Breve guida ai luoghi poetici del giardino di Silvio Aman.

di Paolo Gera su: Silvio Aman, Garten, puntoacapo editrice, Pasturana 2022
Postfazione di Luigi Fontanella





L’INGRESSO

L’architetto del giardino è nello stesso tempo il visitatore ignaro e curioso che sta attraversando il cancello d’ingresso.  È indubbiamente spaurito, non troppo sicuro dei propri passi, arriva da terre lontane e ha bisogno di riposare gli occhi nel verde, camminando e sostando. Appena entrato suscita la curiosità degli abituali frequentatori, per la sua figura e il  suo chiedere del tutto differente. La grana della sua voce, la sua aura.  “Stupiti dalla voce/accesa d’oro azzurro nella sera/chiedevano chi fosse lo straniero…” (L’iperboreo, p. 20, vv. 1-3) L’uomo è probabilmente originario di un “paese singolare, sprofondato nelle brume del nostro Nord”( C. Baudelaire, Invito al viaggio, in  Lo spleen di Parigi, trad. di A. Berardinelli)  e porta con sé la vocazione della sua diversità. La condizione doppia di essere nello stesso tempo il progettista dello spazio conchiuso e il visitatore che vi penetra, segna la condizione straniante della poesia di Garten.  Il poeta deve essere capace di dominare la natura e di forgiarne una forma più domestica, ma insieme, è anche lo stupito viandante che nulla sa del giardino e di cui nulla si sa. Questa identità non sicura, fluttuante, sfuggente è segnata da vocaboli ‘senhal’ che si trovano nelle varie stazioni del giardino: “noi siamo i marinai dei viali/ e forse solo il vento ci assomiglia” (Le case veliero, p. 50, vv. 16-17); “sono il nocchiero e nel passare imbarco/ figure con il senso dell’ignoto […] (Spuma, p. 51, vv. 6-7); “ritornano le voci indecifrate/ del mio destino apolide-” (Giorni di mare, p. 60, vv. 6-7); “Noi siamo ormai stranieri,/ turisti improvvisati.” (Le fate vegetali, p. 88, vv. 1-2); “Noi siamo giunti tardi,/ i grandi e misteriosi pellegrini/ da tempo son partiti” (Festa ignota, p. 114, vv. 2-4); “Il mondo in fluttuazione/ ci manterrebbe apolidi” (Esitazione, p. 172, vv. 14-15) e infine, assistendo a una totale smaterializzazione: “spirito ubiquo dai nomi infiniti” (Ignota energia, p. 183, v. 14).
Straniero, marinaio, nocchiero, apolide, pellegrino in ritardo, spirito ubiquo… Aman condensa in tutte queste la figura del poeta, essere erratico, senza patria, nomade, sempre pronto, nonostante la saggezza accumulata durante i viaggi, a un candido e dolente stupore di fronte al mondo e a se stesso. L’essere dentro il giardino non prevede una completa immedesimazione, il sentimento panico è sempre allontanato, attraverso vari  procedimenti di trattenimento, qualche passo prima che si manifesti. La realizzazione all’interno dello spazio del giardino, della poesia e della stessa vita, è sempre segnata da un’accettazione di genere ossimorico: quello a cui si può aspirare, una volta entrati, è “un senso di felici estraneità”(Improvviso scioglimento, p. 38, v. 14), “oppure una straniera intimità” (Dopo l’inverno, p.79, v. 5).


I VIALI

I viali del parco sono il proseguimento dei boulevards cittadini, ma più sottili e ridotti, come trasfigurati da una memoria che rimpicciolisce piuttosto che ingrandire. La memoria del poeta vuole infatti che oggetti e immagini care siano a portata di mano, nel cassetto del tempo ritrovato, e creino intimità piuttosto che trionfalismo, piccoli gruppi raccolti piuttosto che parate.
Nella flânerie all’interno della città, dopo un lungo cammino succede di essere preda di una specie di ubriacatura secca – ‘ebrietudine’ , la chiamava Giorgio Caproni – in cui la visione si fa allucinata e gli oggetti solidi, svaporando, sembrano disancorarsi dalle fondamenta e diventare navigli che veleggiano verso dimensioni libere e sconosciute. Certo, ci sono i “marinai dei viali” a sciogliere gli ormeggi e il loro capitano chi può essere se non Arthur Rimbaud?

