Poesie da Il costo della sopravvivenza

in Oltrelinee, Edizioni dell’Orso, 1994

(Il costo della sopravvivenza)

Il costo della sopravvivenza
reclama spietato il saldo
continuamente al flagello di carni
e coscienza rinserrando mascelle.
Si porta il manto dell’indifferenza
come coltre sul bimbo nudo
e già malato, posseduto e perso.
Solo nel fondo fondo del pozzo
blandiscono minuetti
lune e comete.


(L’intolleranza incrosta)

L’intolleranza incrosta
come la notte i muri
in vie indistinguibili
i platani al quadrivio
hanno osservato tutto
senz’occhi hanno scrutato
moti e alternanti flussi
sette generazioni
di corvi migranti.
Egra danza di sale
catena delle cose:
quale stagione ancora
paventa la ruggine
delle foglie tenaci,
cosa ancora implorano
al fumoso bavaglio
del cielo rami e palchi
snudati, per chi torce
nel suolo la radice?
Nuovi asfalti al viale,
vetri spinosi avanzi,
la disperante forza
dell’ultimo arrivato.


(Nel segno suadente dell’immagine)

Nel segno suadente dell’immagine
tutto è dovuto, al prezzo che non si contratta.
Conservo con gelosia il miracolo
del giorno concesso: sento la vita
scorrere come il nibbio l’aria tra le penne
sospeso nel vento come spirito santo.


(La gazzella ha ventre bianco…)

La gazzella ha ventre bianco e occhi neri
così che ogni metafora sia possibile
per l’inspiegato gioco del mondo
sotteso dai balzi degli stinchi
quale controvento quale incompiuto dio
rimesta l’odore ignoto dell’animale
dalla pupilla d’oro
nell’ora di questa sete di questo salto
nel futuro prossimo dell’artiglio
nel tempo che lèvita tra terra e terra?


(Nel dagherròtipo è comparso il volto)

Nel dagherròtipo è comparso il volto
di Dio, José Arcadio, a lungo evocato
e ormai inaspettato
diverso da ogni immagine che è scorsa
sulle palpebre, porgendo il profilo
meno buono e lo sguardo
che ancora sembra scrutare il Nulla
o i luoghi che verranno
dove pure il colera avrà altri nomi
e colpirà il viscere più nobile
tra sistole e diastole, tra il cristallo
dell’origine e la sostanza molle
di un tempo indistinto tra sera e notte.

Ma come chiameremo questi anfratti
dove è crollato l’albero del mondo
questi vuoti tra metropoli e borgo, macchie
sul planisfero, spine continentali, tane
d’occidente: nuovi perimetri di caccia
negli slabbri tra il vetro e il ferro del villaggio
dove si getta l’osso e il tendine gustoso
nel rivo che corrode, deridendo il cane
e nelle ore di noia si spara all’aquila
per nettàre col calamo appuntito
l’incisivo cariato che non duole


(Per quanti giorni la neve ha coperto)

Per quanti giorni la neve ha coperto
il dissestato porfido del viale
il veleno essiccato della serpe
(che conosce la sua nicchia e il corso
delle stagioni, poche altre cose
basilari: distinguere l’amico
ed il nemico, il cibo buono e l’esca).
Noi abbiamo già goduto del tempo
per i sonni e temuto il sibilante
monito della bestia, la fobia
cristallina e tagliente della notte
l’ambra, gli equinozi pagani.
Abbiamo sofferto nel mattino
il frantumarsi d’ossa e delle case
ma ancora sulle piazze si scarmina
la rosa dei venti, la voce è spina
confitta nella coscienza di squame
ma l’uomo che impone il prezzo e l’abuso
è qualcuno che sempre ci somiglia
così che si confondono le storie,
le acque, i limiti tra vita e inerzia
ora, più d’altri, i vecchi sono stanchi
nel tempo stagnante delle promesse
e dell’abbandono, nel gesto minimo
di chiamarsi sottovoce alla morte.


(La menzogna del possesso)

La menzogna del possesso
infiltra i pori di strade
ogni orma ogni pietra
sollevata e riposta
nella città mai compiuta


(Oscuri cavalieri d’asini)

Oscuri cavalieri d’asini
alla sfilata del protagonismo:
soffrendo e morendo
per inezie qualsiasi