Nota di Gianmario Lucini: “Alfredo Rienzi e la monodia salmodiale”

Commento ai tre testi inediti (*), da Custodi ed invasori, del Premio Turoldo 2002, pubblicato su Poiein.it, Gennaio 2003 e su Pseudolo.it, n. 11, Aprile 2004

(*) (La pietà e l’inverno; Chiedi uno spazio e un tempo certi al suono; La questione del nibbio)

Di questo poeta, già da tempo presentato su Poiein, (…) abbiamo subito apprezzato l’autorevolezza e la musicalità del verso; un verso lungo, che si snoda su una monodia salmodiale nella quale compaiono accenti e omofonie, in quel “discettare a voce bassa”, che lo rendono rituale, che lo volgono all’evocazione, al tono magico-religioso. 

Qualcuno ha già sottolineato (credo l’ottimo Pappalardo La Rosa) il carattere onirico delle immagini e delle atmosfere suscitate dalla poesia di Rienzi, e questo è ben evidente anche nelle tre poesie del premio Turoldo.  Noi però vi troviamo anche questa monodia, come di canto antico e lontano (gregoriano?), una specie di ritmo irregolare che può essere il gorgoglio dell’acqua di un torrente di montagna, coi suo sussulti, le sue simmetrie, dismetrie, la sua pena serena. 
Una questione di tono dunque, sapientemente posta, oltre che una questione di ritmo che, nel verso lungo, perde ogni concitazione e animosità per distendersi in un colloquio fuori dal tempo – come fuori dal tempo o a prescindere dal tempo è il contenuto di questa poesia, che non esiterei a definire sapienziale, molto vicina per certi aspetti alla poesia antichissima dei mesopotamici e degli egizi; o forse a certi testi induisti delle origini – ovviamente con un modo di scrivere calato nella mentalità di oggi.  Non si tratta di straniamento: i contenuti infatti sono riconoscibili, a volte in modo drammatico (la terza poesia è addirittura quasi esplicita, nella sua metafora), pur nelle loro allusioni – scelta che evidentemente deriva da una personale convinzione dell’autore sulla relazione poesia-mondo.  Si tratta pertanto di una poesia della realtà, che ci parla della realtà, che assorbe dalla realtà non tanto l’evento ma il sentimento, la pena, quell’indefinibile-a-parole che pure la sensibilità dell’artista coglie e vuole rendere non dunque in parole dirette, intrusive, ma in un alone che lo avvolge – onirico, magico, rituale, pregno di un indicibile sentimento olistico, di immedesimazione con il tutto.

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