        Parrebbero esitare
le poppe dei palazzi coi bovindi…
ma è l’ora in cui ti avvii,
nocchiero di una gioia impertinente
a far levare l’ancora
che li farà salpare.

(Le case veliero, p. 50, vv. 21-26)

Ma il rivoluzionario che entra nel giardino è disposto a ricevere attenuati i fragori della battaglia e si predispone ai sussurri della natura. Se deve celebrare una festa è quella dei miti dimenticati che nei parchi a una certa ora e in certe condizioni atmosferiche manifestano vestigia che parevano sepolte per sempre. Riappare Dioniso. “I tigli in folla scuotono dei tirsi/ e irrompe mascherato sulla scena/ un dio notturno e idrologo” (Meteorologia, p. 53, vv. 13-15). Ma poi l’ebbrezza si stempera e la confidenza con gli alberi vorrebbe essere contraccambiata con la tenerezza: “Appoggi la tua gota al muschio e senti:/ è come un animale buono il tiglio/ a cui ti affidi.” (Tiglio, p. 74, vv. 1-3).  Poi gli alberi dei viali per una variazione d’aria fanno accorrere la folata di un ricordo e la sinestesia accende di una luce fioca i suoni, che si tramutano in immagini. “[…] un folto d’aria impenna a fior del viale/ il flusso sensitivo dei fogliami.// Ciò mi ricorda analoga e lontana/ la fuga di quei suoni effervescenti/ portare scalpicciando strane immagini…” (Ascolto, p.78, vv. 4-8).
Il poeta accetta il predominio del dolore, “l’orrore a cui le cose si rassegnano” (Serata a Wilhelmshaven, p. 46, v. 3), anzi leopardianamente solo nel dolore è il vero e la necessità di un lenitivo potrà essere soltanto passeggera. Il conforto non può che essere improvviso e imprevedibile: “orli di luce dentro un mondo buio.” (Jean de Boulogne, p. 184, v. 19). Ma il viale del giardino in cui si inoltra, con il germinare di una nuova stagione, è un richiamo a pulsioni di vita. La legge della metamorfosi umanizza la natura: “e il viale che dilata le sue nari/ aspira a gran folate/ un non so che di erbette e angurie.” (Sorrisi gocciolanti, p. 117, vv. 11-13). La ‘diminutio’ stilistica evoca l’idillio: che sia sabato, anche nel giardino? Allora uno dei compagni di passeggiata potrebbe veramente essere Giacomo Leopardi. Ma il viale ritorna alla sua vocazione prospettica e esistenziale di fuga in avanti, di sradicamento, di frenesia di libertà e nella metafora animalizzante della chiusa poetica, con la figura del veltro, il compagno diventa addirittura Dante Alighieri: “Allora il viale è un veltro,/ si scrolla da quel bagno folleggiante/ e corre in fondo a sé.” (ibid., p. 118, vv. 35-37).


LA STATUA

La statua non c’è. Rimane solo il piedistallo e dalle parole soavi e sbiadite che ancora si riescono a leggere sul basamento di marmo, si capisce che doveva trattarsi di una figura femminile. Una dea probabilmente e tra le dee Venere, oppure Persefone, Melusina, una ninfa, Clizia o, se il mito assume vesti di altre regioni, Alcina o una fata vegetale. Le donne in questo giardino possiedono la vocazione di essere libere e sfuggenti. Possono essere malinconicamente “disperse Ofelie” (Die große Mutter, p.100. v. 17), ma in ogni caso non fanno sentire la loro presenza carnale e se ci si innamora lo si fa delle scie dei loro corpi, dei loro profumi, delle loro assenze. “Ho tanta nostalgia di quel profumo… – tu non lo sai – della felicità di non avere forma”. (La cosa nascosta, p.128, vv. 13-15) Come nei confronti  degli esseri di sesso femminile, è con tutta la realtà che Aman rifiuta il corpo a corpo selvaggio e in questa delicatezza sta la cifra essenziale della sua poesia: ogni oggetto descritto, ogni situazione evocata, aspira a essere coperto da un impalpabile velo sensoriale che impedisce un contatto troppo brusco. Il soffondere, l’attenuare, la cipria, il talco, il muschio, “il bianco della neve” (Tazze e bicchieri, p. 129, v. 13). Lo stesso poeta aspira a liberarsi dai ceppi della materialità e a diventare il già citato “spirito ubiquo”, Ariel, un angelo di Rilke, un djinn benefico… a volte è la musica a richiamarlo: “sfioravo spiritato dal contagio/ ogni presenza estranea. ”(L’eletta, p. 165, vv. 5-6). Nella poesia che più direttamente in “Garten” si riferisce al simulacro, la statua replica la sua parvenza nella donna straniera, e sia a lei che alla dea rappresentata, è obbligatorio non rivolgere la parola, mantenere la sospensione, il sacro distogliersi.

