I due dolori di Silvio Raffo.

di Paolo Pera

Con La ferita celeste (La Vita Felice, 2019) e Il giovane dolore (puntoacapo Editrice, 2021) Silvio Raffo ci offre uno spiraglio attraverso il quale incontrare la sua anima di poeta, di maestro dell’incanto (o, per meglio dire, della poesia incantata: incantevole) in tempi di disgregazione della parola, in tempi – per citare la definizione spesso utilizzata da Raffo – di disincanto: visibile nella vita delle masse quanto nel “pensiero poetante” di chi (democraticamente) scrive. Egli, altresì, si colloca appieno tra i letterati-aristocratici della nostra contemporaneità: rare e amabili eccezioni.

Con aggraziata retorica e una parola adamantina (luminosa per la purezza) il Nostro compie in entrambe le opere un esercizio di lenimento – e, a un tempo, cristallizzazione – del dolore: il primo adulto, il secondo “rivangato” (poiché giovanile e a sé stesso riproposto, quasi in una soppressione definitiva); entrambi, nondimeno, accomunati da un principio che si fonda su di un celato mal di vivere, espresso con raffinata malinconia, che nel poeta si annienta divenendo opera, poesia. Scorrendo infatti queste pagine non siamo investiti da un’agonia presente, ma – come di fronte a un crocefisso – rimaniamo abbagliati dalla Bellezza, dal bel modo di soffrire. Per tornare, però, agli “esordi biblici”, incontriamo questi versi – de La ferita celeste – «Compì quel solo errore / Dio, potestà infinita: / donò ad Adamo il cuore, / e il seme della vita», Raffo si presenta qui nei panni di un Adamo esemplare, nel mondo messo per attendere e patire: «Attendere: la sola condizione / concessa all’uomo nell’impermanenza / insensata tenace resistenza / alimento della disperazione». Attesa (desiderante da lontano, con modi stilnovistico-petrarcheschi) di quell’altro con cui condividere l’esilio terrestre, presenza temuta e agognata allo stesso tempo: «Presto il mio volto non sarà più il mio, / nello specchio il suo doppio apparirà», oppure: «Il maggior tempo della vita ho speso / attendendo qualcuno che doveva / venire e non veniva». Infine, questo altro (via per la conoscenza di sé), sorge: nella mente del poeta viene e va anzitutto come disamore impossibile da debellare. Le migliori auto-raccomandazioni non impediscono di sperare nella magia di un incontro: «Meglio perseverare nel tormento / che raggiungere l’algido traguardo / del disamore», il Nostro incantatore, tuttavia, non può che cadere in questo: «La tua immagine gaia, iridescente / d’arse galassie vivida, scintilla / è un lume spento, un’ombra – quasi niente». Forse l’altro non è ancora venuto davvero, forse è stato soltanto immaginato con lieve sconsolatezza: «Ti accorgi a un tratto irrevocabilmente / che da attendere no, non c’era niente». Il «Paradiso perso e ritrovato» dopo quest’attesa, da spettri (larve?) abitato, si riempie con l’arrivo di un novello «compagno di viaggio»: Dio ha finalmente dato ad Adamo qualcuno con cui dimorare il Creato, «Della divina luce un solo raggio / ravviva il buio. L’intima scintilla / che nello sguardo innamorato brilla / del mio fanciullo angelico e selvaggio». Il poeta, in questo, voleva infondere un «marchio dorato», in lui voleva plasmare il suo capolavoro. «L’estatico fanciullo fu accecato / dall’estrema fantastica visione», fu forse la luce del “pigmalione” a intimorirlo al punto da volare via, lasciando quest’ultimo con un dardo ancora infisso nel costato? Anche questo amore – se mai furono due – è passato e, con una favolosa metafora mutuata da Lewis Carroll, il poeta ne parla come di uno Stregatto: «Il pensiero di te mantengo vivo / per giocare col tuo fatuo fantasma / di continuo la forma si riplasma / sparisce e ricompare il tuo furtivo / meccanico sorriso». In un’ultima riflessione, ormai disincantata (triste per questo poeta…), dice: «Tu dai numi mi sei stato concesso / perché capissi che l’amore è un gioco». È questo dunque a rendere celeste la ferita? Un supplizio posto dal Cielo è l’amore, come pure il suo relativo disamore? Verso la coda del volume il poeta sembra tornato a una pacifica condizione di nolontà, una “noia patrizia” lo domina – al pari di Des Esseintes, in attesa della fine –: «Non più sogni o fantastiche chimere / nulla più da aspettare o da sperare / Solo un remoto canto da ascoltare / in lunghe quiete silenziose sere». Tornando incerto sul suo «transito immortale», e non più bramando «sorsi di eterna vita», Raffo è ormai pronto a rendersi un’opera d’arte, perfezionando all’estremo (al paradosso?) il suo essere artista: «Chi sono più non so / l’Estasi m’incatena / Immobile Sirena / nel quadro di Delvaux». Esso si è reso dunque una creatura che canta solamente, che canta la più alta musica – l’inaudita musica –, e più non tocca le miserie terrene: «Noi sirenidi non guardiamo il mondo / da umani. È astratta scena / l’altrui vita, un assurdo girotondo». Solo la morte, miraggio lontano, sembra in potere di confutare l’eternità di quest’opera d’arte vivente: «Sarà triste lasciare la tua stanza, / la voluttà che ci sembrò infinita, / il sogno, il canto, l’estro della danza».

