Saggio di Mario Marchisio

su Oltrelinee: Esplorazioni in La chiarezza possibile. Esperienze letterarie, Ed. dell’Orso, 2005, pp. 150-151 ed in Hebenon, anno IX, n. 3 della Terza Serie, Novembre 2004, pp. 87-88

Esplorazioni. Gnosi ed esoterismo hanno in comune l’elemento della segretezza dottrinale, ma mentre l’esoterismo è una galassia che include innumerevoli dottrine segrete, la gnosi – dalla filosofìa religiosa di Valentino e Basilide fino ai dualismi ereticali del medioevo e ai successivi sviluppi in epoca moderna – costituisce unicamente un settore di tale galassia. Oltrelinee,di Alfredo Rienzi1 si colloca a pieno diritto nel grande alveo della poesia esoterica presentando inoltre, come vedremo, un’indubbia componente gnostica.

La prima parte del libro2 ha una funzione prodromica: vi si affaccia il tema del possesso illusorio, decisivo nella seconda, ma qui ancora spoglio di quella dimensione costruttiva che caratterizzerà il prosieguo della raccolta. Lo sfondo è rappresentato da una città disumana e senza nome in cui vagano soltanto sparuti fantasmi: una «città mai compiuta», nella quale «tutto è dovuto, al prezzo che non si contratta». La gazzella che si appresta a spiccare il suo balzo «nel futuro prossimo dell’artiglio», la mosca bloccata dalla crudele trasparenza del vetro, il ragno cieco che «svolge tele suicide» sono altrettanti segni di una grave congiuntura dello spirito, di una sofferta attesa di riscatto.

Ma affrontiamo ciò che di vivo e palpitante è racchiuso in questa raccolta, vale a dire le Corone di deli intermedi,3 una sequenza di trentacinque poesie dove l’intonazione ieratica, da formulario sacro, si alterna a passaggi più discorsivi e distesi che non incrinano la compattezza dell’insieme ed anzi l’arricchiscono di nuove sfumature. Qui Rienzi evoca con tocco sapiente la peripezia di anime riaffacciatesi «ad esplorare la vita/ […] dopo l’onda del pianto». Esse trattengono in sé la potenza della parola, seppur labile e destinata a dissolversi: «È l’ordine dei mondi/ che sospinge alla prova/ mai conclusa su dirupi e strette vie/ per tracce di sentieri,/ che sfida la rovina/ della caduta per forzare, grado/ dopo grado, l’arco degli orizzonti».

La prova si svolgerà seguendo un itinerario aspro ed accidentali, «verso altezze da cui non si ritorna», in compagnia di una guida misteriosa che allude agli eventi supremi senza mai nominarli esplicitamente, la sua funzione essendo quella di dissuadere «dall’illusorio/ possesso di visioni». La lotta ha dunque per teatro l’interiorità, per quanto ardui e prostranti possano rivelarsi gli ostacoli esteriori. La salita in direzione della guglia, fra gole e crepacci, sembra snodarsi secondo il copione di un rituale già scritto, come i nomi degli’ impacciati scalatori, «scolpiti/ con caratteri di lingue ormai estinte» sullepietre che mani sconosciute deposero lungo il sentiero in un’epoca remota.

Il filosofo spagnolo Ortega y Gasset ha scritto che l’uomo è un pellegrino dell’essere.4Non credo vi sia espressione più ada ta a sintetizzare la natura di questo io lirico, singolo e molteplice, messo in scena da Rienzi. Il vero punto di svolta, poi, come sempre accade nelle avventure interiori, coincide con una febbrile metamorfosi: capace, nela sua ambiguità, di terrorizzare ma anche di rendere atti alla conquista di un livello superiore di conoscenza: «Un ultimo peccato/ tra inedia e disamore/ ci trasforma per l’altipiano:/ al margine estremo dei vinti,/ al bastione dei forti?/ Cosi la pelle scava crepe/ di morena, gli occhi addensano/ ghiacci sopra l’irrazionale/ simbolismo delle nuvole».

Affinché ogni cosa abbia un unico nome e si impari «a vivere nudi» occorre però che «il verbo avere» si sgretoli, ponendo fine a ogni ingannevole miraggio. L’affermazione di sé non è altro infatti che una forma perniciosa di amnesia, un «viluppo d’ombre» da cui viene da cui viene oscurata «la perla – lucentissima sferula» della piena consapevolezza. Il quintultimo e il terzultimo testo svelano infine quel che dapprima baluginava solo per frammenti: la faticosa ascesa è anche e soprattutto una spedizione attraverso i labirinti del linguaggio per compiere «la mimesi del cosmo», tornando a respirare liberamente «nella forma che creò/ il suo stesso nome». Nel nulla divino del perfetto abbandono.

note:
1 -A. Rienzi, Oltrelinee, Edizioni dell’Orso, Alessandria 1994.
2 – Intitolata II costo della sopravvivenza.
3 – II termine «corone» si riferisce forse alle dieci sefiròth della manifestazione divina secondo l’albero dei cabalisti, mentre i «cieli intermedi» simboleggiano probabilmente l’insuperabile limitatezza della condizione umana, la quale, per quanto si elevi, non può avere accesso diretto all’En Sof  («Infinito»), radice e linfa di tutte  le sephirot.
4 – Cfr. J. Ortega y Gasset, Historia como sistema (1935)