Quando l’ho vista, guardava anche lei
oltre la terra e il mare, gemella della dea,
quasi due volti in uno. Di cosa mai parlare?
Io scelgo un fermo no per non turbare
Gli sguardi borëali di quel silenzio estremo.

(La statua (Straniera al Jardin de Bagatelle)) p. 155, vv. 10-14)

Ma è preferibile che nel giardino la statua sia una parvenza. Solo immaginarne i contorni e il sorriso.


 LE AIUOLE

Ammirevole è la disposizione delle aiuole, per la varietà delle piante, i loro colori e profumi. L’esigenza d’ordine del progettista non ha voluto la disposizione in un rigido ordine geometrico, ma ha lasciato spazio a figure cangianti, che se da lontano sembrano soltanto ben congegnate, ad avvicinarci palpitano e confondono. Ridestano in noi rimembranze e alitano speranze per il futuro, incrociano ancora una volta nello spazio tutti i piani temporali. Se secondo la proposizione nietzschiana ripresa da Aman è regola “l’orrida vicenda del ripetersi” (Verso l’incrocio, p. 41, v. 4), rimane pur vero  che sotto la ripetizione dei motivi floreali c’è il mistero di una forza vitale e “il trionfo di una spinta universale” (Meteorologia, p. 54, v. 24) a cui il poeta, come ogni uomo, vorrebbe arrendersi. Nietzsche ora entusiasta si china ad annusare un giglio.
C’è dunque questa alternanza, nelle aiuole di Garten, di luce e ombra, di annoiati canoni e di slanci liberi che regalano per un attimo un grumo di felicità: “piccola gioia di un giorno diverso:// salvare gigli, anemoni e narcisi,/ i simboli nascosti degli dei/ nei verdi e bei turcassi colmi d’acqua.” (Arpeggio, p. 81, vv. 16-19).  Ma l’ospite del giardino è stupito anche e soprattutto dal ricamo di punti più larghi e più stretti, dalla misura aurea – fuor di metafora – in cui sono disposti i versi, nella loro sapiente alternanza sillabica. C’è la fortissima attrazione nella composizione delle strofe a raggruppare versi che nel conteggio finale siano multipli del tre, il numero perfetto, anche se ci può essere una variazione irregolare che ne arricchisce la partitura. Ora tra le aiuole si diffonde la musica di Debussy o di Ravel.


