Gianmario Lucini. “Esoterismo e mito per un giudizio sulla storia: Custodi ed invasori”

Pubblicato su Poiein.it il 16 luglio 2005

“Custodi ed invasori” è una raccolta che non lascia scampo: o ci sei o non ci sei; voglio dire, con i simboli, gli archetipi, i significati che sposso l’autore fa propri prendendoli dalla tradizione esoterica, da testi sacri, dal mito e dunque leggendo la realtà di oggi con gli occhi dell’antico se non del primitivo.  Inoltre, l’autore profonde a piene mani nel lessico delle sue poesie, lemmi che appartengono a diversi gerghi che rappresentano l’ambito delle sue conoscenze (o meglio osservazioni dirette e studi) in ambito medico (a caso fra le pagine: l’ileo, la ragade, l’epicanto, ecc.), botanico (a caso: l’emerocallide, il corimbo), e zoologico (sempre a caso: l’arvicola, l’embrice [dei segni]), del mito (la manticora), persino i simboli dei “tarocchi” (“l’Appeso a testa in giù”), l’astrologia “(“furtivamente Marte entrò in Scorpione”: “l’ottava casa”); tutti termini inusuali in un gergo allargato.  L’autore prende inoltre spunto dagli stessi libri sacri (ad es. il libro di Abdia, un profeta minore della Bibbia, lo stesso Vangelo, il libro dei Salmi, ecc.) e ampiamente si riferisce a mitologie anche dell’Oriente.  Non è dunque un libro facile, anzi, appare ermetico e decisamente impenetrabile se non si possiede un back ground culturale almeno minimamente familiarizzato con queste culture e questi gerghi. 
Dunque, qui la fa da padrone il simbolo, l’archetipo e senza questa chiave di lettura si possono ricavare dall’opera soltanto vaghe suggestioni, qualche moncone allusivo a un qualcosa che sfugge, ma non certo un filo che leghi insieme questi frammenti di senso che pure emergono all’improvviso e li collochi entro un discorso, che a noi sembra il punto primo in una scrittura poetica – posto di accettare, anche se sappiamo che così non è per tutti, l’equivalenza poesia = forma di comunicazione di senso).
La fa da padrone anche la forma però, con una prosodia raffinatissima, un linguaggio alto e a volte aristocratico, un senso della musicalità che pervade ogni verso e lascia intuire un accanito lavoro di lima sul testo, pur conservandone l’ispirazione dialogica.  Direi che, dal punto di vista della musicalità e della prosodia, il verso di Rienzi è uno dei più curati, canonici, e insieme dei più fluenti nel panorama della poesia italiana contemporanea.
Chiariti i riferimenti archetipici emergono pian piano dall’opera alcuni significati forti, che lasciano intravvedere un percorso di senso, ma qui entra un altro fattore a sconvolgere le nostre piccole scoperte, ed è l’elemento onirico che caratterizza i testi, e qua e là dei lampi che, per parafrasare una poesia del nostro, se non ti ammazzano ti fanno luce (nel testo); ossia, veloci e improvvisi passaggi dall’onirico alla realtà, come in quella poesia a pag. 25:

Cantileni di sogni preveggenti e dell’ottava casa
che accoglie i tuoi pianeti,
ma un gheppio si posa, nera pupilla e lampo nittitante,
sulla palina gialla dei bus numero dieci e ventidue:
occhio immobile su altri percorsi.

