Nota di Gianmario Lucini. Inediti di Custodi ed invasori

Pubblicata su Poiein.it, 3 febbraio 2003

L’autore ci invia 4 testi che confluiranno nel prossimo volume Custodi e invasori (probabilmente nel 2004).  Alcuni sono apparsi già su La Clessidra e fanno parte tutti di una stessa sezione della raccolta, che probabilmente andrà in stampa nel 2004. Già conosciamo questo poeta da tempo, per due pregevoli raccolte (Simmetrie e Oltrelinee) e alcuni inediti  che ci ha inviato mesi or sono.  (…)
Nel frattempo lo stile dell’autore si è in parte allontanato dalla sua opera sinora più significativa (Simmetrie), acquisendo non tanto più sicurezza e pulizia, che già in Simmetrie erano di alto profilo, ma una sorta di dimensione raccolta e colloquiale, dove l’immagine e il gesto recitano e raccontano una lettura poetica della realtà, con una sorta di stupita meraviglia.  Il verso di Rienzi è lungo,  “largo” per dire meglio, quasi la parola volesse abbracciare i paesaggi (così importanti nella sua poesia) e quasi volesse disciogliersi nella materia e nell’evocazione, dilatare il tempo e assaporarlo, come se il suo segreto irrimediabilmente sfugga mentre invece potremmo carpirlo, se solo ci fermassimo un istante…).
Rienzi è il poeta dell’attimo dilatato.  Le quattro poesie che qui pubblichiamo sono quattro attimi, quattro infinitesimi di tempo che vengono ripercorsi e ritentati da più vie, sempre con una specie di nostalgia, nel tentativo di ritrovarne al loro essenza più profonda, il magico che riposa nell’evento (la sua anima simbolica). Ed è così che la descrizione, acquisendo una forma onirica ed associando i significati, lungi dall’essere l’espressione di ciò che è descritto, va interpretata più come allusione a un ulteriore mai carpito, a un simbolismo mai afferrato, a una magia che non si lascia penetrare. Per questo il verso lungo, quasi a sottolineare la tensione espressiva di questi versi, dove ogni parola si propone con una personalità tutta sua, incarnando certo l’immagine, il sentimento, l’emozione, il gesto fisico e psichico, ma insieme come caricandola di questa energia, di questa ricerca, di questa tensione allusiva all’ir-rappresentabile.  Sarà una dimensione trascendentale, sarà una specie di panteismo, sarà semplicemente un intimo desiderio di appartenenza al tutto che nell’attimo passa: non riusciamo a comprenderlo appieno, anche perché – forse – l’autore stesso non sembra com-prenderlo.  
O più semplicemente è la ricerca di una forma pura dell’espressione, nella quale l’oggetto è intercambiabile e ciò che di reale e davvero importante resta è soltanto questa tensione, che è la tensione poetica tout-court.  E pertanto ciò che conta in questa letture, non è un “quid” veicolato nel testo, ma una dimensione, una “quarta dimensione” dell’onirico che si mischia col reale, del tempo che si figge in se stesso in una sorte di meta-tempo visto come eterno-in-pugno o attimo in relazione all’eterno. Noi rimaniamo sempre affascinati dalla levità e insieme dallo spessore di questi versi, che sembrano un fiume, per dirla con Eraclito, sempre se stesso e sempre diverso, presente e già fluito.  Rimaniamo affascinati come quest’anima sottile delle cose diventi presente e viva: l’anima delle stelle, del legno abbandonato, della sera, delle case, dei paesaggi che emergono a improvvisi e sfumano, come messaggi luminosi.  E’ l’anima filosofica di questa poesia, la sua lontananza e insieme vicinanza con le cose, il suo sguardo che le rende vive in un rito di continua ri-creazione

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