Giorgio Bàrberi Squarotti: tre poesie da “Dal fondo del tempio” (1999)

Giorgio Bàrberi Squarotti, Dal fondo del tempio, Genesi, 1999


Il messaggero

L’angelo col volto sorridente sulle onde
viola, splendido come se tutta
la luce vi fosse per divina
grazia raccolta, la bellezza viva
che vince il tempo, le tenebre non teme,
né la continua vicenda dei venti,
apparsa lì, chi sa per che miracolo
in quella pozza di mare, racchiusa
fra scogli bassi e il pallore malato
di una spiaggia di palme secche e pochi
dannati nudi, lenti nella marcia
perpetua verso nessun luogo, l’alacre
messaggero di salvezza e sanità,
quello che scende dove è più malata
l’acqua e guarisce chi tocca la sua traccia:
due uomini in divisa lo raggiunsero,
lo afferrarono in fretta per le braccia,
lo portarono a riva, lo deposero,
gli fecero una timida carezza,
e lì strisciò, sbattendo la larva di una gamba,
il moncherino roseo, e il piede enorme
al fondo, poi giacque impotente, eppure
ancora luce emanava il volto
sempre più ispirato.

Alghero, 14 luglio 1993

(pag. 17)



Saint-Sulpice

Come può mai trovarsi Dio in questo
luogo di marmi, d’ori, stucchi, angeli
rosati, fregi, cortine sontuose:
piuttosto re sul trono, mantenute
floride diventate pie, le mani
giunte e una folla di serve ossequiose,
teatro, allora, sala delle feste
o delle udienza, specchio do ogni voglia frivola:
allora fuori, ma dove, fra le auto,
le ragazze che che risalgono in fretta
le strade verso la Sorbonne, goffe
negli abiti pesanti, scuri, senza grazia
di vita, il fumo oleoso dei forni,
le merci delle vetrine, gli avventori
dietro i vetri dei bar, fissi per sempre
nel muto moto delle labbra e gli occhi
vaganti nel grigiore cavo delle nuvole.
Nessuno prese un ombrello rosa dalle mani
di una ragazza negra, né premette
la punta dentro il grande occhio scialbo
di una pozzanghera, lo spinse a forza
fino in fondo allo sguardo che veloce
si cancellò, fissando le pietre
del marciapiede nel buio che c’è sotto,
senza fine profondo, fino al vero
padrone di ogni anima, che si bevve
disgustato quei pochi sorsi di acqua sporca
che sono la città e la storia.

Paris, 7 marzo 1994

(pag. 20)



Musée Marmottan

Ninfee o ninfe, nelle acque verdi
fra foglie lunghe e lievi e il lento ondare
dei festoni dei salici, e tutta la luce ne è bevuta
fino alla distruzione di ogni forma
nel vortice supremo di candore
dove più nulla si distingue, corpo
nudo o corolla o idea o anima: il sublime
non essere, per troppa perfezione
l’immota beatitudine, il vuoto
dove il tempo precipita morendo
nel breve brivido estremo del vento,
che passò, all’inizio, sopra le acque
e ha infine cessato di creare
forme d’aria e colori

Versailles, 11 maggio 1994

(pag. 26)

Leggi anche, nel blog:
Giorgio Bàrberi Squarotti: tre poesie da “In un altro regno” (1990)
Poeti (di Torino) in 10 righe # 1: Giorgio Bàrberi Squarotti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...