Minime riflessioni su “Cultura e periferia” – Periferia come paradigma dell’”uguale diversità” e della tolleranza

BOOK CITY, Milano, 20 novembre 2022

di Alfredo Rienzi

Si parla generalmente di centro, al singolare, e di periferie, plurali.
Concettualmente il centro è un punto, adimensionale, virtuale. La realtà è periferia; ogni donna, ogni uomo sono periferia.
Ce lo dicono le nostre impronte digitali, il nostro DNA e chissà quanti altri incroci di caratteristiche e proprietà: ogni creatura umana è individualità unica.
Da un punto di vista simbolico, passando dall’Uno al molteplice, inevitabilmente e assiomaticamente, il Centro cessa di essere tale (luogo simbolico, ma virtuale) e si riversa, come un fiore che sboccia, cioè che si manifesta, in una miriade di puntiformi periferie.
Una delle conseguenze – notiamo bene ché non è solo speculazione concettuale, ma ha un peso pratico decisivo – consiste nel fatto che, siccome ogni individuo è collocato in un punto diverso rispetto ad un altro individuo, il punto da cui egli osserva il mondo – o anche un solo aspetto del mondo – non potrà che essere differente e “periferico” rispetto ad un altro individuo.
È nota la storiella sufi dell’elefante in una stanza buia che sembrerà cosa diversa a seconda che l’esploratore – accecato dal buio e con solo il tatto a disposizione (per farla semplice) – tocchi una parte o l’altra del pachiderma. Così come, con analoga morale, si narra che lo specchio che in origine rifletteva la Verità Unica, frammentatosi si sia donato ai diversi individui in schegge ognuna con la propria limitata e parziale immagine di piccole verità individuali, tutte vere ma tutte parziali.

Dunque, va da sé che i principi di individualità, di differenza, di parzialità sono strettamente discendenti da quelli di centro e di periferia.

Cosa dovrebbe raccontarci questo semplice – ma di importanza fondamentale e concretissimo – simbolismo o, meglio, questa rappresentazione della realtà?
Ci mostra come ognuno vive la sua periferia, e come nessuno potrà giustamente considerarsi nell’aureo e giusto Centro, ritenendo gli altri nel degradato errore delle Periferie. Lasciamo stare il concetto di essere più o meno vicini o lontani dal centro, e quello di volercisi, in qualche modo, avvicinare e accontentarsi del punto di partenza.
Quello che conta qui, è sottolineare, con un ossimoro, l’uguale diversità che ogni individuo rappresenta.
Chiaro che, nel passaggio dal concettuale al pratico, nelle sue valenze antropologiche, sociali e culturali ed etiche, sarà necessario introdurre, appunto, variabili antropologiche, sociali e culturali ed etiche. Ma, riallacciandoci direttamente al livello dei Princìpi, dalla’”uguale diversità” degli individui discende il concetto, vitale per una società complessa, di “tolleranza”. Ma non quella tolleranza che sposa la sufficienza della “sopportazione di chi è diverso o la pensa diversamente”, ma di quella che io credo sia l’autentica Tolleranza, ossia il considerare le diverse opinioni aventi la stessa dignità e, forse, la stessa vicinanza/lontananza dal “vero”.
Poi, purtroppo, bisognerà calarsi dal mondo delle Idee a quello delle forme.
Ma, questo esercizio, che so bene essere necessario, dichiarandomene incapace, lo lascio volentieri agli organizzatori delle realtà sociali e ai tassonomi dal fare e del dire. Ma senza mai dimenticare i Princìpi, senza i quali ogni fine apparirebbe solo come un burattino con tutti i suoi fili.



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