Ed in questa, che può essere o sembrare una tecnica specifica dell’eloquio, sta però anche una precisa intenzione del poeta, o forse una chiave di lettura della sua opera, ossia, non è l’onirico tout court che gli interessa, come quello di Campana ad esempio (che è trasfigurazione del reale nel sogno), ma un sogno nel presente, il tentativo di una lettura della realtà, alla luce della saggezza esoterica, in una dimensione prelogica (o forse logica, ma basata su presupposti diversi dalla logica razionale), fatta di suggestioni, immagini, simboli, archetipi che si associano alla realtà stessa e che vengono organizzati nella parola e nel verso dalla scrittura del poeta.  Se questo può essere un’interpretazione corretta di questi “salti” dal reale all’onirico, ecco che la poesia di Rienzi non può essere definita “onirica”, perché il suo riferimento preciso, in ultima analisi, non sta nel sogno – interiore alla mente del poeta e affatto soggettivo – ma nella storia che accade intorno a lui, come realtà oggettiva irretita e filtrata nella scrittura e in una dimensione di senso che si basa su “altri” presupposti; non è una poesia al di fuori della storia ma una lettura della storia dal di dentro, pur da un punto di vista che la nostra cultura non considera più proponibile come orizzonte interpretativo, ma al quale l’autore rivendica una dignità di pensiero capace di decodificare la realtà.  E dunque la poesia di Rienzi acquista, sempre se queste considerazioni sono corrette, una valenza per certi aspetti esistenziale o anche esistenzialista, e per altri aspetti sociale, anche nel senso di giudizio etico sulla storia.  Certo, è un’allusione che a volte si legge a fatica, proprio perché egli tende a fondere insieme queste due realtà in un linguaggio che non ci è famigliare, ma non saprei in quale altra chiave tentare una lettura di questi versi, se non in questa.
Sempre alla luce di queste considerazioni, tenteremo allora, a partire dal titolo, la descrizione di quel percorso “a grandi linee” che l’opera vuole significare, ossia il suo rapportarsi alla realtà storica, alla vita quotidiana.
Chi sono dunque i custodi, e chi sono gli invasori?  Che cosa invadono e che cosa custodiscono?  La risposta va cercata nel testo.  Nella primissima poesia, custodi ed invasori “hanno indossato forme non sospette”, ossia “gabbiani dalle ali di crocefisso”, “cormorani” che volano “all’inviolabile ora senz’ombra e senza luce”.  Le similitudini avicole proseguono lungo la raccolta: come in La questione del nibbio, che nel suo volo aperto “si fa simbolo: croce imperfetta ed anello dell’immanente morte”, “paradosso del predatore in veste di bianca e santissima colomba”, al quale, in una sorta di sindrome di Stoccolma, alcuni animaletti si offrono in “dono esiziale”, desiderandone il volo – si metaforizza qui, ovviamente, di relazioni fra umani, non fra bestie.  In tutta la prima parte, intitolata Da torri d’oltrefiume, lo sguardo si posa sul paesaggio, sui segni del passato ormai inglobati nella natura, i suoni, le parole e il senso, il silenzio e l’urlo.  Un orizzonte che nella seconda parte, Tipy et simulacra, il poeta interroga nei segni che vede, pur nella consapevolezza del limite dei suoi mezzi e della poesia (che ha “la pelle è cifrata da fuoco e morsi di bestie d’ogni specie”), ma con l’imperativo di non desistere, “ché resistere possa una qualche ventosa / sillaba, un’eco pura e cristallina / all’amplesso e al fango”; il poeta è dunque un demiurgo, che vive “d’altre vite”, osservando questa danza da un “margine oscuro”, e denunciando nei suoi versi l’arroganza del “cerchio delle danze”, che di nulla si cura, che non si interroga su nulla:

Qui nessuno conosce il proprio nome, nessuno ne ha memoria
e l’austro nella notte, il gorgheggio delle ore
lo sussurrano a voce troppo bassa

come puoi pensare, tu, tu anche dal nome posticcio
ch’io sappia sillabare in modo esatto
le varieganti lingue della fiamma
l’albero, foglia a foglia, nervatura a nervatura, le acque
tra il rivo ed il deserto, le potenze dagli occhi bianchi e d’oro?

quale voce, quale indecifrata eco
da questi versi esala per vie che come serpi
evadono recinti di algoritmi e i chiarori impermanenti
delle visioni stinte dalla pioggia?

E in questa sua arroganza o esibita sicurezza che ricaccia in gola l’atavica paura della morte, l’uomo non si accorge di vivere perennemente, ogni giorno dentro la sua “ottava casa” (la “casa” della morte, in astrologia), consolandosi con un Dio di comodo fatto a sua immagine e somiglianza e dimentico della pietà umana, dai più elementari impulsi del sentimento:

L’ottava casa 

I.