Prima che questo accada, però, il Nostro ha ancora da affrontare quel “giovane dolore” che continua ad affliggerlo: «Come i pianeti attorno / al nucleo incandescente / ruotano giorno e notte / interminatamente / / così sempre ritorno / nei gorghi delle mente / mandala adolescente». Come sottolinea il poeta Sacha Piersanti nella nota critica conclusiva, in questo secondo volumetto si respira un che di ossimorico: «Il giovane dolore, come in realtà tutta, o quasi, l’opera poetica di Raffo, ha una natura ossimorica, di fusione tra contrari, di “matrimonio tra cielo e inferno” […], in un cortocircuito linguistico e tematico che non è mai mero gioco estetico, ma vera presa di coscienza dell’eterna coesistenza dei contrari», vero, ma stando a quanto già ricavato ne La ferita celeste, ossimorica è pure – ribaltando (vagamente) Winckelmann – la forma grande e posata che cela una profondità inquieta, sebbene da Raffo addolcita (anche con l’ironia di alcuni titoli), ammansita entro la stessa: «Più d’ogni altro strumento o medicina / giova all’anima nel suo apprendistato / del dolore la ferrea disciplina. / / Chi agli abissi non è stato addestrato / ignorerà l’ebbrezza delle cime, / la limpida coscienza del Sublime». Potremmo, per usare un’immagine classica, parlare di un Laocoonte doloroso ma composto, doloroso ma sorridente – e qui affiora non poco la Dickinson, divenuta anch’essa la propria opera: astratta benché totalmente corporea –. Raffo poi, come i suoi maestri di riferimento (s’intravede qui anche una certa anima gozzaniana, di camuffamento giocoso della triste realtà in poesia), rimane abitato da un esercito di larve insidiose: dagli amici andati («Nulla più forte sento / di questo amore spento / di voi che mi lasciaste / cari amici che un vento / rapinoso mi tolse»), ai genitori («Mio padre fu l’anonimo straniero / ospite della mia casa materna / […] Essere frutto e fiore di una sola / creatura fu il mio insolito destino»), agli amori che non furono («Sarebbe stato bello avere in sorte / un compagno di viaggio, ma eremita / mi vollero le Moire»). Il poeta in questa rimembranza del passato («Giovane il mio dolore sorrideva, / il funesto sentiero delle lacrime / l’età svagata non riconosceva») coglie tutta la verità del futuro, quasi in un fatidico presagio: «Sì, morirò da solo la mia morte, / come da solo vissi la mia vita»; pasolinianamente, anche in Raffo la madre sembrerebbe essere causa della condanna alla solitudine: «Ancella del mio cuore e della mente, / tutto era già nel nostro abbraccio scritto: / / che non avrei commesso mai il delitto / di abbandonarti, a costo della vita / / che mai ti avrei con niente / sostituita». In questa noia, in quest’insoddisfazione e disprezzo («Nulla mi piacque mai come sognavo, / come pensavo che sarebbe stato»; «[…] solamente mio / sentivo il nulla, immune da tormenti / terrestri e d’ogni palpito digiuno – / fantasma nella Terra di Nessuno»), al poeta altro non resta che creare il proprio mondo e lì, e solo lì, vivere appieno: «[…] Io solo al centro / del mio magico cerchio, pronto a darmi / la morte come il tragico scorpione»; volontà di potenza, si suol dire. È così che, pur cangiando, il poeta persiste nel perfezionamento: «Troppo chiese al mio sogno il desiderio: / […] Ogni giorno mutarsi in nuove forme / ma restando fedele al suo modello – / della guida seguire impronte ed orme / e mantenersi eternamente bello». Il desiderio di bellezza, d’ideale, – per confessione del Nostro – è anch’esso figlio del dolore: «C’è un così acuto dolore che un solco / nel profondo dell’anima mi scava / che genera una brama, per contrasto, / d’insaziabile gioia», e quest’ultima non potrà essere se non nell’arte: nel farsi opera d’arte, sebbene sia di certo una gioia fittizia. Alla domanda più ardita («Qual era il vero amore / fra i tanti che hai incontrato, / quello che avrebbe osato / infrangere il rigore / del cuore raggelato?»)  la risposta pare ora evidente, solo ora: «Il fanciullo che al nudo petto stringo / è il mio corpo-fantasma adolescente – / sempre e soltanto io quell’ombra ardente, / il vano simulacro che dipingo», fu forse egli stesso a meritare il proprio vero e assoluto amore? Fu costui a non averne abbastanza? Rimane ora la domanda se il fanciullo che Raffo decanta quale oggetto del suo costante innamoramento, «larva e chimera», (fin dalla prima opera presa qui in esame) non sia infine egli stesso, egli stesso ragazzo… Dopo tutto quest’interminato combattersi e riconquistarsi, ciò potrebbe sembrare: esso fu il «compagno di viaggio» che Adamo da sempre desiderò, causa della sua stessa ferita celeste, di quella mancanza, di quel dolore, che l’io – non potendosi vedere – non finirà mai di provare.

Paolo Pera

Silvio Raffo, La ferita celeste, La Vita Felice, 2019 * Acquista il libro ➡
Silvio Raffo, Il giovane dolore, puntoacapo Editrice *Acquista il libro ➡

Articolo già apparso su Read[a]ction Magazine
https://www.readactionmagazine.it/2021/10/27/i-due-dolori-di-silvio-raffo-prima-parte/
https://www.readactionmagazine.it/2022/05/14/i-due-dolori-di-silvio-raffo-seconda-parte/
Si ringrazia per la cortese concessione dell’autore







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