Adriana Tasin, Fatti reali immaginari, 2022, Arcipelago itaca.

Recensione di Camilla Ziglia

 
Si ripropone al pubblico in veste nuova Adriana Tasin: dopo la prima silloge, Il gesto è compiuto (2020, puntoacapo Edizioni), Fatti reali immaginari (2022, Arcipelago itaca) traccia linee e svolte sorprendenti.
  La nudità autentica dell’io lirico della prima raccolta si estende ora anche fuori dal sé, cerca una molteplicità di alter-ego (o almeno delle loro vedute) nel dialogo con la storia, con alcuni fatti di un passato recente che ancora interrogano e scuotono. Questi fatti -alcuni vissuti, altri sentiti o attinti da eclettiche letture- sono ricostruiti poeticamente e riproposti in squarci “da dentro”, in immedesimazione e suggestione catartica.   La selezione avviene secondo accordi interiori, incontri del sentire volutamente sciolti dalle briglie di strutture architettoniche o cronologie.
  Adottando il punto di vista di protagonisti delle cronache o di eventi storici (talvolta noto è il personaggio, talvolta lo è l’evento), Tasin si pone sulla linea manzoniana del dialogo poetico tra “il vero e il verisimile”. Siamo nell’ambito di una poesia civile, perché riattivare le coscienze intorpidite dall’indifferenza su questioni storico-sociali è una dichiarazione d’intenti in incipit. Tuttavia la raccolta non persegue intenti celebrativi né rievocativi, né polemici, bensì soluzioni indipendenti e particolari che sfumano le caratteristiche del genere: il livello di introspezione e il filo rosso trasversale sulla natura del tempo e dell’istante si tengono su un campo lirico. Nella prima parte del libro, Tempo variabile (una ventina di testi), ogni poesia coglie un momento preciso del divenire, l’attimo di svolta di un diverso destino (individuale o collettivo), adotta, facendolo intimamente proprio, il punto di vista dei personaggi, come in una sorta di realtà aumentata, nella massima tensione della Spannung narrativa (qualcosa come la smorfia della Dafne di Bernini in metamorfosi verso un’esistenza nuova, vegetale).
  La propensione narrativa di Adriana (autrice anche di racconti) nella silloge d’esordio ammantava i momenti lirici contestualizzandoli, ma in Fatti reali immaginari apre la vena senza esitazioni, il racconto assume connotati eziologici e funzione letteraria con felici esiti poetici; degli accadimenti che si sono rivelati nelle cronache o nella storiografia l’autrice può permettersi di selezionare senza sbavature il dettaglio acuminato che costruisce il suo dettato e il suo messaggio. In Tempo rivoluzionario l’alluvione di Trento del 1966, in piena occupazione studentesca della Facoltà di Sociologia, viene così riportata: il fiume Adige / esonda / ritrova l’antico alveo / occupa strade e binari / ondeggia melmoso / colma cantine e botteghe / si butta per strade scoscese / travolge case e persone / sbianca pagine scritte / spegne musica / ignora anime. Da oggettivo il disastro naturale entra nell’umano, nelle case, chiude sulle anime, il loro diritto alla felicità, alla vita. L’inquadratura poi stringe ancora sugli studenti occupanti: … non s’ha da vedere e sentire // che noi- / giovani rivoluzionari- //  di fronte a tanto vacillamento / ci siamo messi a pregare.
 Alla strage della stazione di Bologna del luglio 1980 Adriana è spettatrice indiretta. Qui si compie la poesia di testimonianza che tocca l’universale: […] E d’un tratto l’ho visto il fumo salire / l’ho sentito il dolore / come fosse un sabato d’inverno / e io lì, come sempre, / a tornare verso casa […] e chiude magistralmente con la replicatio in oppositio alla propria condizione fortunata […] Eppure, hanno ancora / impressi negli occhi / l’ultimo viso veduto /  […] / un sentiero erto di montagna e // Casa Casa Casa Casa.
 Uno dei tratti peculiari di questo libro è che non si lascia etichettare, non ammicca al sensazionalismo cronachistico, né alla commiserazione e non è nemmeno pura narrazione: questa raccolta è una lirica di scena in campo lungo e zumate spiazzanti, sospende la linea del tempo. Il gesto è compiuto tracciava i percorsi del tempo in andata e ritorno sull’andata, il fine qui è proprio illuminare il punto in cui si rovescia e pone nuova origine; prosegue quindi la ricerca dell’autrice sul tema.
 Chiuderei se non fosse mia ferma convinzione che la forma non svolga la parte minore della comunicazione artistica ad ogni livello. Dirò quindi che l’autrice dimostra piena consapevolezza nelle proprie doti e allunga le redini alla penna con sicura perizia, lasciandole vestire la pagina di segni di senso nella disposizione delle parole in dialogo con il campo bianco: efficacissime, ad esempio, l’apertura e la chiusa di Errore di identità che spargono in disordine i nomi dei bambini palestinesi uccisi sulla spiaggia del porto di Gaza mentre giocavano. Nomi sparsi come le impronte dei loro corpi sulla sabbia.
 Il linguaggio attinge dalle cronache il tono asciutto e oggettivo, ma si riveste di suono significante, allusioni ed ellissi, compone una musica propria con i giusti controtempi, gli scarti repentini, le pause; colpisce con colpi di frusta secchi e dritti al segno, osando anche forme di epanalessi (anche epanadiplosi) prive di enfasi, anzi sorprendenti e sempre toccanti. Dove si allarga il respiro e si addolcisce, viene preparata la scena, viene costruita l’affezione ai luoghi e alle persone, alla loro serena esistenza di subito prima. Su questo sfondo il colpo di flagello del destino, cui dà corpo la sentenza breve e lapidaria, il paradosso sospeso, il ritmo incalzante che lascia senza scampo.
  La seconda parte di Fatti reali immaginari si intitola Diario di Julia, diario poetico di una ragazza storicamente esistita di cui poco si sa (muove da qui qualche licenza narrativa), imbarcatasi per un disguido sul famigerato transatlantico Titanic. La tragedia non ha bisogno di spiegazioni, è Julia che deve essere presentata al lettore. Ecco in apertura una soluzione sorprendente: una scena di prosa teatrale, un dialogo ambientato in un negozio di abbigliamento tra avventrici per ordinari acquisti e Julia che si organizza per il viaggio e la nuova vita in America. Sottolineo la sicurezza dell’autrice anche nell’espediente narrativo più arduo, ma di miglior impatto, per la caratterizzazione di un personaggio: la scena dialogica. In questo prologo torna inoltre, cara a Tasin, la vita dell’oggetto che si attiva, significa e si riaffaccia nel diario: la sciarpa di un rosso sfacciato avrà il compito di assottigliare la linea fra classi sociali, il cappello caduto in acqua preannuncia la disgrazia.
 Le pagine del diario poetico si succedono cronologicamente tra una realtà storica ricostruita con dovizia di dettagli (la sfilata degli animali d’affezione dei passeggeri di prima classe) e i pensieri di Julia: l’alone della premonizione e lo sforzo per un cambio di prospettiva da adeguare al futuro (di vita o di morte?), le speranze, i rimpianti, i legami. Sentimenti che nel lettore al corrente del finale si amplificano o si capovolgono in virtù di magistrali stoccate di assurdo e doppio senso. Il risultato è graffiante nell’intimo, coinvolgente, in linea con la teoria manzoniana secondo cui la poesia ha la funzione di aggiungere alla storia “la storia dell’anima e lo spettacolo dell’uomo interiore”.
 Ultima sezione del libro, perché davvero di terza sezione parlerei, è un apparato di note che correda i testi uno per uno e ricostruisce ogni fatto storico. Si tratta di ricerche condotte con rigore e riproposte in taglio e veste letterari ad illuminare le poesie, valorizzarle, potenziarne gli esiti. Anche in questo contesto il linguaggio muove dall’asciuttezza della cronaca, ma tiene a distanza la neutralità scientifica riproponendo un efficace dialogo stilistico con i versi.
  In copertina un disegno di Ksenja Laginja, poetessa e illustratrice: rappresenta la cima aguzza di una montagna che si capovolge e mostra l’interno cavo, uterino, nell’atto di generare un mondo o in cui il mondo sta per essere accolto. Concepimento e parto, io femminino e alterità, dritto e rovescio, viscere della roccia e dell’umano. Come non cogliervi in sintesi la produzione di Adriana Tasin?