La lotta fu infinita e palmiziale
ad El Oued regina-schiava di sabbie:
ferma nel cencio biancaceo (di sposa? di martire?)
recitava la madre ferace il dolore mai pianto al tempo
il poco delle vite:  ‘ala-illah ill’allah’come un sopito palpito
per trattenere a se l’ultimo figlio (il più dolce, il più silenzioso)
per inseguirlo nel gorgo del mondo di sopra dove geme
il serpente e anche dove negli inurbi
arroccano, in qualche modo sole, altre donne e languono.

II

Il pavimento a dicromi marmetti
era lassù un ottimo terreno
per schemi di valzer, passi di danze
mai conosciute e vagheggiati ritmi,
l’inesausto nume lì ancora offriva
qualche videofavola qualche polverizzato
e riassemblato dhikr per spurghi lacrimali.
“je t’aimerai, mon coeur, pour toute la vie!”

III.

Ah ma fu appena appena
che un nudamente esporsi al soffio della Grazia
(o era questo il sogno l’incubo di altre terre, di altri ventri e lune).
Disordinarie storie che valsero il silenzio.

IV.
La donna serrò gli occhi sul suo ballo e
ne fece statua e dipanò respiri
lentissimi perché sentiva i giorni nel ritmo del torace:
così il ragazzo crebbe lacerando l’onfalo del suo dio
saldando valve alla disperazione degli inverni, sui loro sessi uniti:
lo scuro dei capelli e delle ciglia
non era poi così diverso.

V.

Il tempo strinse la generazione
esibì carte falsate col trucco degli anni e con la ruota
delle menzogne e dei falsi segreti
e l’ultima carta, è storia fin troppo
risaputa, era esile ostia e specchio.

VI.

Ma come rassegnarsi al lampeggiare
sempre più1 labile di qualche verso
fuori metro, liminare al barsport
antica terapia del bestemmiare la vita e al cielo chiedere soltanto
tiepida pioggia.

VII.

L’acida ferita agli occhi aprì il cuore
quasi senza dolore dissecando il viscere con dolcezza di vino.

Furtivamente Marte entrò in Scorpione e
nell’ottava casa, nel semiregno dell’immaginazione folle e macabra:
sì, sarà questa veniente la notte delle più terrifiche apparizioni
perché l’uomo morente non s’illuda troppo vicino a Dio,
non così non in queste condizioni
non per queste desolazioni e vesti imbrattate di sintetico sangue.

La ferita nel cuore chiuse gli occhi
e quasi con dolore, con dolore.

Da qui, come da uno spartiacque, la sezione prosegue nella simbologia del seme e del tempo, della morte e della rinascita, della falsità di fondo della legge causa/effetto (nelle vicende umane), nell’idea di alleggerirsi, di disancorarsi, di sentirsi transitori e leggeri, fuori da questa grossolana e ipocrita danza delle certezze che ha una valenza di disordine e violenza (altro che razionalità…).
Il poeta non si nasconde le difficoltà, e nella metafora de L’evaso (terza sezione), narra la spietatezza e la violenza di un sistema di potere contro un pensiero fedele a se stesso.  La figura dello sceriffo, che sembra tratta da un western vecchia maniera, che nella sua “caccia” non concede tregua all’evaso, stigmatizza la vocazione fascista (ideologicamente) della pressione di conformità esercitata dal mito della vita spensierata e deresponsabilizzata.  E la sofferenza intellettuale è forte, la fedeltà alla libertà pagata ad alto prezzo, ma tuttavia sempre un prezzo che vale la pena di pagare:

Serve un amore scuro e senza specchi
per abitar le mura della cella
dove in rovi disadorni parole sono state inchiodate, annegate
nell’umido veleno di fessure, baciate e insudiciate
hanno stremato l’unghia ed il metallo dolce
per non urlare e sbattere la fronte sulla parete invisibile e dura,
trattenere per qualche scarno tempo il miraggio del mare e i prati azzurri
il contorno dell’ombra che alla luna nasconderà l’iride e l’epicanto.

