“Giobbe”, da “Sapienziali”, di Gianmario Lucini (1953-2014). Con una nota dell’autore.

Foto da: Ballata avvelenata, CFR, 2011, pag. 24


da Sapienziali (nove sequenze e trentasei poesie), puntoacapo, 2010

Giobbe

Ecco, sono ben piccino, che cosa posso replicare?
Mi porto la mano alla bocca
Ho parlato una volta, non insisterò;
una seconda volta, non aggiungerò nulla

Gb. 40, 4-5

Io sono Giobbe, parlo del passato.
Icona e mito,
àfono
chiamo per nome Giustizia.

Troppi uomini saggi hanno svuotato gli oceani
e non abbiamo che baratri.
Sento lo Sguardo
padrone scrutarmi animale
– inane lo avverto,
gli lecco la mano.
Vorrei dire il mio corpo
le spalle ricurva, il rossore
ma non ha voce il dolore,
è pietra ogni parola,
si stacca da me come pietra e rovina.
Giaccio inerte pur vivo
il soffio dei giorni confondo col fiato
d’un terribile abisso;
mi percuote la giustizia
e grido
perché un ordine antico è sconvolto.


*
Non ho più forze per rincorrerti.
Se guardo in alto il cielo mi deride
se guardo in basso il vuoto mi chiama,
a destra, a sinistra il vento leva polvere.


E’ accaduto un terremoto e la terra
ricusa la sua legge primitiva:
fra mondo e mondo ora corre l’abisso
e sul ciglio la folla dei dispersi.


Dove potremo di nuovo cantare
i canti dell’inizio?
Dove trovare un altro centro
parole sapide, senso?



*

Nessun libro contiene la parola
ma la parola tutti li contiene
soltanto così avrà vita e carne;
sarà impeto il libro, impeto e vento.

Nessuna parola contiene il silenzio
ma il silenzio tutte le contiene;
l’uomo che ama il silenzio
è un raffinato oratore.

Lascia il silenzio giacere nel limo
come il chicco d’inverno,
lascia che rimbombi nell’abisso
prima d’ogni sapiente giudizio;

ma non sarà il silenzio a ridarmi
la vita che ho perduto
né il lamento a fermare la sventura,
l’innocenza a proteggermi.

Io sono Giobbe, ho lottato col Silenzio
l’ho chiamato in giudizio per fami giudicare
per questo grido dal passato come il mare
che lambisce la terra e non la può possedere.



dalla Nota dell’autore:

Sapienziali apparirà, alla lettura che cerchi una coerenza logica, assolutamente incoerente e anzi, un crogiolo di suggestioni, dove di biblico ci sono solo i riferimenti che le hanno generate.
I nove “poemetti” [di cui il primo è Giobbe – ndr] potrebbero sembrare così nove sillogi. Il nesso che li unisce non va quindi cercato solo in quello che viene detto, ma piuttosto nella suggestione che l’autore vuole trasmettere, con l’idea che ognuno di essi li contiene in qualche modo tutti, limitandosi a sviluppare un aspetto del tema generale. E se un tema vi può essere, una specie di argomento conduttore, questo va cercato nella riflessione sull’ingiustizia (o il nascondimento dell’ingiustizia che in termini filosofici teologici, consegue al nascondimento/assenza di Dio) e la condizione di un mondo dominato dalla boria tecnologica, servita dalla scienza e a sua volta al servizio del potere; un mondo di violenza e di guerre, così diviso tra oppressori ed oppressi che in più episodi viene paventata una fine, una specie di nemési, che però viene presentata in toni onirico-fantastici, in una sorta di post-era dopo una, non esplicitamente nominata, Apocalisse.

Leggi anche, nel blog:
Un ricordo e tre poesie d’esordio di Gianmario Lucini
Saranno dunque i miti / a possedere la terra, di Gianmario Lucini



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