A ritroso, di Mario Marchisio

in La difficile amicizia delle parole. Cronache di poesia, Achille e La Tartaruga, 2019, pagg. 138-144

Quando si parla di poesia oscura, occorre anzitutto distinguere tra oscurità pretestuosa, dovuta al tentativo di fingere chissà quali abissi di significato, ed oscurità in un certo senso naturale, legata alla densità di un discorso poetico, alla concentrazione di pensiero che in esso si attua e alla conseguente economia espressiva.
Mentre il primo tipo di oscurità è banale e sterile, frutto in sostanza di pura gigioneria, solo il secondo si può definire necessario. La lirica di Alfredo Rienzi1 appartiene di diritto a quest’ultimo filone, tanto degno quanto in realtà poco frequentato. I mestieranti e gli imbonitori – è ovvio – non si contano. Quante smancerie, quante pose da Segretari dell’Ineffabile! Credo sarebbe utile (utile e disgustoso) smascherarli a decine, prendendoli per così dire con le mani nel sacco in un’antologia delle loro squallide cogitazioni. Anche riguardo l’arte poetica vale purtroppo la sentenza coniata da Machiavelli: «nel mondo no è se non vulgo»2.

Tuttavia, per fugare sin dall’inizio ogni dubbio e ribadire i meriti di Rienzi, leggiamo anche soltanto questa manciata di versi tratta da Custodi ed invasori: «Si dice sia un mistero la dimenticanza / ma il movimento qui scorre in silenzio / ed anche il vino ha un più sottile odore. / / Sono dunque io il demiurgo e mio è l’occhio che ora / vi crea e già sùbito vi maledice / intatto e incorruttibile / vi scruta dal nero della collina e le finestre accese. / / D’altre vite è viva questa mia sfera mia eletta dimora.»
Quello del nostro poeta è un universo letterario che fin dall’inizio si giova di una forte e ben precisa componente esoterica, a suo agio fra gli enigmi della Qabbalah e le ricerche alchemiche. La novità specifica della terza raccolta di Rienzi, Custodi ed invasori, consiste nel profilarsi di uno sfondo onirico e rammemorante che si avvale di versi meno rigidi, nonché più lunghi e distesi, rispetto a quanto pubblicato in precedenza. In questo crescente dominio del sogno ad occhi aperti il mondo materiale assume le parvenze di intricato delirio, in cui il dualismo della poetica del nostro autore ha modo di articolarsi in una fitta serie di interrogazioni e di fulminee analogie.
A proposito del verso, c’è da aggiungere che esso è altresì caratterizzato da un tono salmodiante, teso a conseguire una superiore consapevolezza che a sua volta si addensi in simbolo. La poesia posta in limine spiega comunque meglio di ogni altra chiosa quanto ho cercato di riassumere fin qui: «La simmetria si rompe e si scompone / […] così fugge la parola dal recinto / si scompiglia e scarmina i bradi spazi d’oltrepagina dove il suono-rumore / deflagrando irrompe e si dispone a un cauto lenire d’onda / […] è nella materia, nella materia / la voce che offre ancóra il sacrificio della carne radiosa / della bocca odorosa di parole».
 Il rapporto fra io e mondo, in Rienzi, è precipuamente dialettico, come quello che ricorre fra custodi ed invasori, vittime e carnefici (splendida la metafora ‘volatile’ dei rapaci e delle loro prede), poeta-demiurgo e figure di viventi destinate a rivelarsi pure ombre. Anche la dialettica fra prigionia e libertà3 attraversa con potenti bagliori queste liriche. E poiché l’’unica via d’uscita dall’incubo claustrofobico risiede nella parola destinata al silenzio e nelle sue insospettate risorse salvifiche, l’«artefice minimo» si disporrà a crearne una che ci possa affrancare dal carcere degli elementi, proiettandoci in «un luogo che non sia neppure un luogo / dove ogni verso resti impronunciato / […] si consumi nella sua stessa fiamma / e fino a un altro sonno non risorga».

La raccolta precedente, Simmetrie, si apriva con un complesso e cangiante reticolo di versi4, in cui veniva tentato, per mezzo della negazione di elementi contrapposti (luce e tenebre, voce e silenzio, centro e distanza), un approccio a quella terra di nessuno dove la parola poetica si fonde con l’impercettibile scorrere del nostro pianeta lungo le vie del cosmo. Una parola, come dice la poesia d’esordio, inevitabilmente «povera», se paragonata alla meta ineffabile cui tende, ma in se stessa ricca di un’antica sapienza, perenne scandaglio spirituale della realtà che ci circonda. Le due sezioni centrali fungevano da osservatorio: il poeta poteva in tal modo disporsi a filtrare i dati esperienziali alla luce obliqua che promana dalla presenza insistita del mare, o dall’avvicendarsi delle stagioni, consolante e minaccioso al contempo.
La quarta e ultima sezione, Nigredo, si organizzava intorno ad alcuni temi affrontati con un particolare impeto didascalico, incline ad emergere fin dagli incipit. Ad esempio: «La morte è un evento graduale e lento / vuole il suo tempo, infinito, non sembri / questo un paradosso per i pochi anni / che memoria o aspettativa mischiano a caso […]». E qui il discepolo degli alchimisti scopriva le sue carte: morire non è un mero fatto biologico, ma una ascetica conquista, al termine di un itinerario che si protrae per l’intera vita e coincide con il compiersi dell’opera al nero. Solo così il «minutissimo granello d’oro» verrà infine ritrovato.

