Nota di Gianmario Lucini. Inediti da L’evaso.

Nota di Gianmario Lucini ai tre testi de L’evaso vincitori del Premio Turoldo, 2004, Pubblicato su Poiein.it, Marzo 2005

Di quale libertà negata il poeta parli in queste tre liriche (Fuggiremo la notte che verrà, Cadono rotolando.., Serve un amore oscuro…, che sono evidentemente parte di un unico lavoro in cantiere) non ha forse importanza, perché l’evasione che egli celebra ha i caratteri del paradigma e si riferisce più a un sentire il desiderio di libertà – o a un disagio della sua mancanza – che al racconto di un evento specifico.  Rienzi in questo modo costruisce un orizzonte interiore, dai caratteri evidentemente cupi e sofferenti che però progressivamente si aprono a squarci di speranza e di futuro, fatto di immagini e di simboli che sono la lettura poetica del nostro periodo storico anche se si riferiscono, in senso più allargato, a una esperienza esistenziale, di ogni uomo che ricerchi la “libertà” (parola-sfinge dagli immensi significati…).
Ora, pur nel linguaggio poetico che l’autore ha scelto per esprimere questi concetti, è riconoscibile nel testo un pensiero, che a differenza di quello filosofico che procede per argomentazioni e nessi logici, qui si costruisce per immediatezza di un sentire, o anche da un contrasto presentato come situazione dalle immagini e dai simboli evocati.  Qui invero non c’è solo “pensiero” ma anche un “sentire”, che per il lettore si traduce anche in un senso fisico di soffocamento, a partire dalla prima lirica, che gradualmente si allenta nel progredire della lettura alla terza lirica.  Un dire che, in un certo senso, coinvolge anche il corpo, non solo la psicologia – il corpo che avverte anch’esso il disagio della chiusura e della prigionia soffocante, e il senso dell’apertura (che qui viene risolta nel concetto di “amore”, che non sembra un concetto riconducibile solo all’affettività tout-court).
Ma, per tornare all’osservazione di sopra, la forza della poesia è infatti questo: esprimere un pensiero che non è filosofia, ma che si pone non tanto in alternativa quanto in complementarità con la filosofia stessa (ma non solo, anche con le stesse scienze umane dall’antropologia, alla psicologia, alla sociologia, ecc.).  Per questo ravviso in questi testi quello “spessore” che ci auguriamo ritorni sempre più nella poesia italiana (anche se, a dire il vero, mai è mancato negli autori genuini).  Testi che nello stesso tempo parlano dell’oggi e del sempre, peraltro senza connotarsi con la qualifica particolare di “poesia politica” o “poesia sociale” – anche se, in effetti, questi testi, in qualche modo, lo sono.  Vuol dire quindi che non tanto il linguaggio in sé, quanto la psicologia che c’è dietro, ossia l’atteggiamento mentale di chi scrive, il suo modo di comunicare, partono da un mondo che “vede” con gli occhi del poeta, dell’artista che trasfigura e carica di senso la realtà e ce la ritorna così trasfigurata.  E in questa “trasfigurazione” non si cerchi un’abilità artigianale, un metodo come potrebbe essere il tradurre da una lingua all’altra, ma soltanto un “altro” modo di vedere le stesse cose che ognuno vede (e qui mi trovo d’accordo con una delle non molte affermazioni che condivido di Benedetto Croce, il quale sosteneva – cito a senso – che l’artista non “dipinge” il cielo verde mentre lo vede blu, ma lo dipinge perché nella sua sensibilità effettivamente quel cielo è verde e non blu).

http://www.poiein.it
(le pagine di Poiein.it anteriori al 2014 non sono più disponibili)