Poesie da Nigredo

in Simmetrie, Joker, 2000

Miserere per caelestia sidera
per inferna numina
per naturalia elementa
per nocturna silenzia

(Apuleio, Le Metamorfosi, II, 28)

I.
Certe nebbie scendono a nascondere
i fianchi delle valli e le radure,
lungo strade e sentieri non segnati
sulle carte. Nascondersi o smarrirsi
è un’esigenza come tutte le arti.

IX.
Fuggano, si annientino, svaporino
come foschie al sole, si dileguino
gli spiriti maligni della forra
(li sento muoversi tra le betulle
e i faggi che si intrecciano agli abeti):
assassini, complici, testimoni
occasionali, padroni esigenti:
il loro prigioniero il loro ostaggio
non ha riscatto che ne valga il prezzo:
soltanto (e sia !) vita contro vita.

XII.
S’annidano tra i legni antichi e nuovi
tra i nodi che disegnano cifrari
gli dèi intermedi, i morti, i quasi umani
non è cosa da poco in questa notte
l’ostia esigua della calante luna
ogni minuta stella al buio riluce
del suo segno, della sua offerta muta
ricadano nel solco dei dormienti
le voci che non hanno ancora corpo
ché volga anch’io alla quiete della terra.

XIII.
L’albero tende a stelle che non vede
chiudendo nel suo cerchio il tutto e il niente
la legge della croce e degli opposti:
avvolto da nebbie e acque d’argento
muove foglie che un vento senza nome
e padrone prosciuga d’ogni succo:
tra inferno e luce, tra il pianoro e il monte
nascondi con cura il frutto più dolce
quando a sera ritornano i cinghiali.

XXIII.
Le nuvole e le nebbie in certi casi
(si badi bene: storie esistenziali,
archi di vite e di generazioni)
amarono uomini con bramosia
tale che mai fu noto ad essi il sole,
mai lo scorcio d’una valle o il pianoro
dove il fanciullo siede sul trifoglio,
insieme crescendo la carne e l’erba

XXIV.
L’uomo in certi casi (e certamente
uno di questi è il mio qui ed ora)
non conosce altro che nuvole e nebbie:
ma non così potrò ambire la rosa
bianca, fiore rarissimo e prezioso,
mai la coglierò se sfuggo alla prova
dell’agnello e dell’aria, se mi accuccio
nell’uterina tana del bivacco
che appena allenta il freddo della terra,
dove ancora non ho imparato l’arte
necessaria e solvente della morte.

XXVI.
La morte è un processo graduale e lento,
vuole il suo tempo, infinito, non sembri
questo un paradosso per i pochi anni
che memoria o aspettativa mischiano
a caso: a nulla vale accelerare
e rallentare il ritmo del respiro e
contemplare la nebbia che s’effonde
spessa coltre che mi raccoglie e chiude –
tra la radura e il bosco impenetrato:
avrò necessità di tutti gli anni
della vita, occorrerà rimestare
tutta la pietra e il piombo alla montagna
per ritrovare dopo sismi e frane
il minutissimo granello d’oro.

XXXI.
Ah radici, muschi, semi germoglianti
fanghi, cristalli e sali della terra:
fatevi in me. Perché il settimo giorno
la quiete sia merito e compimento.