LA VASCA

Intorno alla grande vasca del Jardin du Luxembourg la folla si dispone a diversi livelli: c’è chi prende il sole sulle sedie metalliche che vanno a ruba, chi crea con gli amici e i familiari un capannello entro cui si sgranocchiano i cibi e si chiacchiera, chi solitario legge sotto un marronier Mademoiselle de Maupin di Théophile Gautier. I bimbi sul bordo impugnano lunghe bacchette con cui dirigono le barchette e corrono intorno al perimetro della vasca per recuperare maternamente quelle che si sono prese troppa libertà.  La vasca del giardino di Aman è più piccola, ovviamente. Ci sono turisti, anche troppi, ma per il poeta è preferibile uscire dalla ressa e se il gruppo ha già puntato distrattamente la fontana per poi sciamare in altri luoghi indicati, quello è il momento propizio per avvicinarsi, quasi calamitato dallo specchio d’acqua.. “Il parco ha su di me un effetto ipnotico:/ non sento bene i piedi sulla ghiaia,/ poi l’acqua lentamente mi stordisce.” (Visita al parco, p. 188, vv. 4-6). Nel riflesso acquatico l’immagine personale si riflette e nello stesso tempo muta e si perde, nelle fluttuazioni e nelle variazioni della superficie. La piccola vasca di “Garten” compie il miracolo di contenere tutte le acque viste, incontrate e amate, in uno sgocciolio o in una marea che unisce le dimensioni temporali: il lago di Como o Comersee, i mari dell’infanzia e dell’età matura, persino “Un lungo gorgogliare di pipì/ cui dicono di le sue perline…” (
Acquatici, p. 190, vv. 7-8). Il dolore umano ha radici acquatiche risalenti ai miti biblici, che rinnovano di epoca in epoca il proprio significato atemporale: “(…) l’arca è una realtà perpetua perché il diluvio è eterno.” (I giardini di Alcina, p. 84, vv. 24-25), ma Silvio Aman pone l’acqua che zampilla, scorre, ristagna come il vero ‘principium individuationis’ del suo sé. Non terrore dunque, ma consapevolezza di essere compiuto d’acqua e dunque di essere sommamente profondo e variabile, vasto e poi microscopico, in continuo movimento fisico e emozionale. È quello che il poeta chiama “l’ondoso mio principio” (Jean de Boulogne, p. 184, v. 18). Il richiamo dell’acqua è però terribile e la sua malìa ossessiva può portare al dissolvimento: “Io stavo in altri sensi per svanire/ nel mio sognarmi acquatile.” (Visita al Parco, p. 188, vv. 21-22). È la vicinanza di donne colloquiali a impedire a Aman di farsi Ofelia e di consegnarsi senza difesa all’acqua, è la loro identità di reali ‘femmes savantes’, il loro aver compreso in anticipo la vita, la loro essenza profondamente terrestre a difenderlo dallo scioglimento della soggettività. Sono le amiche incontrate al bivio: “Se non ci fosse Edvige/ (è lei che mi accompagna dolcemente)/ diventerei un cipresso o una fontana/ come racconta Ovidio, /il brindisi continuo e irregolare/ dei getti cristallini e iridescenti…” (Visita al parco, p. 188, vv.12-17).


IL BOSCO

Se c’è una guida che Silvio Aman può trovare ai limiti del bosco, questa è sicuramente Robert Walser. Robert Walser è il suo extra-vagante Virgilio.  Aman, come lo scrittore svizzero, non ha mai voluto far parte delle chiesuole letterarie, “ il divismo, dappertutto così diffuso, gli dava semplicemente la nausea. Gli sembrava degradare lo scrittore a lustrascarpe”. (Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Adephi, Milano 1981, p. 13). Walser le scarpe, anche malandate, le usava per passeggiare incessantemente per monti e boschi e se Nietzsche sostiene che i pensieri migliori si offrono a lui camminando, il pensiero di Walser è sempre concentrato sul paesaggio e ogni minimo particolare gli dà stupore e immensa gioia. La sua disperata svagatezza, il suo incanto dolente per ogni spettacolo naturale. Il bosco, dunque. “Bisogna partire alla ricerca di un’altra natura ancora intatta, selvaggia, solitaria, dove la presenza umana sia ancora rara; bisogna abbandonare ogni illusione sociale e diventare un viaggiatore, un esiliato, un innamorato della natura, separato dal resto del mondo.” (Jean Starobinski, L’invenzione della libertà, Skira-Fabbi, Milano 1965, trad. di M.Busino-Maschietto, p. 160). Questo è dunque il sentiero romantico da seguire:” ma ubique e fervorose/ risento strane voci dai fogliami:/ “Non ti fermare dove gi altri vanno!” (Sehensucht, p. 34, vv. 10-12).
In una specie di fantasmagoria naturalistica, come succedeva prima per la vasca e l’acqua, il bosco di “Garten” raggruppa tutti i boschi visti e attraversati da Silvio Aman e molti sono proprio quelli svizzeri, l’Engadina, Sils Maria. Il bosco montano è il luogo del silenzio, dove i fenomeni naturali rendono più forti le reazioni umane e le trasfigurano in esperienze mistiche, iniziatiche: ”da cime incandescenti/ io vedo spaventato dalla dea/ il luccichio dei suoi capelli d’oro” (Alpenglühen, p.152, vv.16-18). E Rimbaud in “Aube”, scriveva: “Je ris au wasserfall blond qui s’échevelera à travers les sapins: à la cime argentée je reconnus la déesse”. Un incrocio prezioso con un altro poeta viandante, un cenno del capo, un sorriso. O è Persefone a svelare il rinnovamento ciclico delle stagioni per la natura e per l’uomo: “…E è proprio per l’aprile/ per queste nuove dita ai vertici/ che ha un nuovo slancio l’anima.” (Persefone, p. 73, vv. 16-18).
Gli elementi si fondono fra loro e si mischiano come segno di un’indistinzione sovrumana: “Il verde latte come il cielo grigio,/ è un segno d’invasione/cangiato nella pace nell’opaco.” (Bernina, p. 104, vv. 12-14). Così ci perdiamo fra gli alberi e se alziamo gli occhi abbiamo come paterno custode il sole, ma come compagne di cammino le nuvole, amate nello stesso modo da Walser e da Aman. Le nuvole sono le cime degli alberi che hanno tagliato ogni legame con la terra e hanno trovato la suprema libertà nel cielo.