Camilla Ziglia





Poesie da “Fatti reali immaginari”
(selezione di A.R.)


da TEMPO VARIABILE

Leggenda inquieta

11 settembre 1891, Ponta Delgada, Azzorre
Suicidio di A.T. de Quental

Il poeta, Antero Tarquinio de Quental,
                                                leggenda inquieta,
di fronte alla bianca cattedrale
di Ponta Delgada «
                «Ali, onde o mar quebra» (1)
nel tramonto accecante
riverberato dal mare
si sparò.
              Due volte.

Uno sparo non bastò a placare
tormenti e contraddizioni.
Anche quel giorno Antero
parve prendere due vie opposte:

                  sentire                         [vita
                               pensare          [morte.

Al secondo sparo
la sua magrezza si distese
sulla panchina nuda

                 [al muro: la parola Esperança
la barba fulva si mescolò col sangue
che scendeva a rivoli dal capo.

Gli occhi ancora limpidi,
aperti e malinconici.

                            Come prima

                                        Lasciata andare via la vita. (2)

(1) «Ali, onde o mar quebra, […]» è una parte di verso in lingua portoghese di A. T. de Quental, (tratto da Sonetos, 1880, Sepultura romântica) che sta a significare «Là, dove si infrange il mare».
(2) L’ultimo verso della poesia si rifà a uno scritto di A. T. de Quental e precisamente a «E a vida… e o amor… deixá-la ir, a vida» ossia «E la vita… e l’amore… lasciala andare, la vita» (Ulmeiro, 1983, 1^ ed.).

