Note e interventi critici su Pianeta truccato, elusioni!

Prefazione di Giuseppe Nasillo a “Pianeta Truccato, elusioni”, Pentarco Ed. , Torino, 1989

Si avverte subito nella poesia di Alfredo Rienzi una caratura espressiva del tutto personale, grazie ad una naturale disposizione dell’autore a proiettarsi in una dimensione che apparentemente prende l’avvio da un dato empirico o visivo, ma in realtà si eleva in una trasfigurazione che poi gioca il proprio ruolo con simboli, richiami e rimandi polivalenti e talvolta polimorfici.
Indubbiamente il ricordo, l’occasione memoriale, il percorso à rebours della sua vicenda esistenziale hanno in Rienzi  una funzione determinante, perché parte proprio da quelle istanze emotivo il suo diagramma lirico-analitico, in virtù del quale egli intesse un’orditura espositiva fatta di immagini, di visioni, di sconfinamenti nella disinibita razionalità, tali da fondere ad un tempo  tematiche prettamente interiori ad argomentazioni di diversa e diversificata sostanza.
I versi di questa raccolta, che si presentano contrappuntati da un titolo di per sé delucidante e chiarificatore, hanno proprio la zampillante freschezza e l’esuberante inimbrigliabilità di chi scrive, affidandosi alla parola, nn per compiacersene, ma per caricarla di significanze poliedriche ed a sfaccettature variabili.
Alcune volte l’excursus poetico assume l’ammiccante funzione del ludus colloquiale, per giungere, subito dopo, a risultanze dalle quali non è distante la componente di ansia e di inquietudine che si annida in ogni animo umano ed a maggior ragione nell’animo del vero poeta, il quale ben conosce i propri limiti e si dirige tuttavia oltre le aride parallele della quotidianità, per cogliere i bagliori del trascendente e dell’incommensurabile.
E di chi volesse sincerarsi di quanto sopra non ha che da scorrere  le liriche di questa raccolta, la quale – non a caso – nella composizione che funge da epilogo ci presenta la radiografia di Rienzi, consapevole microcosmo di felicità ricercate e di amarezze non evitate: “Oggi sono il mio spirito / dolente, randagio / tafano impazzito / per nebulose d’ombra / sotto avari cieli di specchi”, ma anche “sono lo zero sublimato / all’infinito, il frattale minimo. / …Oggi sono tutto e niente.”  

Recensione di Domenico Fiore a Pianeta truccato, elusioni. Le caleidoscopiche rifrangenze poetiche di Alfredo Rienzi, in Percorsi d’Oggi, anno V, n.5, settembre-ottobre 1989

Se la poesia è fatta di intelligenti penetrazioni, di insistiti scavi nei meandri dell’esistenza (…) questa raccolta di Alfredo Rienzi, medico e poeta, rientra a pieno titolo nell’alveo della poesia qualificata.
Introdotta da un’immagine di copertina recante la firma del maestro Gigi Robiola, con toni quasi monocromaticamente corteggiati in un susseguirsi di presenze metareali, Pianeta truccato, elusioni! di Rienzi possiede ad un tempo la geometrica valutazione dell’entità fisica (nel significato puro del termine) e la lievitazione fluttuante di immagini che si addensano, si susseguono, si intersecano in una sorta di magico, seducente flash-back, guidate con vigile acuzie dall’autore il quale, come è detto nella prefazione, parte da un dato visivo per ordire caleidoscopiche rifrangenze poetiche di godibile spessore.
Gradevoli si presentano gli innesti per contrasto o per affinità degli attributi che inseguono i sostantivi cui si accompagnano, dando esiti musicali i quali finiscono per arricchire ulteriormente il già collaudato, embrionale substrato poetico.
Una poesia mobile, saettante, fatta di dardeggiamenti e talvolta di visioni. (…)

Recensione di Carlo Simonelli a Pianeta truccato, elusioni! in  Attualità librarie – Percorsi d’Oggi, anno VI, n. 2 , marzo-aprile 1990    

Alfredo Rienzi (..) si muove dentro uno spazio suo, autonomo, individuabile nei contenuti sentimentali e razionali che costituiscono l’intreccio, la trama profonda della sua poesia e tratteggiano l’inesausta indagine che percorre la sua opera e che la rende irrequieta, conflittuale, interrogante.
Pianeta truccato, elusioni! è un libro fatto di peculiarità innegabili, ma e soprattutto l’opera in cui Rienzi realizza un modo di far poesia con una spietatezza linguistica assoluta, tesa al controllo delle pulsanti e variegate emozioni dell’uomo, per liberare la parola dal suo peso descrittivo e renderla più lirica, più polivalente, deformante e connotativa al massimo grado.
Ma la sua non è la  liricità che privilegia l’Io, l’introspezione continua in sé, che indaga ed esprime il luogo più riposto ed eletto dell’anima.
Certo, c’è anche, ed interamente la vita individuale del poeta, ma soprattutto c’è una liricità che vuole esprimere l’essere e l’agire collettivo dell’uomo.
Contenuto, quindi, e canto inteso come misura;; una misura che è alla base della poesia di Rienzi e che richiede l’interazione delle ragioni del cuore e dell’intelletto, così come esse crescono con il farsi degli eventi,  e maturano di fronte agli scompensi e alle storture della nostra epoca.
Proprio per questo i suoi  scarti, le sue dissonanze, sono il frutto di una consapevolezza trasgressiva perfetta, calibrata. La parola è sempre più vasta, più coinvolgente, é qualcosa che tende ad allargare i confini di questa sorta di viaggio della ragione e del cuore verso un approdo.
Ma l’autonomia non forza se stessa, il significato la guida e fa da sinopia. Ne viene una nitidezza che fa tutt’uno tra la mobilità riflessiva di Rienzi e la sua mano invidiabilmente ferma nel creare spazi verbali sempre leggibili, in cui la fantasia scopre e organizza, meglio di quel che non possa il puro pensiero, gli orribili grovigli, i diverbi dell’esistenza.