Nota critica di Mauro Barbetti

Sulla silloge breve “Sull’improvviso” in “Quarto repertorio di poesia italiana contemporanea”, Arcipelago itaca, 2020, pagg. 95-96

Questa silloge breve di Alfredo Rienzi muove da un evento doloroso, la scomparsa di un bambino, figlio di una coppia di amici, in circostanze tragiche: un fulmine colpisce proprio l’albero su cui era salito.
Da qui partono due percorsi in parallelo: il primo rivolto ad un “tu”, […] che in toni elegiaci racconta la realtà dell’assenza, ma anche i segni che essa ha lasciato nel tessuto vitale, pur nell’impossibilità scontata di trattenere a noi gli scomparsi. Quindi da un lato l’esortazione «poggia il palmo al muro / di mattoni, interroga / i minimi interstizi: / tornerà l’erba-vento // sono cose che le dita sentono» e dall’altra la dura constatazione «ritira la mano. Non può / trattenerla oltre virgola non può». Il secondo percorso, tutto interno alla dimensione ontologica, è una riflessione su questo contrasto, calata fin dentro le fibre del mondo della sua natura fisica, riflessione che lega tra loro aspetti apparentemente distanti: il canto primordiale degli wolof del Senegal, il franare delle montagne islandesi con quel toponimo inventato Lif-sins fjell, vita-peccati-monte (quasi il rimando a un Paradiso perduto, a una terra anteriore al peccato originale) e le leggi di Foyrier sulla trasmissione del calore. La riflessione verifica tutto attorno la presenza dei segni premonitori di una fine insita in tutte le cose, una fine che a noi umani risulta estranea, incomprensibile, inaccettabile, parto di un tempo che «non è mai quello giusto», che fa sì che le «partenze hanno il suono ottuso / della frana che coglie all’improvviso». Nei versi conclusivi il poeta ci offre la sua “sentenza” in modo lapidario e definitivo, «guardavo la garzetta / il suo bianco illuminare l’intero / cielo, la sua ala dettare l’ora / che passa, che scenderà, improvvisa».
Nell’intero arco del lavoro non si forniscono, quindi, risposte facilmente consolatorie, né si sposa la cecità del mondo contemporaneo che in tutti i modi rinnega l’altra sponda, attraverso meccanismi di rimozione, di ostracismo e allontanamento dai nostri pensieri, anzi; il poeta pare dirci che il puro comprendere, l’accettare la naturalezza della morte, possa portarci lungo una strada più piana, verso la pacificazione con la nostra dimensione finita punto.
Misurare correttamente la nostra dimensione, questo l’invito, con quel richiamo simbolico ad aver «cura delle unità / di misura»..
Tutti i testi qui proposti hanno come denominatore comune un ragionare pacato, empatico, chiaramente consapevole, che si avvicina agli esseri e al mondo con rigore e, appunto, misura, una misura e un rigore che ritroviamo anche nel poetare, nell’uso sapiente e preciso delle parole, nella composizione dei versi che sebbene sciolti e per lo più liberi (l’endecasillabo o volte il settenario ne costituiscono tuttavia l’ossatura principale) hanno il sapore dei classici.
Sia pure nella sua brevità, Sull’improvviso ci dà ben conto della maturità di Rienzi, dei suoi punti di arrivo, sia come uomo che come poeta, della sicurezza del suo dettato che aspira fortemente ad uscire dalla gabbia di uno sterile “Io” e a farsi voce di una dimensione collettiva e universale.