Selezione di testi da Notizie dal 72° parallelo, Joker, 2015

da Notizie dal 72° parallelo, Joker, 2015

(Cento volte ho perso il sentiero)

«A noi resta forse
qualche albero sul pendio, nei giorni
da ritrovare».

(R.M. Rilke, Elegie Duinesi)

Cento volte ho perso il sentiero
la coscienza non possiede satelliti
per la navigazione.
Quale pazienza hai avuto con me
silenzioso compagno…

Iròstene di Sitzia

Imparo a farmi acqua
contro la lama della spada
aria al morso dei lupi che invadono le soglie del visibile
il tragitto dell’arma mi attraversa
come la mano il fumo dell’incenso
imparo a farmi chiarore
all’occhio calunnioso del corvo.



St. Y. invia notizie dal 72° parallelo

Il vento qui solleva i fogli
carte come colombe, notizie decadenti
il battito d’ali è innaturale

non si compirà l’aereo tragitto

io sto, col mio debito stampato
sul petto come ecchimosi
una virgola oscena in mezzo agli occhi
un liquido indelebile di sangue
e il peso scriteriato dell’usura

a noi portatori sani dei mali
del mondo, recalcitranti ma in fondo
buoni consumatori
quale fu il dubbio non espresso,
la segreta ragione
la segreta ragione…?

Jan N. K. svela ipnagogie alla sua concubina

Ripensai alla tana del gambero
sulla riva del torbido fiume
e mi vidi salpare da Nantucket
dopo una notte che si denudò
dalle sue tenebre senza fare niente altro che attendere
rievocai quel calore quasi lieve del liquido che scende
dalle spine attorno al capo
e salmodiai tra me e me come l’unguento che scende lungo la barba di Aronne
finché il dolore non fu così forte da smascherare la menzogna e urlare
e tu molto ottusamente mi chiedesti
se avessi più paura a partire o a restare…

Ma tu hai conosciuto mai qualcosa vivere
e riuscire a restare immobile?

Un ignavo rivede la propria fine

Non ci fu volontà in mezzo al fiume
le acque erano placide ed opache
nel caldo di luglio, la sponda sabbiosa
mi parve indifferente tornare a riva
o lasciarsi portare dalla liquida mano:
e l’una e l’altra parola chiedevano
di essere pronunciate, nella scelta:
ma il vero ignavo fino in fondo resta
equidistante: né dramma né commedia
fu assecondare i flussi sonnolenti…
Non ebbi certo volontà di morte
ma credo sia stata la vita, offesa, a ritirarsi.


Anosh riconosce l’inganno e gli ingannatori

«Lontano
si lamentano i cani e confonde
’insonnia gli errori della vita ».

(G. Lucini, Istruzioni per la notte, I.)

Conosco l’inganno e gli ingannatori
la frode e i frodatori
e mi lascio ingannare, e frodare
perché so stare al gioco e compiacere
il bagatto e la sua asta e la giocoleria del suo occhio alboreo.

Gli alberi erano bianchi:
di neve o di fiori non importa:


dell’una o degli altri l’impermanenza
ho appreso e il trucco dell’apparire e del mutare.
Voi dite: è naturale
ma anche il tempo come il mare è a volte qualcosa di abissale.

Così l’ingannatore mi sorride
ingannato dalla mia falsa resa
e il frodatore annusa il molto nulla
che gli ho concesso, lo soppesa, mostra
ai suoi sodali quel che pensa esserne
il centro, lo stringe tra pollice e indice
si accanisce sui margini di fumo
ma non giunge a farsene un’idea
a estrarne un asterisco, un duepunti, una moneta falsa o fuori corso.

Gli alberi erano rossi:
di frutta o di sangue non importa
.


Ultimo frammento del monologo di Elias

Vorrei dirti qualche parola semplice
in quest’alba d’autunno grigiocenere
come in tante altre, e in questo tempo
che sembra una porta aperta da dove
però non si intravede nulla
e l’orizzonte non si comprende se sia una linea curva
o un frattale o un muro o una siepe
di quelle giovinezze che sai bene.

Semplice come dirti che qui e adesso
sembra un vapore il senso della vita
e fugge e prende forme che non so
se d’ala o di serpente o mano monca
o se solo sbiadisca un po’ di più.
Poi mi chiami, vestita dei tuoi occhi
e fai apparire melograni e magnolie
in fiore, e proprio qui e proprio adesso
quel vapore prende forma del tuo volto.

Aloysius Pagani nel cenacolo di Rue du Milieu

Vi saluto amici, poeti, spiriti inquieti.
Chi per la prima volta, chi per l’ultima.

È che siamo fragili.
E non dico di quella debolezza dei cuori o delle menti,
di quelle vie nebbiose che portano altrove dai nostri luoghi
dalle stanze troppo piene, dai letti dove sogniamo trame sminuzzate.
È che siamo fragili nei tendini e nelle ossa
nelle arterie che cedono come argini alle piogge.
È che tutte le nostre sussurrate
lettere e i pensieri e il nostro stesso nome
tenace come le colle dei minusieri
si rifugiano sotto la devota, ma insicura, cupola del cranio
che anche l’inesperto ladro può violare
e il ferro o un debole legno varcare.

Gli insetti sì che sanno resistere agli urti
le mosche contro i vetri
le tèrmiti resuscitando da città crollate
esoscheletri che non temono nulla.
I ragni, i ragni un poco forse ci somigliano: hanno barattato
la forza con l’arte di tessere il destino:
simmetrico e preciso, però, il loro

mentre il nostro si torce giorno a giorno
sbanda e si veste d’ogni genere di trucco
trasforma l’arma in trappola
il nutrimento buono in esca avvelenata,
si confonde e, in qualsiasi modo osservi,
si nasconde.

J. G. a sua figlia Miriam

Che tu possa attraversare questo campo
d’oltretempo e di spinosi avanzi
di frammenti dello specchio che indivisa
ridava l’immagine

così come io ho potuto, ché ho tramutato
in leggerezza la gravità
la rossa stilla delle ferite in acqua colorata
l’oscurità dell’abisso
nella bianca piega della tua mano.


Divagazione di Dunraven

«Forse lo hanno generato queste parole;
non saprò mai il suo nome».

(J. L. Borges, Il terzo uomo)

Vedi: ogni uomo era al suo posto, e ogni cosa:
il torrente scendeva al piano e il fiume
al mare, l’acqua risaliva in nubi
(un levigato triangolo dell’alfa, una testa d’elefante che soffiava
vento, l’umido muso del cerbiatto che annusava il cielo
e il corno del bue che lo forava
rotondità d’omega incomplete)

Poi sono stati resi folli,
siamo stati resi folli
dalle voci di rondini
e arpie e chimere,
qui, proprio sotto il culmine del cranio
dove non si è mai chiuso
il foro da cui fugge via l’anima
da una pronuncia errata, una formula
di passo carpita con l’inganno.

Così, tutto era al suo posto.

La pioggia dissetava.