Poesia, cosa m’illumina il tuo sguardo?

I poeti della ierofania

di Alfredo Rienzi

è impossibile venire al dentro se prima non si viene al di fuori (Dante, Convivio, II, 1)

“Ierofania” è, letteralmente, la “manifestazione del sacro”, ma – come càpita spesso – una definizione di primo livello ne genera altre.
Ci dice, infatti, nulla o poco sui suoi termini costitutivi, cioè cosa debba intendersi per “manifestazione” – troppo semplicisticamente resa col sinonimo di “apparizione” (che rimanda ai meccanismi della percezione e del percepito) e in che modo avverrebbe.
Ancor meno è oggi possibile repertare un’idea condivisa di “sacro”. Una rapida ricognizione ci mostrerebbe valenze diversissime nelle concezioni deiste o teiste e panteiste, nell’animismo sciamanico e nel taoismo-scintoismo, nelle correnti gnostico-manichee e nella fisiologia induista, negli svariati lasciti filosofici e teologici eccetera, fino alla estrema definizione in negativo dell’assenza del sacro. Scriveva René Guenon: “la civiltà moderna occidentale appare nella storia come una vera e propria anomalia: fra tutte è la sola ad essersi sviluppata in un senso solamente materiale e la cosa forse più straordinaria è la pretesa di considerarsi come la civiltà per eccellenza, o addirittura la sola che meriti questo nome”. Ora, nonostante il profondo inabissamento (o la più benevola eclissi) del sacro, il più profondo che la Storia racconti, e su questo concordo, ritengo che il concetto di sacro e la sua manifestazione, comunque intesa, non si siano del tutto esiliati dal nostro vivere nell’Occidente contemporaneo, laddove l’Occidente assume connotazione più di modello filosofico-sociale che di mero luogo geografico.
Icasticamente potrei dire che la stessa persistenza dell’Arte e della Poesia, benché varie forme possano a pieno o semipieno titolo insistere in numerosi ambiti desacralizzati, per il fatto stesso di non servire a nulla di pratico (e lasciamo stare le teorie della Vanità dello scrivere, perché ne conosciamo tutti l’urenza e l’urgenza, la sofferenza, l’alta necessità interiore), testimoniano altro. Ci si rende conto, al contempo, che avventurarsi ulteriormente nella definizione e nella delimitazione del sacro aprirebbe a derive non centrali, per i fini di questa breve nota.
Perché allora ed in che modo la Poesia avrebbe ruolo nella relazione causale con la manifestazione del sacro? Perché poesia e ierofania?
Un motivo di quest’argomento, o almeno, di questo titolo, è generale e sostanziale, ma proprio per questo ostile a farsi circoscrivere in spazi brevi, almeno per la mia scarsa capacità di sintesi. Attiene all’osservazione quasi pleonastica che la Poesia è stata (è) voce e narrazione potente del sacro, nelle sue accezioni più utilizzate, pur con tutti i limiti definitori precedentemente evocati. Libri sacri e sapienziali sono fondamenta di tutte le civiltà. Salmi, Profeti, Sure, Gita ne hanno più d’altri indossato forme e ritmi. Nei versi, dai classici ai moderni, nei miti, nei canti di tutte le latitudini, il sacro ha preso manifestazione, esperito o immaginato, o anche soltanto narrato. Visioni, intuizioni, profezie, da Giovanni della Croce a Rumi, da Dante a Borges, da Khayyam a Blake, da schiere di poeti noti e meno noti, sono state date – o si sono date- a mezzo della parola poetica. Quando Baudelaire ci dona lo straordinario e celeberrimo incipit di Corrispondances («La Nature est un temple où de vivants piliers / Laissent parfois sortir de confuses paroles») si pone e/o, differenza non sottile, può indurre il lettore a porsi, oltre «des forêts de symboles». Attraverso un’immagine “semplicemente” allegorica riporta in parole (o attraverso queste accede a) un’esperienza anagogica, secondo il classico schema polisemico dantesco o gli analoghi livelli richiamati dall’Abate Auber negli studi di simbolismo sacro.
Un secondo oggetto di domanda e riflessione (ma le dicotomie sono spesso apparenti, incomplete, osmotiche) attiene al meccanismo che precorre e percorre, che avvolge e che produce il pensiero poetico (l’esercizio, la pratica, la ritualità ecc). La disposizione (intellettiva, sensoriale, intuitiva, emozionale ecc) a rendere la parola in forma-poesia ha qualche elemento in comune con quelli che sondano e dispongono al sacro? Cogliere l’invisibile attraverso il visibile o nel visibile, è conseguenza, causa circolare, intreccio dei passi del Poeta e del Cercatore? (qui sento che perfino dire “del sacro” sta stretto: lascerei potendo l’immagine dell’Eremita degli Arcani maggiori, affidando proprio alla percezione simbolico-anagogica il senso del mio dire).
Ma oltre a (o, in sincerità, prima di) accogliere alcuni motivi in questo mio scarno argomentare, sono stato colpito dall’incontro, biografico s’intende, con alcune figure di “poeti della ierofania”.
I compagni della ierofania, è il nome dato ad un gruppo di protagonisti di movimenti culturali e metafisici nella Parigi fra il XIX e XX secolo, tra cui il poeta esoterico Victor-Emile Michelet, il romanziere simbolista Paul Adam, lo scrittore, pittore ed esoterista francese Joséphin Péladan, lo studioso di alchimia Albert Poisson, il poeta simbolista Albert Jounet, Edmond Bailly, musicista e scrittore di ispirazione simbolista e teosofica, direttore della Librairie de l’art independant.
Storie, vite, amicizie intrecciate con quelle di Mallarmé, Baudelaire, Debussy, “Auguste” Villiers de l’Isle-Adam e con altri noti e meno noti ermetisti, scrittori, cabalisti, filosofi.
Ecco: le biografie intrecciate di questi poeti e scrittori “minori”, studiosi e ricercatori, hanno generato il mio desiderio, per ora infruttuoso e fermo alla mera formulazione di domande irrisposte, di comprendere meglio il ruolo dei poeti e della poesia in questi movimenti e, più in generale, nel ruolo della poesia di mantenere aperti i passaggi tra i livelli del mondo.
Una sensazione, della quale riesco appena a definire i contorni, è quella legata all’idea che ricorrano stagioni particolari dell’Arte e della Poesia, nei quali sembrano concentrarsi tensioni e pulsioni a chiamare all’opera artefici e testimoni del Bello e del Sacro, comunque lo si voglia intendere. Troppo facile pensare al Rinascimento italiano. Ma anche queste vicende “minori” dei compagni della ierofania mi sono apparse degne di essere considerate. Ci lasciano, secondo me, un messaggio, che può suonare più o meno così: “Vi saranno sempre – scriveva un secolo orsono Victor-Ėmile Michelet – anche nei periodi di peggiore barbarie, alcuni sostenitori del regno della alte conoscenze. Certamente, il periodo che va dalla metà del XIX secolo […] ha pesato sulle ali dello spirito. L’ebbrezza selvaggia del Calibano materialista ha soffocato sotto i suoi trionfali clamori le rare voci sparse in cui fremeva qualche alto desiderio. Ma queste voci hanno continuato a parlare”.
E credo e spero, anche oggi e da oggi, che ancora continuino a parlare.