Nota di Franco Pappalardo La Rosa. Inediti da Custodi ed invasori

su Hebenon, Anno VIII, n, 11, aprile 2003, pp. 122-5

Custodi e invasori è il suggestivo titolo dato da Alfredo Rienzi alla sua raccolta di inediti poetici composti tra il 1998 e il 2002. Nei cinque testi che “Hebenon” anticipa, (Per legge di causa ed effetto; Aerostato, Sul seme e sul tempo, Prima delle cose si inabissarono suoni, Chiedi uno spazio e un tempo certi al suono) il lettore della poesia rienziana non faticherà a cogliere i segni del passaggio, sia pure per minimi incrementi, dall’universo esoterico-simbolico, tenuto in bilico fra  visionarietà e asseveratività, fra orfismo e secca essenzialità espressiva, e definito per serie ossessive di negazioni che era tipico della precedente raccolta (Simmetrìe, Joker, Novi Ligure 1999), ad un differente àmbito di ricerca tematica e stilistico-inventiva.

In cui – se continuano a dominare la densità e la concettualità di un pensiero teso al metafisico e a formulare, con puntigliosa precisione, il giudizio intorno all’Essere tragicamente assediato dal risucchio del Nulla, nonché una scrittura tesa a sondare il fondo della parola, onde consentire all’io-poetante la massima appropriatezza delle sue definizioni -, inatteso e inquietante si profila il non dissimile destino dell’«ingovernabile e perversa / legge causa ed effetto» coinvolgente la vicenda sia del seme, sia dell’una o dell’altra molecola d’acqua, sia dell’io, che, montalianamente, si dà del “tu” in questi testi e si autorivolge gli ordini categorici di carattere esistenziale e di stile (più o meno gli stessi del Cattafi de L’osso, l’anima) di «spogliarsi», di «scarnificarsi», di «dissanguarsi sino all’estrema lacrima».

Fanno da contraltare a tale disperata visione del reale e della vita i più distesi accenti – tracce della direzione verso la quale ora s’indirizza le ricerca stilistica – che l’io sa trovare allorché, parlando al suo “doppio”, (alla sua “ombra” nel significato junghiano del termine) per rassicurarlo o consolarlo, gli offre in dono 1’unico piccolo tesoro di cui dispone: l’empireo non-luogo dove, benché impronunciata, sempre attingibile è (forse in sogno) la parola poetica più sublime («ma posso crearti un luogo lontano da ogni luogo / mio pallido compagno, visitatore insonne, / per camminare scalzi e senza passo sulla cresta del giorno / un luogo che non sia neppure un luogo / dove ogni verso resti impronunciato e lampeggi per me e per me solo, / si consumi nella sua stessa  fiamma e fino a un altro sonno non risorga»).