Nota di Gianmario Lucini a Per legge di causa e effetto

pubblicata su Poiein.it, 11 agosto 2002

[…] le tre poesie che Rienzi ci ha inviato, ci narrano, […] di pioggia, di cielo, di fango, e di una sorta di “ingovernabile e perversa / legge di causa ed effetto”.  […] vi è una certa anima pavesiana (almeno sotto alcuni aspetti) […]   Ma forse si potrebbe parlare di “piemontesità”, più che di “pavesità”, perché anche il Pavese avrà certo ereditato questo suo contemplativo disincanto dalla sua terra, la cui presenza umana e culturale permea tutte le sue opere, specie le poesie.
[…] Rienzi usa l’immagine come una metafora: la “pozza” in cui si riflette il cielo e “Il drappo di nubi e pece [che] ha slabbri di corallo” (peraltro un’immagine accuratamente elaborata, raccontata) riporta il lettore a una sua immagine, a una sua evocazione, nella quale il poeta rispettosamente non vuol entrare, come limitandosi  a pro-vocare l’attesa del lettore.  Lo stesso si può dire della stessa acqua che sale in forma di vapore verso l’alto in contrapposizione all’acqua che s’imbotra nel sottosuolo, fino a giungere a quella specie di meta-poesia che sono i tre primi versi dell’ultima strofa 

Come in molte poesie l’aria dopo la pioggia è acerba e tersa,
l’acqua riposa in cerchi e increspature
aspettando col calore del giorno la diaspora e l’ordalia

[…] Rienzi sembra di intravvedere, dietro l’apparente e innocua calma del paesaggio, un profondo disagio che si interroga, forse in maniera più sottile e filosofica, sul senso dell’esistere, richiamato dalla “ingovernabile e perversa /  legge di causa ed effetto”
Rienzi è un poeta colto e raffinato (ricordiamo di lui le raccolte Simmetrie e Oltrelinee, già commentate su queste pagine) e pertanto la sua poesia deve essere letta con attenzione al particolare gioco linguistico che egli intavola (ad esempio: il concetto causa/effetto, che ha dietro di sé 25 secoli di speculazione) o il concetto di “cielo” (dietro al quale ci sta, in qualche modo, la trascendenza) o quello di “specchio”, che in questo caso è “tremolante”.
Insomma: non fidiamoci troppo dell’acquarello che le parole di Rienzi sembrano voler disegnare, perché dietro quest’acquarello sta qualcosa di solido, di plastico, di ineludibile, che deve essere cercato e trovato.

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