Poesie da Corone di cieli intermedi

in Oltrelinee, Edizioni dell’Orso, 1994

1.
Sono tornato ad esplorare la vita
– avvolto dal manto d’oro del leopardo –
l’anello perfetto, il ciclo d’ogni cosa:
molto è cambiato dopo l’onda del pianto
ma, ancora, ho in me la perla e il macigno,
nel passo la fibra palpitante al balzo
e la parola che, detta, si dissolve.

4.
A mezza costa ci colsero crolli
e deliri: quale attimo fu il giusto
per abbandonare cibo e coperte
senza soffrirne il peso o il impianto?
Sciogliemmo con provvisorio dolore
i nodi della coda: a ognuno
il suo passo per l’ultimo bivacco
verso altezze da cui non si ritorna.

6.
La notte che smarrimmo i luoghi
non bastarono i vecchi trucchi
d’astrolabi e cannocchiali, né il gioco
d’angoli o secanti, o negromanzie,
non servì il crepitio di stelle
né il rantolo del monte: nessuno
più comprendeva altezze
e distanze, se fossimo vicini
alla guglia di vetro o ancorati
a basse prospettive di pietraie.

14.
Fino all’ultima luce il sangue e
la pioggia saranno fratelli
d’orizzonte e di strada e il petalo
dividerà il destino con il fiore:
il mistero sarà il dono minore
che non potremo rifiutare:
è questo il rito che ci ordina. l’uso
immutabile, dove siamo stati,
dove abbiamo dovuto essere:
su questi valichi, per queste piste
erano già state posate pietre:
mostravano i nostri nomi scolpiti
con caratteri di lingue ormai estinte.

18.
Poche parole ancora
.sono possibili a dirsi
lasciando l’ultimo bivacco:
bastano per questa realtà
che si snuda.

20.
Ogni cosa ha qui un solo nome,
inequivocabile: la pietra,
la pioggia, il vento
(la fantasia echeggia al limite
dei licheni e la distanza
non è più colmabile).

21.
Nel freddo, senza sinonimi
senza diminutivi, in questo
versante d’alta quota abbiamo
imparato a vivere nudi.
Come questo avvenne non è ora
facile dire con parole
comuni: fu quando l’ultimo
sismo sgretolò il verbo avere.

23.
C’erano cose nella notte
che solo si intuivano
per un odore umido
di cenere bagnata e pane vecchio,
c’erano silenzi imperfetti:
un timore incontrollabile
ci incatenava al centro della grotta:
rari passi di qualcuno nel buio:
come gatti seguivamo il battito
di quel cuore calmo e ignoto
il suo simmetrico respiro:
chiunque tu sia accompagnaci
fino all’alba perché, sotto la pioggia,
ti abbiamo visto riaccendere il fuoco.

29.
Il gracchio dal becco di corallo
(che discretamente nascondeva
nelle penne del petto, poiché
tutti ormai lo riconoscevamo)
continuò a visitarci nel moto
ellittico dei giorni.
Ci mostrava il suo passo goffo,
rovistando larve.
Grande amico, sensibile
come i maestri che sognavamo:
di nascosto spiccava il volo,
ché non tentassimo di seguirlo
sull’abisso che irrideva,
fermo nelle correnti.

35.
È da molto tempo che siamo
arrivati in quest’oltre:
ora a stento ci distinguiamo
dalle pietre che, in qualche modo
che ancora non svelano,
sono in uno madri e figlie.
Parliamo lingue più di vento
che d’uomini e certamente saremo
altrove quando arriverai:
avremo lasciato poverissimi segni,
piccoli sassi disposti in figure
che potrebbero dire.
Era tutto quello che ancora
potevamo fare.