi non ha strada
c’è la caverna dove un muto infante
si rifugia chiamando il padrone:
non scesi con la lampada nell’antro
né vidi i morti fare all’amore,
né pensai a mia madre china sul cucito
né sorpresi il maestro che disegnava alfabeti.
Ma l’angelo che il fanciullo custodisce
era il mio seno nella casa segreta:
io ero la chiave e l’oltremondo
mani e piedi e bocca offerti al sacerdote.


Ph.: immagine reperita in rete (http://minuscolesalvezze.blogspot.com/2016/01/giuseppe-piccoli.html)

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