Gnosi ed esoterismo hanno in comune l’elemento della segretezza dottrinale, ma mentre l’esoterismo è una galassia che include innumerevoli dottrine segrete, la gnosi – dalla filosofìa religiosa di Valentino e Basilide fino ai dualismi ereticali del medioevo e ai successivi sviluppi in epoca moderna – costituisce unicamente un settore di tale galassia. Oltrelinee, che segna l’inizio dell’avventura letteraria di Rienzi, si colloca a pieno diritto nel grande alveo della poesia esoterica presentando inoltre, come vedremo, un’indubbia componente gnostica.
La prima parte del libro ha una funzione prodromica: vi si affaccia il tema del possesso illusorio, decisivo nella seconda, ma qui ancora spoglio di quella dimensione costruttiva che caratterizzerà il prosieguo della raccolta. Lo sfondo è rappresentato da una città disumana e senza nome in cui vagano soltanto sparuti fantasmi: una «città mai compiuta», nella quale «tutto è dovuto, al prezzo che non si contratta». La gazzella che si appresta a spiccare il suo balzo «nel futuro prossimo dell’artiglio», la mosca bloccata dalla crudele trasparenza del vetro, il ragno cieco che «svolge tele suicide» sono altrettanti segni di una grave congiuntura dello spirito, di una sofferta attesa di riscatto.
Ma affrontiamo ciò che di vivo e palpitante è racchiuso in questa raccolta, vale a dire le Corone di cieli intermedi5, una sequenza di trentacinque poesie dove l’intonazione ieratica, da formulario sacro, si alterna a passaggi più discorsivi e distesi che non incrinano la compattezza dell’insieme ed anzi l’arricchiscono di nuove sfumature. Qui Rienzi evoca con tocco sapiente la peripezia di anime riaffacciatesi «ad esplorare la vita/ […] dopo l’onda del pianto». Esse trattengono in sé la potenza della parola, seppur labile e destinata a dissolversi: «È l’ordine dei mondi/ che sospinge alla prova/ mai conclusa su dirupi e strette vie/ per tracce di sentieri,/ che sfida la rovina/ della caduta per forzare, grado/ dopo grado, l’arco degli orizzonti».
La prova si svolgerà seguendo un itinerario aspro ed accidentali, «verso altezze da cui non si ritorna», in compagnia di una guida misteriosa che allude agli eventi supremi senza mai nominarli esplicitamente, la sua funzione essendo quella di dissuadere «dall’illusorio/ possesso di visioni». La lotta ha dunque per teatro l’interiorità, per quanto ardui e prostranti possano rivelarsi gli ostacoli esteriori. La salita in direzione della guglia, fra gole e crepacci, sembra snodarsi secondo il copione di un rituale già scritto, come i nomi degli’ impacciati scalatori, «scolpiti/ con caratteri di lingue ormai estinte» sulle pietre che mani sconosciute deposero lungo il sentiero in un’epoca remota.
Il filosofo spagnolo Ortega y Gasset ha scritto che l’uomo è un pellegrino dell’essere6. Non credo vi sia espressione più adatta a sintetizzare la natura di questo io lirico, singolo e molteplice, messo in scena da Rienzi. Il vero punto di svolta, poi, come sempre accade nelle avventure interiori, coincide con una febbrile metamorfosi: capace, nella sua ambiguità, di terrorizzare ma anche di rendere atti alla conquista di un livello superiore di conoscenza: «Un ultimo peccato/ tra inedia e disamore/ ci trasforma per l’altipiano:/ al margine estremo dei vinti,/ al bastione dei forti?/ Cosi la pelle scava crepe/ di morena, gli occhi addensano/ ghiacci sopra l’irrazionale/ simbolismo delle nuvole».
Affinché ogni cosa abbia un unico nome e si impari «a vivere nudi» occorre però che «il verbo avere» si sgretoli, ponendo fine a ogni ingannevole miraggio. L’affermazione di sé non è altro infatti che una forma perniciosa di amnesia, un «viluppo d’ombre» da cui viene da cui viene oscurata «la perla – lucentissima sferula» della piena consapevolezza. Il quintultimo e il terzultimo testo svelano infine quel che dapprima baluginava solo per frammenti: la faticosa ascesa è anche e soprattutto una spedizione attraverso i labirinti del linguaggio per compiere «la mimesi del cosmo», tornando a respirare liberamente «nella forma che creò/ il suo stesso nome». Nel nulla divino del perfetto abbandono.

Note:
1 – Alfredo Rienzi [1959-] è autore delle seguenti raccolte: Oltrelinee, Edizioni dell’Orso 1994; Simmetrie, Joker 2000; Custodi ed invasori, Mimesis 20055; La parola postuma, Puntoacapo 2012; Notizie dal 72° parallelo, Joker 2015. Ha pubblicato un volume di saggi critici: Del qui e dell’Altrove nella poesia italiana e moderna e contemporanea, Edizioni dell’Orso 2011.
2 – Niccolò Machiavelli, Il principe, XVIII.
3 – Sviluppata nella terza sezione (L’evaso).
4 – Intitolati Antinomie.
5 – II termine «corone» si riferisce forse alle dieci sefirôth della manifestazione divina secondo l’albero dei cabalisti, mentre i «cieli intermedi» simboleggiano probabilmente l’insuperabile limitatezza della condizione umana, la quale, per quanto si elevi, non può avere accesso diretto all’En Sof  («Infinito»), radice e linfa di tutte  le sefirôth.
6 – José Ortega y Gasset, Historia como sistema (1935).