… Ma quando vien la sera
e le persone sole o a gruppi sbucano,
i volti impressi dalla fretta:
irrompe un’aria di bufera,
benché un sospiro o una lusinga indugi :
fuori è speranza, ancora,
perfino le catene dei palazzi
usciti dalle summe spente e tetre
di una mancanza d’anima
ricevono sorprese:
vedono forse il mare?

Comunque sia, nel cielo
(e sempre spero non soltanto in me)
l’atarassia del blu è svanita
e mostri in forme annuvolate
iniziano le danze senza senso
nel flusso di un charme estraneo ai più
(non sanno che gridare chissà cosa)
mistero di bellezze transitive
in cui si alleviano i tormenti.

È niente, quasi, il fresco avvenimento,
l’insolita corsia
in cui riappaiono gli dèi
che la follia ha disperso.
Lassù nel mondo delle nubi
oltre lo stuolo e il vuoto
e in forma di lusinga all’indovino,
è insomma il fresco gioco
in cui mi annuncio.

(Jeu, pp.111-112)

La poesia di Silvio Aman vola in alto, in un luogo sconosciuto ai terrestri e ai loro traffici: nelle sue mutazioni, nel suo essere cangiante e inafferrabile, è pura poesia atmosferica.


IL CUORE DEL PARCO

Non si esce. Non c’è un cancello che segni il ritorno all’urbanità. Si rimane benignamente prigionieri del giardino. La poesia che chiude la raccolta ha per titolo “Il cuore del parco” e nel suo invito a entrare è come rimandasse all’ingresso. Collocata alla fine del percorso è un’introduzione che avremmo potuto trovare nella prima pagina di “Garten”. Viene ribadita l’idea circoscritta e circolare di questo percorso poetico. L’iniziazione labirintica ha termine senza l’indicazione dell’uscita, ma attraverso il suggerimento di una persistenza senza dubbio miracolosa, che ribalta la prospettiva del progettista, del visitatore, dell’uomo tout court. Il giardino diventa persona. La persona è il giardino.


Non so se tu entrerai
nel luogo in cui si snodano i sentieri
disposti con amore per gli inviti
dalla novella Alcina,
seguire dolcemente in labirinti
chi si ritrae e t’insegue.

Non so se tu vorrai
o cara mia lettrice
entrare dal cancello semiaperto
e a passi d’ombra e luce
andare ipnotizzata fin laggiù
dove ti aspetta il cuore.

Mi resta questo impulso inesaudito:
condurti intimidito
fra quelle mie parvenze
al luogo più nascosto,
che forse al tuo vagare svanirà
per ricomporsi altrove.
Dovresti, credo, entrare qui di notte,
dove le cose copre dolcemente
la cipria azzurrescente della luna,
nell’ora in cui non vedi forse niente
e farti parco tu nel buio –
un buio-luce, per vedere bene.

(Il cuore del parco, pp. 205-206)


Paolo Gera


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1 Comment

  1. Non è facile ospitare un saggio così articolato su un blog ed è una ragione di più per ringraziare Alfredo Rienzi, persona e poeta di visioni profonde, di domande non facilmente liquidabili poste di fronte ai fenomeni della natura e dell’ umanità. Spero che i lettori non si scoraggino di fronte alla lunghezza dell’ itinerario e arrivino sino in fondo, al cuore del giardino di Silvio Aman. Poesia bellissima e armoniosamente inquieta.

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