“La gioia delle incompiute” di Rita Greco

Rita Greco, La gioia delle incompiute, Giuliano Ladolfi Editore, 2021
prefazione di Alfonso Guida


 
In questa sua seconda raccolta, La gioia delle incompiute (Ladolfi, 2021), che segue a distanza l’esordio avvenuto nel 2007 con Perché ho sempre addosso un cielo (Il Filo Ed.), Rita Greco espone se stessa attraverso un ampio campionario di incompiutezze o incompletezze («Tutto il paesaggio dell’incompiuto» fotografa Alfonso Guida nella fulminante prefazione): già nel primo testo della prima sezione, L’ombra amorosa, il sostantivo mezzaluce e gli ultimi due versi «non saprò mai/ chi potevano essere» convocano nel testo l’altra faccia del reale, quella nascosta in una simbolica oscurità o nella intangibile categoria del potenziale e dell’inespresso, del «compimento cercato invano»: «le facce sgargianti delle possibilità/ attorno alle mie mani incapaci» (p. 39), «ciò che potrebbe essere e non sarà» (p. 48). Manifesta, in questo senso è la poesia a pagina 26:

«Continuo a scattare fotografie
che non vedrai mai
scrivo poesie
che non ti leggerò
salvo dall’oblio
parole per te
che resteranno solo mie

[…] »
 
Così al ritmo dei condizionali («sarei venuta»; «porterei per il mondo»; «avresti dovuto») viene mossa «la culla dolce del chissà», inciso il tempo con la lama dei “se”: ma, nonostante occasionali reperi di sconfitta («il mio orologio/ fermo sui rimpianti» p. 46; «qui l’occhio è un languido rimpianto», p. 75), la postura esistenziale dell’autrice è tutt’altro che remissiva, anzi – nonostante inevitabile occorra anche «il […] precipitare» – si fa attiva proiezione, ricerca: «Me ne vado a caccia di tramonti»; «cerca il nome occulto»; «indago il mondo»; «bulimico cercare».

Si diceva, con Alfonso Guida, del paesaggio dell’incompiuto. Un repertorio ampio, specie nelle due sezioni iniziali. Per inciso, queste, ed in particolare la seconda, Incompiuta, per misura, nettezza dei versi, ma ancor più dei componimenti – calibrati ed essenziali -, per la osmosi di leggerezza e spietatezza si eleva al di sopra della media, sia delle altre parti della stessa raccolta, sia di molta altra poesia riflessivo-confessionale (non trovi larghezza alcuna ombra valoriale in questo dato descrittivo) che abbia avuto modo di incontrare negli ultimi tempi.

Troviamo così assortiti esempi del parziale, del non finito/finibile: «una traccia»; «cos’altro ci resta?»; «mancanza di bellezza»; «un silenzio dove andava incastonata una parola»; «mi chiamo incompiuta»; «eco irrisolta»; «la sua luce impossibile»; «limbo delicato/ in cui non sono e finalmente sono»; «non c’è fine a questo compimento» ecc.

Ma se questa condizione di parzialità, di irredimibile incompiutezza, di ricerca senza raggiungimento di una meta finale è facilmente immaginabile (a ragion di più in un’epoca competitiva e di desideri indotti qual è quella occidentale contemporanea), come condizione ansiogena e frustrante, perché la poetessa salentina declina la gioia attorno a questo stato? Mezzaluce è certo più che buio, ma meno che luce intera (condizione teorica o realistica?) e non è abbastanza per arginare il «cercare». Ecco allora che, oltre al testo che contiene il verso che dà titolo alla raccolta, che meriterà essere riportato per intero, i versi che chiudono la seconda sezione, Incompiuta, scolpiscono un concetto di “pugnace resistenza” (giusto per evitare il forse più appropriato, ma soggettivamente indigesto, “resilienza”): «Non conosco il tuo mistero/ cadi a pezzi/ compiuta/ in ogni scheggia/ l’intero» (p. 54): una sorta di architomia delle attinie, che riproducono l’intero organismo a partire da ogni frammento di esso, trasposta alla personalità umana! E Rita Greco ribadisce, anche nelle sezioni successive non sempre e non solo la gioia dell’incompiuto, ma anche – nel gioco di ossimori e opposti della raccolta – la speranza per l’interezza: «un mattino di gennaio mi svegliai/ e provai a rifarmi intera» (p. 75). Forse anche con l’aiuto della «poesia» che «si chiama resurrezione».  

*
Tenersi stretta la gioia
delle incompiute
dei sogni rimasti a dondolare
nella culla dolce del chissà
quando il cuore traballa
per ciò che potrebbe essere
e forse non sarà.
Tenersi stretta la gioia
delle incompiute
delle cose che non sono mai
diventate cose
delle idee che non si sono mai
fatte cose
che cadono e fanno rumore.
Tenersi stretta la gioia
delle incompiute
– potrebbe essere l’unica
concessa –
e allora tenersela
stretta.

(pag. 48)



*
Bisogna aspettare
allenare la pazienza
abitare la faticosa sedia della pausa
dignitosamente immobili
superstiti indecisi se vivere
sia ancora un miracolo
o una punizione.
Come un giocattolo rotto
mi assedia il tempo perduto
e non mi rimedia quello che resta

le facce sgargianti delle possibilità
attorno alle mie mani incapaci.

(pag. 39)



*
Mi chiamo incompiuta
la pioggia ha un cuore che trema
e neppure una lacrima

io non ho cuore
ho un gemito lungo
un pensiero interrotto
senza occhi né bocca né verbo

sono il bordo dal quale mi affaccio

brucia la fronte del vento
delira con me spezzettata

la polvere è il mio testamento

come un lenzuolo annodato
mi contiene
il silenzio.

(pag. 40)



Dormiveglia

In dormiveglia fiume
fa rima con solitudine
chissà perché

in quel limbo delicato
in cui non sono e finalmente sono
dimentica di me
totalmente sono e suono
fonte scrosciante dei perché
lavata nella grazia del puro esistere
in cui risposta è la domanda stessa
sono e non sono e suono
nuda me sola veramente
me desta.

(pag. 51)

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Rita Greco è nata e vive a Mesagne (Br). Nel 2007 ha pubblicato la raccolta di poesie Perché ho sempre addosso un cielo (Il Filo Edizioni). Diplomata attrice professionista, conduce laboratori di teatro-poesia per bambini.
È vicepresidente dell’associazione culturale “Solidea 1 utopia”.
Suoi testi sono stati pubblicati su vari siti e blog, tra cui “Rai Poesia”, “Versante Ripido”, “Poesia del nostro tempo”, “Transiti poetici”, “Poeti oggi”, “Bibbia d’Asfalto”.

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