Ci vuole l’amore del muratore per la sua poco a poco più alta torre
fin dove pèrdono suono le foglie per i rami e le nuvole alla pioggia
nel vortice in cui anche il pellicano, l’airone, la nittìcora
il gracchio, il cormorano di fiume e ogni altro spirito dell’aria
strepiti e gridi vorranno deporre
per qualche arcana necessaria ansia d’avvertirci del transito e del passo.

un amore innominabile e antico
che resista al cancello scardinato, al tappeto rosso sulla via di fuga
(dove fanciulle dalla pelle chiara
offrono labbra rosa, grappoli d’uva e dolci profumati)
che s’essicca nel vuoto delle mani,
nel nulla dilagante da un riquadro di cielo che mai cambia colore.

Chi cambierà il suo pane di frumento
 per catene d’un suolo di segreta?
Io resterò qui. Appoggiato al muro
di mattoni scuriti.

Ovviamente non si tratta della descrizione di una fuga reale, di un’evasione fisica, ma di un’evasione da un luogo mentale verso la libertà di un altro luogo mentale.  Ecco dunque il comparire e scomparire delle mura della cella, come in una sorta di dentro/fuori da una condizione, e il mezzo per viaggiare stando fermi dal fuori al dentro è, come si è detto, la poesia.

Chiedi uno spazio e un tempo certi al suono
della voce, anche se sai che è trama e sostanza inconsistente,
alla parola che distilli vitrea da quali esplosi atomi,
una via per reticoli di solchi ed incisure tra la pelle e faglie
sotterranee dove serpeggia il sangue,
un verbo che non giaccia come creta nell’impasto di sonni senza vita.

Ma qui nella mia cella non c’è spazio
non c’è fessura aguzza che le mani ci lasci avvicinare e
filtrare quella luce indecifrabile e inquieta in mezzo agli occhi:
ma posso crearti un luogo lontano da ogni luogo
mio pallido compagno, visitatore insonne,
per camminare scalzi e senza passi sul limine del giorno
un luogo che non sia neppure un luogo
dove ogni verso resti impronunciato
e lampeggi per me e per me solo,
si consumi nella sua stessa fiamma
e fino a un altro sonno non risorga.

_____________

Non ha importanza il grado.
Quinto, sesto, o sesto superiore: non è nei numero la differenza.
E che in certi passaggi, troppo stretti ed esposti sull’abisso
non puoi voltarti per tornare indietro
solo avanzare o fermarti al gelo a disfarti per farne per paura.
Avanzare neppure sai per dove
tra lampi ed ombre di dimenticanza,
smarrendo anche motivo e vo1ontà
(chissà se quassù un dio lo ascolterebbe
l’exurgat, invocandolo con uno dei suoi nomi.)
Non ha importanza il modo, si deve continuare
unica alternativa è il precipizio.
Follia e Suicidio son gli angeli incolori che restano a guardare.

In questo percorso, credo, sta il senso del libro: i custodi e gli invasori siamo noi: custodi di un senso che attraversa la storia e ci giunge da lontano, e invasori, attraverso i nostri comportamenti insensati, della storia stessa, tanto da tenere prigioniero questo senso (della libertà, della propria appartenenza alla totalità dell’Essere del mondo), di condannarlo al silenzio e all’indicibile, con l’arte (la poesia) come ultimo rifugio, o forse “riserva”, luogo di confino, ma anche terreno di caccia per predatori.  L’ultima parte, Epimnesie, è quasi un corollario, nel senso che il poeta evoca quello che del passato bisogna salvare, bisogna far rinascere (bellissima la terzultima poesia, che evoca con passione la vita degli umili del secolo scorso), e quindi continuare una tradizione, parallela e più umana a quella che “fa la storia” (ma solo ufficialmente) con la violenza, le guerre, l’incomunicazione.
Nel concludere questa nota – lunghissima perché ci sembrava doveroso presentare una possibile (soggettivissima) traccia interpretativa, data la particolarità e la complessità della materia che potrebbe scoraggiare un lettore non abituato a questo linguaggio – non ci resta che ribadire quanto già accennato nelle primissime considerazioni, ossia la cura (ma anche la misura) molto attenta alla forma del testo, all’eleganza e alla musicalità del verso, che ci rivela un poeta, Rienzi, sempre più in crescita anche stilisticamente, secondo una sua personale estetica che dimostra un’assidua rivisitazione dei maggiori poeti del ‘900.

http://www.poiein.it/autori/2005/2005_07/16_RienziCustodi.htm
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