(pag. 14)




Vento contrario

Autunno 1943, Umbria-Toscana
Rete clandestina di assistenza agli ebrei
Gino Bartali

Ma rincorreva? Era rincorso?
                             Il viso girato di lato –
                                            verso l’impercettibile –
                              fuori inquadratura.

Si dileguava l’asfalto
sotto il cuore di Gino.
La terra si tingeva di rosa
al suo pedalare.

Era mutevole la strada
spiata in giorni contaminati.

Vento contrario. Spesso.

E lui stringeva con una mano
il telaio per tenere salde
quelle vite

ché non volassero via
in mezzo ai campi

                     [in mezzo ai campi…

(pag. 22)


Uomo-carbone

8 Agosto 1956, Belgio
Miniera di carbone Bois du Cazier
Disastro di Marcinelle

Nella miniera di carbone
ha trovato dure verità.
                Vite.          Da sacrificare.

Verranno portate dagli angeli
al monte Moriah.

La mano di Abramo si solleverà –
                       le unghie a lama in attesa –.

Mentre soffoca in fondo al pozzo
spera che Dio salverà il loro giorno.
              
                     Lì in mezzo una speranza,
         intravista, ostinata a restare.


(pag. 26)




da DIARIO DI JULIA


PRIMA DELL’IMBARCO…

. Southampton, venerdì 29 marzo 1912

La valigia era stamane bocca.
Si è richiusa di colpo trattenendo
la sciarpa rossa.
Ora spunta come lingua verbosa.
Lessico di Sibilla!

L’altro giorno durante la gita al lago
il mio cappello è caduto in acqua.
Il barcaiolo ha detto: Cattivo presagio!

Sibilla, rispondi. È vero?

                        Diventa tu stessa Sibilla e vedi. Vedi…



PARTENZA

. Partenza da Southampton, mercoledì 10 aprile 1912

Il Titanic muovendosi
ha risucchiato a sé
la piccola nave New York
che ha rotto gli ormeggi
al molo 39.

Qualcuno ha esultato:
Blue Riband! (1)

Abbiamo sbaragliato ogni record:
Titanic e New York ricongiunte!
Rotta est-ovest percorsa
nel minor tempo possibile!
Che importa se è quasi scontro!

Andiamo! Contasecondi:
pompare le caldaie!
Propulsione a vapore.
Cilindri in linea.
Eliche in movimento.
Lame tagliano l’acqua
dovranno ferire l’aria.
21 nodi, 22 nodi… 26 nodi.

Fumaioli White Star Line al lavoro.
Orchestrali, suonate a tutta!
Finché c’è fiato… (e coraggio…)

(1) Blue Riband (Nastro Azzurro) era un riconoscimento (non ufficiale) assegnato alla nave passeggeri che riusciva a compiere, nel minor tempo possibile, la traversata dell’Oceano Atlantico senza soste per il rifornimento.


(pag. 57)



IN VIAGGIO

[…]

. Appena lasciate le coste irlandesi, giovedì 11 aprile 1912

C’è un’approssimazione in questa luce
appesa a un filo che oscilla
tra letto e mare.
Il bambino fa e disfa riflessi
con uno specchio gioca
a prendere e rendere abbagli.
E il vecchio trema in tutte le sue parti, trema tutto,
nel silenzio pare foglia, dito che crocchia.

(pag. 61)



AFFONDAMENTO DEL TITANIC
Lunedì 15 aprile. Ore 02.20.

Per prima cosa andiamo all’ultimo respiro.

Lei trattiene ancora,
con la presa incerta delle dita,
la terra al suo canto
l’acqua all’oceano
la goccia di Colonia al collo.

E poi se ne dimentica. Per sempre. A mano spalancata.


Il Titanic è serbatoio di ansimi
di ossa che sbattono nelle serrature.
Univoche mandate stanno
come nel ventre di una vacca a
spartirsi il filo.
Il buio introdotto nel fondo
a ruminare vite
ne farà cosa unica.

Pesci incuranti consegneranno
mani scomposte e spaiate
all’oscurità.

Un’ultima voce, lontana:

                        Tuffati parola!
                       Tuffati che ti prendo. Fidati!
                       Sono foglio
                      ora mare… sono mare.


Poi più nulla.


Cos’è rimasto dopo?

Nemmeno il profumo!

Ha sciolto i capelli
sposato il suo corpo
all’acqua

è lì che le cellule si son fatte parole.

(pag. 67)

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Leggi anche nel blog:
Adriana Tasin, Il gesto è compiuto, puntoacapo Editrice, 2020, di Annalisa Rodeghiero
La premurosa morte. Inediti di Adriana Tasin, 28 aprile 2021

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